Studiare in Italia è inutile?

Esami. E’ giunta l’estate e gli studenti di tutte le età spendono le loro energie per quelle prove terrorizzanti. Alla fine, le loro fatiche si esauriscono in un voto, più o meno soddisfacente. Comunque vada, il voto è simbolo di una sola cosa: è tempo di gettare via i libri e andare a fare un bagno.

Ma quanto valgono queste fatiche? Ci si potrebbe chiedere se vale davvero la pena studiare in Italia. E’ molto più frequente di quanto pensiate la questione della “fuga di cervelli“. Cosa attrae, verrebbe da chiedere, gli studenti all’estero? Di certo l’occupazione. Perché non è possibile trovare una sistemazione fissa in Italia? La motivazione che i più adducono è quella che le proprie abilità non vengono valorizzate appieno. Ma a che cosa è dovuta questa carenza di meritocrazia?

Sarebbe dunque il caso di analizzare lucidamente le cause prime che rendono scoraggiante il panorama lavorativo dei nostri studenti e non le cause seconde, cause esterne come la prevaricazione dei “raccomandati” o, detto più spudoratamente, dei “figli di papà”.

Come reagiscono, in questa delicata situazione, la scuola e l’università di fronte all’offerta lavorativa italiana? Diffidando di fonti inattendibili, tutti i dati riguardante questo argomento si trovano sui siti di AlmaLaurea e Istat per una più approfondita e accurata indagine.

In realtà, l’istruzione scolastica non è così tanto influenzata dal mondo del lavoro tanto da poter garantire un passaggio sicuro ad uno studente all’interno di un’azienda o ente pubblico: a quanto sembra, in Italia, sussiste un incolmabile gap fra scuola, università e lavoro, tre mondi che, agli occhi degli studenti più giovani, sembrano una nuova avventura dalle aspettative presto deludenti…

E’, in primo luogo, la scelta a mettere in dubbio l’effettiva attività dello studente all’interno del sistema scolastico: chi non ha scelto un particolare istituto perché già scelto dalla fidanzata o dal migliore amico o, il che è ancora peggio, perché voluto dai genitori, sostenitori, magari, un’atavica tradizione familiare legata ad una scuola o ad una università? Momenti importanti come la scelta della scuola superiore sono vincolati anche da altri fattori come la vicinanza da casa, la comodità coi mezzi. Sebbene la reputazione delle scuole è molto relativa, uno studente delle medie non deve essere costretto a scegliere un istituto professionale anziché un liceo oppure un liceo artistico anziché di un classico solo perché “più vicini a casa”. E’ certamente un fattore che gioca molto a vantaggio, ma bisogna saperlo piegare a seconda di esigenze primarie quali interesse e istruzione del figlio.

In secondo luogo, è difficile delineare delle linee guida di quello che è l’approccio con il mondo del lavoro. Molti studenti, in particolar modo i liceali, hanno una preparazione molto teorica: basta pensare alle scuole statunitensi o tedesche, che dedicano notevole spazio alle ore di laboratorio. Noi non siamo quelli che costruiscono modellini di vulcano con una bottiglia, della creta e dell’aceto, ma sappiamo le formule chimiche dei composti organici che, chi è del ramo, sa benissimo che non sono affatto una passeggiata… Recentemente, alcuni governi si sono mossi in una direzione di “alternanza scuola-lavoro“, una trovata che, se compiuta con un determinato criterio e un certo rigore, avrebbe le sue funzionalità. Spesso però non si tiene conto delle innumerevoli variabili del singolo studente, indirizzando il ragazzo ad una figura professionale “specializzata” già nelle scuole superiori. E’ qui che si pregiudica un’altra volta la facoltà di scegliere, l’attività dello studente. Per contrasto a quello che si può pensare, in realtà, è molto frequente che studenti con una buona preparazione scientifica scelgano facoltà umanistiche e, al contrario, studenti provenienti da un liceo classico scelgono di laurearsi in matematica o medicina. Dunque può essere controproducente imporre – giusto per fare un esempio – a degli studenti di un liceo scientifico un tirocinio in un’azienda farmaceutica o informatica se hanno l’ispirazione di scienze politiche o in lingue. E’ anche vero che sono sempre ore di lavoro nelle quali lo studente ha un primo approccio con il mondo del lavoro, ma come giustificare aprioristiche collocazioni in aziende per studenti che vogliono laurearsi in giurisprudenza? L’imposizione di una scelta esterna che può pregiudicare il futuro dello studente?

