Vogliamo anche le rose! Il premio Strega e la questione di genere

Vogliamo anche le rose! Così recita il coro delle lavoratrici tessili. Ma qui, le rose che vogliamo sono quelle del premio Strega. Per troppo tempo queste hanno infatti visto una sistematica esclusione del genere femminile.

Facciamo un po’ di storia. Tra tutte le edizioni dello “Strega” (74), le vincitrici sono state solamente 11. Poco cambia se andiamo a considerare l’insieme dei titoli arrivati in finale senza poi vincere. 77 su 302. Solo in 7 anni (‘75/’93/’94/’95/’98/’18/’19) abbiamo avuto un numero di finaliste superiore rispetto ai colleghi maschi. E anche in questi sette casi le scrittrici non hanno mai superato la quota del 60% rispetto agli scrittori. Al contrario, si sono avute parecchie edizioni in cui non figurava neanche una donna in finale. Per inciso: nell’edizione corrente sono in gara 7 semifinaliste e 5 semifinalisti.  

Le statistiche continuano poi a produrre gli stessi risultati anche a voler analizzare la giuria del premio: fino al 2017 (compreso) questa era infatti composta da un numero di giudici quasi due volte superiore alle colleghe. Negli ultimi anni, invece, si è più o meno raggiunta la parità. Senza che una giuria sia però mai stata più femminile che maschile.

Questo problema, evidentemente corposo, non riguarda solo il mondo dei premi letterari. Basta pensare agli autori – autori, appunto – che abbiamo tutti e tutte studiato a scuola. Durante, Francesco, Giovanni; e poi Angelo, Niccolò, Ludovico e Torquato; e pensando ai tempi più recenti: Giovanni, Giovanni, Giosuè, Gabriele, Eugenio, Alberto, Italo…

Naturalmente, le questioni che si pongono sul tavolo sono tantissime. La prima, la più importante, la madre di tutte le questioni, sarebbe la disamina del ruolo economico e sociale della donna all’interno del mondo occidentale; e dunque la sua reale possibilità di entrare a contatto con la produzione letteraria. Ma questa trattazione, benché fondamentale, non può certo essere svolta in questa sede.

Ciò che può interessare sono però i suoi risvolti letterari. O meglio: di definizione del canone scolastico (e quindi anche dei premi letterari, perché il nostro gusto poetico ce lo costruiamo innanzitutto con le letture delle antologie scolastiche). Il fatto innegabile che la nostra tradizione sia così bella può talvolta confonderci. Ogni canone, ogni tradizione, per quanto belli, devono infatti sempre essere reinterpretati e riletti alla luce delle sensibilità moderne.

Noi oggi sappiamo che una letteratura è davvero ricca quando è polifonica. Quando non è semplice espressione della classe egemone, ma anzi accoglie al suo interno voci distorte, laterali, e disprezzate. Questa coscienza, la coscienza che l’arte può essere uno strumento d’avanguardia, che dia voce a chi voce non ce l’ha; questa coscienza dovrebbe spingerci a porre all’interno del canone scolastico voci secondarie, come per esempio le voci femminili di cui la nostra tradizione è già ricca. 

E anche se le poesie di Gaspara Stampa (una petrarchista del ‘500) non piaceranno agli studenti ed alle studentesse, tutto ciò importerà poco. Perché gli studenti e le studentesse si saranno comunque abituati e abituate a valorizzare il ruolo della donna in tutta la nostra storia letteraria. E dunque ad apprezzare le voci femminili (anche senza amarle), come testimonianza di un’alternativa reale ai grandi autori indiscussi. E dunque a scandalizzarsi quando, dopo aver letto per compito un sonetto di Stampa, accenderanno la televisione scoprendo che i finalisti dello Strega sono tutti maschi.



Matteo Liguori