Intervista al Dottor Davide Pagnoncelli, “Non solo voti: il benessere emotivo come chiave dell’apprendimento”

Psicologo, psicoterapeuta, formato in Ipnositerapia, Oniroterapia, Teatroterapia e Arteterapia, il Dottor Davide Pagnoncelli è una figura eclettica nel panorama della salute mentale. Con oltre vent’anni di esperienza nella psicologia scolastica e una formazione che abbraccia ipnosi, arte, sogno e teatro, ama definirsi “allargacervelli”, più che “strizzacervelli”: il suo obiettivo è ampliare le prospettive, non ridurle. 

Autore di saggi sull’educazione, sull’identità e sul legame tra arte e psiche, ha recentemente ideato l’approccio Art Artist Therapy (AATH), che coniuga creatività e cura. 

Noi di Social Up abbiamo avuto modo di parlare insieme a lui anche di Arteterapia, Oniroterapia e Teatroterapia con valenze sia educative che terapeutiche in una prossima occasione, mentre il focus di questa intervista sono i giovani e il mondo dell’istruzione. 

Dottor Pagnoncelli, lei ha pubblicato il libro Figli felici a scuola. Come migliorare l’esperienza scolastica dei propri figli con l’aiuto di un allargacervelli, con Bruno Editore. Come vede cambiati i ragazzi e il sistema scolastico in questi ultimi anni?

Per rispondere mi baso sulla mia esperienza ultraventennale come responsabile di un Servizio Psicologico scolastico, unico nel suo genere, che ha garantito continuità di intervento dall’inizio di settembre alla fine di giugno di ogni anno scolastico. Il mio intervento come psicologo si è articolato sempre lungo tre direttrici: alunni, genitori e personale scolastico. La mia presenza era settimanale in quattro scuole dalla Primaria alla Secondaria, sia di primo che di secondo grado. Nel mio libro “Figli felici a scuola” racconto come ciò sia stato possibile col sostegno dei vari Dirigenti scolastici, dei docenti, di molti genitori.  Aggiungo anche che gli investimenti economici sono stati contenuti e sostenibili, sempre sono stato accompagnato dalla fiducia del Responsabile Amministrativo e della relativa organizzazione. Negli ultimi anni i bambini e i ragazzi nella scuola italiana hanno subito diverse e importanti trasformazioni, influenzate dai cambiamenti sociali, tecnologici e anche normativi. Di seguito sintetizzo alcuni punti significativi rilevati anche nella mia attività professionale ultraventennale nelle scuole di ogni ordine e grado. 

Parto dai cambiamenti dei bambini e dei ragazzi.

Maggiore dipendenza dei ragazzi – e purtroppo anche dei bambini- dai cellulari e dai social media. Senza fare di tutta l’erba un fascio, posso dire che ciò ha prodotto soddisfacenti opportunità formative, però l’uso smodato e acritico dei vari dispositivi elettronici e di comunicazione ha influito e influirà pesantemente in modo devastante sulla concentrazione e sulle relazioni interpersonali delle nuove generazioni, creando patologie da dipendenza senza sostanza. Specifico che sono coinvolti, purtroppo, anche vari strati della popolazione adulta. Numerose ricerche e studi attendibili mettono l’accento, per esempio, sul fatto che inevitabilmente si modificherà la struttura e la modalità di funzionamento del cervello, con implicazioni positive, ma anche rovinose.

Numerosi dirigenti scolastici, insegnanti e specialisti della salute hanno notato un aumento della fragilità e dello scoraggiamento degli studenti già di fronte alle prime difficoltà… e pure alle successive. Un dato appare rilevante: l’iperprotezione da parte dei genitori, che rende meno abili i giovani nell’affrontare le sfide dell’esistenza e nel crearsi esperienze concrete di vita. Mediamente le famiglie sembrano meno propense ad accettare gli insuccessi dei figli come una delle modalità di apprendimento e tendono a proteggere troppo i minori. Da collegare a ciò il fatto che non pochi adulti hanno intensificato vissuti e manifestazioni di insicurezza esagerata in rapporto alla loro età cronologica.