Ma facciamo un passo indietro: come è nata l’istruzione italiana che oggi noi conosciamo? Quale riconoscimento dobbiamo alla storia dell’istruzione? Le leggi Casati e Coppino sono alla base del sistema scolastico odierno attraverso l’istituzione dell’obbligo scolastico. Nonostante i primi programmi scolastici nazionali, la scuola italiana era fortemente regolata da un indirizzo classista alla sua origine: i borghesi potevano permettersi di pagare quello che era l’indirizzo liceale che avrebbe istruito la classe dirigente, al contrario degli istituti tecnici che erano alla portata dei meno abbienti. Funzione fondamentale della scuola era l’omologazione degli studenti che, dal Veneto al Piemonte, erano perlopiù analfabeti e parlavano dialetti diverse. Insomma: la scuola era nata con la necessità di creare una identità nazionale.

Fu però sotto il fascismo che l’intero sistema scolastico ricevette i primi scossoni grazie ad una delle riforme più importanti nella storia italiana, la riforma Gentile, che, fra i molti provvedimenti, istituì l’esame di maturità (date quindi colpa a Gentile!) e il liceo scientifico, con significative rivalutazioni in merito all’ammissione all’università.

Molte altre riforme investirono il sistema scolastico italiano negli anni dell’unità, ma un capitolo a parte spetta moti studenteschi del ’68 grazie ai quali diminuì notevolmente l’impostazione classista e venne concesso l’accesso a tutte le facoltà indipendentemente dal titolo di studio acquisito: infatti, prima del ’68, solo chi era in possesso del diploma del liceo classico avrebbe potuto accedere a tutte le facoltà, mentre un accesso molto selettivo, quasi di “taglio specialistico”, interessava gli altri studenti.

I prodromi delle vecchie riforme sembrano dunque corretti: rivalutazione dei piani di studio e possibilità di accedere a tutte le facoltà. Cos’è dunque che è andato storto? Cosa spinge a diffidare nella nostra istruzione per cercare fortuna altrove? E, cosa ancora più bizzarra, perché qui non è facile e all’estero invece si?

E’ colpa del Sistema, potrete giustificarvi: un Sistema che si è inceppato da tempo e che gli studenti, i precari e i neolaureati non riescono a contrastare perché non dispongono di mezzi. Ma quali sono questi mezzi?

A pochi giorni dagli esami, centinaia di studenti si stanno preparando a sostenere gli esami di maturità. Molti di loro penseranno ai test dell’estate, molti al contrario inizieranno a lavorare. L’età della vera e propria scelta è questa qui? Quanto varrà l’esito di questi esami per il loro futuro accademico e poi lavorativo? Questo è quello che molti si chiedono: lavorare, finire presto gli studi? Gli studenti brancolano nel buio? E’ facile giudicare, ma bisogna essere consapevoli di non parlare senza cognizione di causa.

Quello che forse servirebbe all’istruzione italiana, nonostante notevoli pregi ma altrettanti difetti, è proprio questo: trasparenza e sicurezza. Nel panorama politico e sociale in cui siamo inseriti su scala globale è necessario declinare la preparazione scolastica secondo le esigenze del tempo, alla luce della mobilità internazionale e dalla ricerca di un lavoro, senza mai sacrificare costituenti culturali essenziali alla crescita umana degli studenti. Un sapere dunque che non deve essere fine a se stesso.



Andrea Colore