Al cinema dal 14 maggio Mother Mary con Anne Hathaway è l’ultimo film di David Lowery, già autore di Sir Gawain e il Cavaliere verde (2021) e A ghost story (2017).
Dalla forte componente visiva Mother Mary è un film che punta sul confronto tra due donne: una, Mother Mary (Anne Hathaway) è un’icona mondiale del pop in cerca di un restyling della propria estetica creativa, l’altra Sam Anselm (Michaela Coel) la sua storica costumista d’inizio carriera, con la quale poi i rapporti si sono incrinati. Mother Mary cerca di recuperarli. Da questo tentativo di riappacificazione, proprio a ridosso dell’esibizione che inaugura il nuovo tour, emergono esperienze mistiche comuni alle due donne, legate da un fantasma che le ossessiona e che entrambe dovranno prima o poi affrontare.
Il teatro al cinema
La sceneggiatura di Mother Mary è pensata per una rappresentazione “da camera”: una messa in scena che rievoca quella di una piece teatrale, in cui contano molto i personaggi, la loro reciproca interazione, i loro racconti e dal punto di vista scenico i costumi. Siamo di fronte ad un film molto parlato in cui sono le parole ad evocare le scene e ad essere motore della narrazione. Quello che accade è innescato dagli scambi di battute tra Mother Mary, la musa e Sam Anselm, la creatrice.
Al centro del racconto sta la rappresentazione di Mother Mary, una cantante pop, che però al contempo è quasi una figura ieratica per le folle, per il suo pubblico. Ogni esibizione è molto più di cantare sul palco, diventa, nel linguaggio delle due donne, quasi un “apparizione sacra” che costruisce un mito intorno alla cantante, la quale non a caso si esibisce spesso con una finta aureola.
Il film pone l’accento su questa creazione congiunta nella quale la mente di Sam Anselm veste non solo il corpo ma anche l’anima della cantante che poi fa propria quella forma attraverso la sua esibizione.
L’anima sul palco e la porta chiusa
Nel film di Lowery l’esteriorità della performance artistica rispecchia anche l’interiorità di Mother Mary, la quale mostra se stessa sul palco tramite i suoi abiti. La donna, smarrita e in profonda crisi esistenziale, non sa più qual è la sua identità artistica e personale ed è turbata da fantasmi che la ossessionano. Così si rivolge ad Anselm, che in passato era riuscita a vedere e a rappresentare la sua anima sul palco, ma come dirà la costumista, che pure non si rifiuta di creare per lei, la porta è ormai chiusa: nulla può essere più come prima dopo la rottura che c’è stata nel sodalizio artistico tra le due.
Il regista evidenzia subito la forte affinità tra le donne, l’una capace di suscitare nell’altra profonde riflessioni attraverso la dialettica: uno scambio reciproco fatto anche di accuse e recriminazioni, ma pur sempre una relazione viva e intensa che guarda ad una condivisione non superficiale delle rispettive interiorità. E’ un legame fatto di parole ma anche di non detto, di dubbi e domande che scavano per arrivare al cuore del problema: “Chi sei tu senza di me? Chi sono io senza di te?”
E’ il dilemma di un idillio artistico spezzato, di una simbiosi dolorosamente interrotta, che ha provocato odio e risentimento e porte chiuse, come testimonia il fatto che la costumista non ascolti più le canzoni della “sua cantante”.
Il regista cura molto l’allestimento scenico delle esibizioni di Mother Mary sul palco, tanto che emerge un netto contrasto con le scene ambientate nell’atelier della costumista e le altre ambientazioni. Se la vita normale è sobria e semplice, in un atelier che è quasi un rudere, le esibizioni sono magnificenti, ammantate di luce e sfavillanti, su palchi sofisticati. La cantante domina con personalità la scena con una scultorea presenza scenica, che la rende simile ad una “divinità”. Nella vita reale invece è insicura, in cerca di se stessa, tormentata ,come evidenzia la scena del ballo coreografico senza musica, un ballo disarticolato, scomposto, disperato, come quello di una donna posseduta dal demone dell’incertezza. 
Una storia di fantasmi
Nella narrazione filmica di Mother Mary interviene poi un terzo elemento che trasforma questo film teatrale con intermezzi musicali (le esibizioni di Mother Mary) in una ghost story: è il plot twist fondamentale del film. Senza svelare troppo entrambe le donne sono visitate da un fantasma rosso sangue, che le perseguita e che esige qualcosa da loro…
Le scene in cui compare il fantasma sono le migliori del film al livello visivo. Lowery immerge lo spettatore nell’ossessione per questo globo rosso che “soffre” e provoca allucinazioni. 
Il fantasma esiste perché entrambe lo hanno visto: comprendere di cosa si tratti diventa risolutivo per il loro rapporto. Come nel suo Storia di una fantasma (il film è una ghost story narrata dal punto di vista di un fantasma), lo spettro diventa uno dei personaggi principali della storia . Non si tratta di una componente horror artificialmente aggiunta al film, ma un di un leggero tocco mistery che dà qualche lieve venatura thriller ad un racconto che sembra nato per il teatro.
Lowery costruisce un film per lo più metaforico: dai dialoghi alla figura del fantasma e le stesse protagoniste lo ribadiscono nella pellicola accusandosi spesso di parlare per metafore.
Come denunciano le protagoniste il limite del film è di essere a tratti troppo simbolico. L’ allestimento visivo è imponente, ma il messaggio finale è molto più semplice rispetto alla costruzione dialettica e visiva fatta del regista, tanto da sembrare più un esercizio di stile che una narrazione filmica volta a sottolineare l’intensità drammatica del racconto.
Resta quindi il talento visivo del regista, meno l’importanza di ciò che viene raccontato, con una commistione di generi che a tratti confonde più che catturare l’attenzione dello spettatore.
Buona la performance attoriale di Anne Hatheway al servizio del regista e della resa filmica. Varia d’intensità a seconda dei momenti drammatici raccontati.
Voto 6,5 Una piece teatrale al cinema, visivamente imponente, ma con poca sostanza narrativa





