Australian Open: Djokovic messo al tappeto da Chung, il suo alter-ego coreano

Mattia Musio

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Djokovic saluta l’Australia per mano di Hyeon Chung, alter-ego made in Korea del serbo pre-2008. Il 22enne vola da una parte all’altra del campo restituendo palline dal peso raddoppiato.
7-6 7-5 7-6 il risultato finale.

11esimo game del secondo set, Djokovic con due dritti voluminosi prende campo allontanando centimetro dopo centimetro l’avversario dalla riga di fondo. È un punto fondamentale per cercare il break che metterebbe il set in discesa e, di conseguenza, il match in parità.

Nole dopo alcuni colpi di assestamento sposta il gioco di dritto verso sinistra, la palla gli ripiomba addosso facendo il percorso inverso in pochi centesimi di secondo, convincendo il serbo allo sventaglio: il colpo è mortifero e pronto a spegnersi diagonalmente senza speranza.
Pochi riuscirebbero a prenderlo, pochissimi a rispedire la palla indietro.

Tra quei pochissimi, uno è lo stesso Nole, che guarda il dritto allontanarsi malignamente dal campo, l’altro è Hyeon Chung, 22enne coreano che come un falco sterza verso l’incrocio del doppio e si esibisce in una spaccata degna del miglior Roberto Bolle o, in alternativa, del miglior Djokovic.

La palla che esce dalla racchetta del coreano (che spolvera la superficie azzurra) sembra fatta di carta e vola abbastanza da passare a due dita dal nastro.
L’evidente impreparazione a vedere colpi del genere (oltre al gomito ancora arrugginito) fa esibire Djokovic in una brutta volee, che va verso un Chung ancora a gambe platealmente spalancate mentre si sta rialzando. Tornando nel centro del campo il 22enne fossilizza Djokovic con un passante che lo porta 40-15, prima del 7-5 finale, due set avanti.

Chung in recupero.

La spaccata in recupero e il passante a tagliare son stati da sempre le firme più identificative del gioco del serbo, che hanno saputo mandare su tutte le furie i vari Nadal, Federer e Murray nel periodo di dittatura serba nel circuito, costruita sulle gambe di granito e plutonio del Djoker. Quanto quel periodo di totalitarismo sia stato di ispirazione per Chung lo si capisce dalle sue dichiarazioni post-partita e sopratutto da questi recuperi.

La palla che vola verso Chung sa che sta per essere colpita un po’ più forte di quanto ha fatto il suo avversario: prima regola del Djoko-Club, che ha abbattuto sfidanti durante 8 anni di terrore.

Le gambe del 22enne viaggiano alla velocità della luce, leggere come quelle di una ballerina quando è in recupero, possenti come quelle di Mike Tyson quando si piantonano nel cemento australiano, poco prima del montante decisivo. Quello che ne esce fuori è un giovane Nole dagli occhi a mandorla e occhialini alla Davids che rispedisce tutte le lettere al mittente, come una casetta della posta chiusa, con un muro dietro.
A perfezionare questo remake del serbo ci sono un servizio non eccezionale (primo punto su cui lavorare per il 22enne), il rovescio bimane e le costanti esultanze ad ogni recupero, che ispira il pubblico in numerosi “Ooh” e boati vari.

Sfacciato, tenace e decisamente Rock, il coreano tiene costantemente la velocità di crociera e spegne il serbo che col passare dei minuti, capisce che alla fine della partita ci sarà una valigia da preparare.
La chiave tattica è ben precisa, il dritto lungolinea e il rovescio bimane offrono a Chung le vie sicure in caso di difficoltà, quella che Chung percepisce ben poche volte contro il suo idolo.
Il risultato finale è di 7-6 7-5 7-6, il buon torneo del serbo 2.018 si ferma contro il suo alter-ego asiatico, come in una sfida tra lui e il suo Super-Io dei giorni migliori, con cui chiaramente (questo) Nole non ha speranze.

Chung prosegue dopo aver collezionato gli scalpi dei fratelli Zverev, prossima tappa Sandgren con vista sulla prima semifinale Slam.

Il futuro della stagione quindi sembra splendente per entrambi, ma per Chung, che ha l’azoto liquido nelle vene, un po’ di più.