Gli studenti hanno iniziato a usare strumenti della cosiddetta Intelligenza Artificiale ben prima degli insegnanti e, di conseguenza, lo studio delle varie materie con i relativi compiti a casa sono notevolmente cambiati, non sempre in meglio.

Ci sono segnali concreti e molto preoccupanti di un aumento delle problematiche e delle patologie relative alla salute mentale dei giovani. Per esempio, i disturbi dell’alimentazione, i fenomeni di autolesionismo e di aggressività incontrollata, l’isolamento sociale e la dipendenza patologica senza sostanze. Di certo si osserva un disagio piuttosto accentuato tra gli studenti che si manifesta anche attraverso forme di protesta, talora sterile (come la “scena muta” all’orale della maturità), talora considerate dagli adulti come se fossero manifestazioni insignificanti. Quanto sopra è segno evidente di una generazione che si sente inascoltata, che non percepisce un futuro stimolante e che con troppa frequenza non è valorizzata, al di là delle solite parole e delle inutili prediche di circostanza.

La situazione è estremamente seria e troppi adulti responsabili, in vario modo, della formazione degli studenti banalizzano le manifestazioni del disagio giovanile. 

Personalmente non sono pessimista perché ho riscontrato incredibili risorse e potenzialità, sia nei bambini e nei ragazzi; il mondo adulto, però, deve darsi una mossa e incominciare a investire nella scuola risorse economiche e strumentali e a valorizzare capacità umane e professionali con interventi duraturiOra aggiungo alcuni cambiamenti nell’istituzione scolastica. Si è assistito alla transizione da una lezione prevalentemente frontale a metodi più attivi: “flipped class room” (aula capovolta), lavoro di gruppo (cooperative learning), apprendimento basato sull’indagine e sulla ricerca aperta, senza schemi precostituiti. Ciò con l’obiettivo di promuovere una comprensione più profonda di sé stessi, di fornire modalità più adeguate di risoluzione dei problemi e di ampliare il pensiero critico. In tal modo si sono stimolate l’abilità di argomentare e di dibattere questioni complesse, di sviluppare il pensiero originale, esplorando nuove idee e soluzioni e, cosa non da poco, di imparare a difendere la propria identità e le proprie opinioni senza ricorrere a slogan patetici e ripetitivi.

L’assunzione di alcune modalità organizzative e orarie ha favorito efficacemente la flessibilità nell’apprendimento. Gli studenti hanno potuto seguire lezioni di base e approfondire personalmente con materiali aggiuntivi a scelta, consentendo di progredire a un ritmo più adatto alle specifiche e originali individualità.

L’insegnamento dell’Educazione Civica è stato ampliato con nuovi temi come la cultura d’impresa e l’educazione stradale. Purtroppo in alcune scuole tale educazione è stata attuata con modalità noiose e burocratiche. Il registro elettronico, l’utilizzo degli ebook e la cosiddetta Intelligenza Artificiale hanno marcato l’ingresso della digitalizzazione e della tecnologia a supporto dell’istruzione. A parte vari progetti molto promettenti attuati con il contributo determinante e di alta motivazione di numerosi dirigenti scolastici e insegnanti, i risultati sono apparsi generalmente piuttosto deludenti.

C’è anche da puntualizzare che, nel corso degli anni, la scuola ha perso progressivamente mordente e autorevolezza, in non pochi casi abbassando gli standard formativi. Numeroso personale scolastico è apparso demotivato a seguito mancata valorizzazione e dei legacci burocratici in perenne aumento. La crisi della natalità ha portato a una drastica diminuzione del numero di alunni, spingendo a riflettere meglio sul modello di formazione e sull’utilizzo più funzionale delle risorse umane presenti. Infine, molte scuole si sono dotate di nuove misure e protocolli per contrastare il bullismo, soprattutto incoraggiando modalità reattive forti, ma umanamente adeguate e accettabili e attivando promettenti progetti per l’educazione affettiva e sessuale.

