5 buoni motivi per rivedere ai tempi del corona Le fate ignoranti

Il 2020 non è iniziato alla grande, siamo costretti a stare in casa a causa di una pandemia: quale migliore occasione anche quella di guardare, ogni tanto, anche ai lati positivi?

E allora, se non tutti i mali vengono per nuocere, cerchiamo di soffermarci di più a riflettere, magari anche sull’importanza dei sentimenti universali d’amicizia e amore, di cui spesso non teniamo alcun conto.

Il cinema, in merito, ha un mondo da offrire, per cui non scoraggiamoci e prepariamo i pop corn: mi è venuto in mente un film da consigliarvi!

Sono passati quasi vent’anni dall’uscita nelle sale de “Le fate ignoranti”, diretto dal poetico Ferzan Ozpetek nel 2001. È una pellicola sempre attuale, come del resto lo sono i sentimenti e la nostra non di rado cecità dinanzi ad essi.

Ecco 5 validi motivi per accendere il vostro streaming e rivedervi (o vedere per la prima volta) un film che ha fatto epoca:

1) Un’attenzione all’arte. Non tutti i film danno importanza alle arti figurative, ma ne “Le fate ignoranti”, addirittura, si inizia con una sequenza girata in un museo, e viene fuori una bella concezione intimistica e personale dell’arte stessa. Noi non ci pensiamo, ma quando andiamo in un museo siamo soliti pagare una guida che ci spieghi quello che vediamo, invece la protagonista dice che preferisce scoprire da sola le opere.

 

2) Gli attori. Margherita Buy e Stefano Accorsi, entrambi belli e bravi, vinsero per la loro interpretazione qui un Nastro d’Argento, e se da un lato lui non aveva ancora raggiunto la sua piena maturità, con lei ci si commuove anche solo se sta in silenzio a trattenere lacrime: il suo personaggio è una donna fragile e forte.

 

3) La rottura degli stereotipi. Finalmente illuminò il cinema italiano un regista che, con la propria sensibilità, ha saputo raccontare, anche dopo questa, storie di omosessuali o transessuali (nel film sono presenti) senza macchiettismo, senza caricature, senza banalità, senza maschere, ma con la verità di persone che non sono diverse.

 

4) La colonna sonora. Sono affascinanti all’ascolto le melodie turche di sospensione quasi a-temporale, che rimandano alle origini del cineasta. Per non parlare poi della canzone dei Tiromancino, “Due destini”, che resta tra i più emozionanti e toccanti brani italiani della musica del Nuovo Millennio.

 

5) E infine, una frase. È vero, in un film se ne dicono tante, e qui ce ne sono molte significative. Ma verso la fine Accorsi pronuncia queste parole che offrono la chiave interpretativa di tutto il lungometraggio:

“Che stupidi che siamo, quanti inviti respinti, quante parole non dette, quanti sguardi non ricambiati. Tante volte la vita ci passa accanto e noi non ce ne accorgiamo nemmeno.”

 

L’attore qui appare un po’ distaccato, ma la sua interpretazione in quell’istante è proprio espressione del nostro umano ed esistenziale perenne vivere nell’ombra, perché aldilà delle storie che possono accaderci e delle sorprese che la vita (belle o brutte) prima o poi ci riserva, siamo spesso distanti dai veri sentimenti proprio quando dovremmo abbandonarci ad essi, alla loro potenza, e quindi vivere.

Dunque, è necessario rivedere, anche di questi tempi difficili, un film che invita ad andare aldilà delle rigide apparenze, per abbracciare l’amore autentico.