Viaggiare migliora la vita!

A volte sembra di non sapere più quale sia il proprio posto nel mondo e,quando succede, si mette in discussione tutto: gli affetti, le abitudini, i sogni. Tutti i punti fermi perdono credibilità e si sgretolano sotto ai nostri occhi. Allontanarsi da tutto quello che continua a girarci intorno e sforzarsi di non abbassare lo sguardo di fronte a ciò che fa paura,che fa male sono due punti interrogativi che richiedono un rischio. Quello di perdere ciò che si è costruito pian piano con gli altri e con noi stessi. Mettere un po’ di coraggio in valigia e partire è una delle soluzioni per cercare o ritrovare la propria dimensione.

Del resto siamo dei nomadi da sempre, è scritto nella nostra storia e nel nostro DNA. Il ricercatore Michael Valenzuela dell’Università di Sidney ha scoperto che chi si è concesso molti viaggi ha una maggior densità di neuroni in alcune aree celebrali e, addirittura, come ha dimostrato Gary Small, viaggiare rende efficiente la corteccia celebrale dorsolaterale, indispensabile per la memoria a lungo termine. Inoltre progettare un viaggio, sognarne le tappe e i piccoli dettagli stimola la nostra immaginazione e aumenta la fiducia verso il futuro. C’è anche chi fa del viaggio il proprio mantra di vita,lasciando sfociare la propria dimensione nelle acque della libertà. Funziona più o meno cosi: in una società che traccia il nostro percorso di formazione( e per alcuni anche di pensiero)fin da piccoli (asilo, scuola, università), c’è anche chi decide di percorrere strade per lo più sterrate e crearsi la propria cultura partendo dall’esperienza diretta,dal contatto nudo e crudo con ciò che c’è oltre il margine dei libri. Il viaggio diventa ,in questo caso, un inno alla ribellione e alla ricerca delle migliori spezie che sa offrire la vita.


Pensandoci bene,la cosa che elettrizza di più di un viaggio è il piacere di perdersi. L’attrazione per l’adrenalina e l’istinto di sopravvivenza ci incitano a buttarci nelle situazioni,facendo si che anche in condizioni di apparente difficoltà ( esempio banale: perdere la cartina)riusciremmo a cavarcela,sviluppando nuove abilità e competenze. A tal proposito,gli psicologi parlano di creative generation task(attività di ingegno creativo) e non è altro che un test per valutare la capacità di risolvere problemi facendo ricorso alla propria creatività. Le persone delle aree transoceaniche ,che furono sottoposte a questo test, dimostrarono di avere in serbo molte più soluzioni,grazie ad un modo di pensare che punta all’espansione e un atteggiamento logico,pratico e acuto di fronte alle difficoltà. Le distanze geografiche,quindi,moltiplicano le possibilità di uscire vincitori da una situazione scomoda,azionando percorsi psichici più mirati e creativi. Per non parlare di come ci si sente quando si guardano le foto di un viaggio fatto molti anni prima: autostima, coraggio, vitalità (e spesso nostalgia) si fanno spazio nella nostra mente e ci danno la giusta energia per continuare a perseverare diabolicamente nel presente e, finalmente, raggiungere i nostri obiettivi.
Che sia in un posto lontano o vicino,che sia da soli o con qualcuno, che sia, semplicemente, tornare a casa dopo tanto tempo, viaggiare rimane un verbo che non ci si stanca mai di ripetere, una sorta di Peter Pan che ci rapisce ogni volta, anche quando chiudiamo tutte le finestre.



Alessandra Nepa