Allora, Dottor Pagnoncelli, quali soluzioni potremmo mettere in atto? 

Ecco cosa posso suggerire per affrontare i cambiamenti succitati e per far sì che la scuola valorizzi la formazione e il benessere degli studenti. 

Investimento serio nella formazione del personale docente: progetti pluriennali con finanziamenti adeguati per la formazione degli insegnanti, affinché la scuola possa aiutare gli studenti a conoscere meglio il proprio passato per vivere adeguatamente il presente.

Valorizzazione la formazione degli alunni, offrendo valori ed etica alle nuove generazioni.

Attuare -direi finalmente- un Servizio Psicologico nelle scuole continuativo e di ampio respiro con un approccio orientato verso una scuola che consideri il benessere e lo sviluppo integrale dello studente, attraverso una formazione attenta alle dinamiche emotive e relazionali e all’allenamento dei talenti creativi di ogni individuo e che sostituisca la diagnosi degli errori con la diagnosi dei punti di forza.  

Sottolineo il fatto che ogni bambino e ogni ragazzo possa concretizzare nella propria formazione il rapporto tra felicità e apprendimento: un soggetto felice -bambino o ragazzo che sia- è uno studente migliore! La scuola deve essere una palestra per una maturazione felice dei bambini e dei ragazzi!   Ciò stimolerà anche a coltivare un sogno personale al fine di dare maggior senso e gratificazione alla propria esistenza.  Come ha precisato lo scrittore e medico francese già nel lontano 1500, François Rabelais, “I bambini non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere”. 

Gli studenti ne hanno consapevolezza?

Gli studenti sanno molto bene che quando si costruisce un piano di una casa, pur bellissimo, occorre che sia inserito in una struttura portante precisa e che deve essere collegato al resto della struttura, possibilmente antisismica, cioè molto flessibile in previsione di possibili scosse sismiche. Fuor di metafora, non è certo funzionale che i ragazzi siano coinvolti in ottimi e stupendi progetti, ma con interventi slegati tra loro e in città o paesi non comunicanti. La ricaduta formativa di vari progetti troppo spesso resta circoscritta e non si espande almeno a tutto il territorio nazionale.

In un contesto educativo e formativo servono leggi e progetti che stimolino la connessione con vari ambiti di intervento e le diverse professionalità; servono leggi adattabili ai vari contesti locali e progetti flessibili perché la società e le persone evolvono rapidamente; servono leggi e progetti che sostengano coloro che vivono con passione e con creatività la scelta di educare i giovani e le loro famiglie.  Tutto ciò mettendo al centro la scuola e la famiglia, comunque la si intenda, sollecitando e predisponendo significativi progetti di prevenzione e di formazione.

I giovani sono il nostro futuro e dobbiamo garantire loro un futuro di qualità. Nessuno può prevedere né ipotecare il futuro, però noi adulti possiamo incanalare verso di esso le energie migliori.   Già nell’antica Grecia il filosofo Eraclito, vissuto tra il VI e il V secolo a.C., affermava che coloro che hanno in comune il logos, hanno in comune il mondo; gli altri hanno in comune il sonno. Diremmo oggi: chi ha in comune il logos (verbum in latino, la parola, il discorso, il pensiero, il sapere) ha in comune la consapevolezza condivisa, compartecipata. Lo scetticismo era appunto… scettico sulla possibilità di ri-conoscere qualcosa di comune.  Oggi sui social ognuno può postare facilmente la propria opinione, ma non è facile precisare quanto ci possa essere di con-divisibile e quanto no; numerosissime finestre sono aperte sul mondo, ma sembra ci possa essere poco o niente di comune, di condivisibile. La nostra società rischia di essere una società senza finalità, al di là dell’evoluzione tecnologica. 

