The Meyerowitz Stories: da Cannes 2017 a Netflix

Dopo aver partecipato a Cannes 2017, l’ultimo film di Noah Bumbach, già regista di France Ha, The Meyerowits Stories, esce in Italia tramite distribuzione Netflix. Il regista si avvale di un buon cast, tra cui Emma Thompson, Dustin Hoffman, Ben Stiller e Adam Sandler, per raccontare le problematiche  di un variegato gruppo familiare, i Meyerowits.

Su tutti troneggia la figura paterna di Harold (Dustin Hoffman), scultore di grande fama, plurisposato, estremamente narcisista ed egocentrico, giunto ormai al termine della sua carriera, nonostante non voglia ammetterlo, il quale fatica a trovare una sistemazione delle sue nuove opere. Il film ripercorre una riunione di famiglia che vede riavvicinarsi i figli di Harold, ciascuno segnato a suo modo, soprattutto negativamente dall’influenza paterna: da chi ha avuto meno attenzioni come Danny e Joan , a chi ne ha avute troppe, come Matthew. Il bilancio è lo stesso: Harold non è una presenza facile da digerire, nemmeno adesso che è anziano.

Il regista Bumbach, adotta uno stile molto “parlato”, che si alimenta di continuo con la verbosità dei personaggi, quella del padre Dustin Hoffman sopra tutti. L’idea sembra essere quella di un cinema nevrotico, un po’ alla Woody Allen, a cui l’autore è stato accostato da una parte della critica. A parere di scrive però, sono diversi gli elementi non del tutto convincenti di The Meyerowitz Stories: innanzitutto manca il brio della commedia brillante, i dialoghi non sono poi così originali e nonostante i bravi interpreti si ha la sensazione che i personaggi siano un po’ delle macchiette, siano cioè costruiti, senza essere particolarmente divertenti. L’ironia c’è, ma risulta spesso un po’ opaca: traspare in alcune idee sceniche, come la difficoltà di trovare parcheggio di Danny, zoppicante e abbandonato dalla moglie,  la distruzione della macchina ad opera dei due fratelli, che vogliono vendicare la sorella Jean di un torto subito da bambina, o il dialogo finale all’inaugurazione dell’ultima mostra del padre.

Si tratta però di momenti isolati, che risultano un po’ scollegati tra loro. In mezzo ci sono tante parole, forse troppe e un po’ a vuoto, tanto da far sembrare molto più lungo un film della durata di 1 h e 40 minuti. La parte migliore del film è senz’altro quella dedicati a Matthew, il figlio preferito (secondo capitolo della pellicola), così come lo svolgimento finale. Tirando le somme, l’opera sebbene ben recitata, manca un po’ di mordente e il nucleo familiare dei Meyerowitz non riesce a creare l’empatia che vorrebbe. Lo stile è ben diverso, quindi, da quello di Woody Allen, molto più creativo e divertente nel costruire sceneggiatura e personaggi, anche quando racconta di nuclei familiari, intrecci, tradimenti, come ad esempio in “Blue Jasmine”o “Hanna e le sue sorelle”.
In questo film Bumbach è lontano anche dal cinema della Novelle Vogue, a cui  a volte è stato accostato. Ne mantiene il “lato parlato”, ma non riesce ad eguagliarne la complessità e la consistenza. Peccato, perché il reticolo relazionale della famiglia allargata era interessante e prometteva possibili indagini psicologiche che The Meyerowitz stories non compie mai fino in fondo. A metà tra commedia e dramma l’opera non si sbilancia, infine, da nessuna delle due parti. Positive come si diceva le interpretazioni degli attori: tra cui soprattutto Dustin Hoffman,  Ben Stiller ed Elizabeth Marvel. Un po’ stereotipato il ruolo di Adam Sandler, il fratello sfigato, bonaccione e perfino un po’ zoppo.



Francesco Bellia