C’è qualcosa per cui val la pena costruire il futuro? Per il filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) il pluralismo è il contrario del totalitarismo, il pluralismo è capace di riconoscere ciò che è comune, appunto condivisibile. La democrazia richiede valori condivisi, richiede la costruzione di un orizzonte condiviso.   L’educazione è importante abbia i connotati della reciprocità, che famiglia, scuola, comunità e individui interagiscano secondo una logica di circolarità formativa e di intervento continuo e permanente.  Non è possibile educare senza che ci sia il riconoscimento di qualcosa di comune o che, perlomeno, ci sia la ricerca di ciò che potrebbe esserci di comune: c’è convivialità solo in coloro che si ri-conoscono e che con-dividono valori comuni.  La scuola è il luogo per eccellenza di convivenza (o dovrebbe essere), di convivialità, di compartecipazione emotiva, di sviluppo dell’intelligenza sociale.     

Alfred Adler, uno dei padri fondatori della psicologia del profondo assieme a Freud e Jung, ha affermato: “Il sentimento sociale è il barometro della normalità”. Più il sentimento sociale si affievolisce o addirittura sparisce, più le problematiche psicosociali e le patologie psichiche si aggravano.

La scuola è anche il luogo e un tempo dove sia possibile affrontare tutte le emozioni, anche quelle spiacevoli, come per esempio la paura, e dove si educano i sentimenti. Le emozioni sono variabili, fluide, durano relativamente poco; i sentimenti, invece, vanno coltivati con molta cura, con continuità.   La scuola è il luogo e il tempo dove ci si può sentire sicuri e accolti, è il posto privilegiato da cui si può guardare il mondo e costruire la propria identità, aumentando l’autostima.    

La scuola non è solo conoscenza e saper fare, secondo un modello esclusivamente trasmissivo, ma è anche educazione dell’intelligenza emotiva, stimolo per essere se stessi in modo unico, irripetibile, originale. Perché noi sappiamo più di quelle che comprendiamo. Una frase di Fedor Dostoevskij, scrittore e filosofo russo, vissuto nel 1800, mi ha sempre colpito: “Per agire intelligentemente non basta l’intelligenza”. Informazione, conoscenza, comprensione, saper essere davvero sé stessi: da tutto ciò deriva la saggezza.    

Quindi, dalla scuola è essenziale partire per costruire progetti di prevenzione e di formazione. Perché? 

Per il semplice motivo che la scuola è l’unico posto dove passano tutti, proprio tutti, e tutti ci stanno per molti anni. Diversamente la prevenzione diventa pura illusione, mitologia consolatoria, pura petizione di principio; diversamente l’integrazione, l’inclusione si traducono in sterili fantasie; diversamente, per esempio, la prevenzione del bullismo, del cyberbullismo e di altri disturbi psicosociali risulterà inefficace, con conseguente spreco di risorse umane e finanziarie.

La scuola non può relegarsi a essere un’istituzione che verifica prevalentemente le risposte esatte! L’apprendimento non può essere prevalentemente mnemonico e acritico, senza incentivare -o incentivando troppo poco- l’originalità, la sana curiosità e l’apertura al futuro tramite domande aperte, idee innovative e progetti concreti! Senza timore di ricercare, di porsi domande nuove e senza paura degli errori, bensì imparando da essi. “Non ci sono domande stupide, solo le risposte possono essere stupide”, recita un detto popolare ripreso anche da vari autori. La scuola è confronto dialogico: al di là dei contenuti, dei programmi e di quant’altro la scuola è essenzialmente relazione, cioè convivenza, condivisione, compartecipazione emotiva. Quello che non è possibile togliere alla scuola è la comunicazione tra persone, la comunicazione che struttura relazioni.  Prima dei contenuti, prima delle metodologie, prima della tecnologia, prima di tutto la scuola è relazione!

È importante intervenire non solo con interventi riparativi e rieducativi, ma anche di sostegno alla genitorialità e con progetti ad hoc di tipo psicoeducativo e psicosociale. Il tutto con il coinvolgimento dei servizi sociali del territorio e anche di professionisti con esperienza sul campo e con competenza specifica. È meglio progettare qualcosa di positivo, piuttosto che lottare contro qualcosa di negativo, è più funzionale attuare progetti preventivi piuttosto che combattere qualcosa di problematico che non si è riusciti a bloccare in tempo. Vanno sviluppati comportamenti prosociali, all’interno dei quali sviluppare concretamente esperienze di sviluppo del sentimento sociale, stimolando la crescita di leader positiviFacciamo crescere i ragazzi, non i loro problemi!

Tali progetti di tipo educativo e preventivo è essenziale siano attivati con l’apporto di varie professionalità e tramite percorsi esperienziali (più che con corsi) e con l’utilizzo di metodologie attive, artistiche e creativamente innovative. Non è più ipotizzabile organizzare con interventi ‘mordi e fuggi’ senza un’adeguata continuità temporale e condivisione di specifici follow-up.  

Per esperienza so che i giovani più che ascoltare quanto noi adulti diciamo, imitano quanto noi facciamo. I ragazzi ci imitano, anche quando sembra che essi non ci ascoltino, anche quando ci contestano: conta ciò che noi facciamo (o che faremo). I valori vengono trasmessi non tanto con le parole, ma con i nostri comportamenti, con il nostro stile di vita.  Noi adulti abbiamo bisogno di offrire anche più qualità al tempo dei nostri contatti sociali, delle nostre relazioni con le nuove generazioni. 

La felicità non risiede negli oggetti o nella tecnologia, ma è correlata alla qualità delle relazioni interpersonali. Dove non c’è buona qualità delle relazioni interpersonali, è molto più facile sorgano vari tipi di problematiche psicosociali e dipendenze, sia che con sostanza che senza sostanza (da web, da cellulare, da gioco d’azzardo patologico). 

Una società funzionale si costruisce sulla base di una rete di relazioni interpersonali caratterizzate meno dall’ “io” e maggiormente dal “senso del noi”, della comunità. Ciò appare importante anche in ambito lavorativo, sportivo o in varie attività di gruppo e, a maggior ragione, in contesti educativi. In caso contrario si verificano legami che non collegano positivamente le persone, relazioni intergenerazionali superficiali, fredde, senza autentica compartecipazione emotiva. Pertanto, occorre sviluppare con progettazioni puntuali e concrete, non solo con assunti teorici e generici, l’intelligenza emotiva e l’intelligenza sociale.   Il grande sociologo Zygmunt Bauman scomparso nel 2017 ha scritto: “In questo mondo si chiede agli uomini di cercare soluzioni private a problemi sociali, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati”.

Non bastano iniziative -pur ben realizzate- isolate o slegate dal contesto, servono progetti comunitari, scevri da gelosie sterili e da diritti di primogenitura, da realizzare con modalità non competitive e non narcisistiche, ma con disponibilità alla interconnessione reciproca e alla positiva emulazione.   Per ogni problematica serviranno certamente strumenti specifici e opportuna preparazione professionale ed educativa, ma sempre contestualizzata, nel contesto (con-textus), inserita all’interno di un progetto corale. 

La malavita è organizzata, si suol dire, la… “benevita” dovrebbe organizzarsi di più e meglio!  La società può e deve investire maggiormente, tramite la scuola, sullo sviluppo dell’intelligenza sociale, sul sentimento sociale, su comunità socialmente intelligenti; altrimenti la società sarà destinata -prima o poi- a deperire, preda di forti spinte conflittuali.

redazione