Pistole roventi e winchester tonanti

Vincenzo Filippo Bumbica

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Di solito, molti film del genere western sono ambientati fra i più spettacolari panorami d’America dove regnano i nitidi colori della natura selvaggia e incontaminata: il verde muschio dei fitti boschi si ravviva poi nello smeraldo di immense distese, limpidi specchi d’acqua riflettono l’azzurro turchino del cielo su cui un sole splendente tinge di arancio gli imponenti canyon. A perdita d’occhio, essi sovrastano l’immensa prateria su cui pascolano mandrie muggenti o scalpitanti, sorvegliate da fischiettanti cowboy che poi le conducono al passo dentro robusti steccati accanto ai confortevoli ranch di legno scuro col comignolo sempre fumoso.

Il paesaggio però cambia e sfuma l’intensità dei toni in prossimità della città dove vive una società basata sulla violenza poiché composta per lo più da uomini senza scrupoli che impongono la legge del più forte contrastati, a volte invano, da un manipolo di impavidi cittadini rispettosi della legge e in cui sorge il saloon, un abbagliante e illusorio centro permanente, frequentato dalla più varia umanità: ballerine, giocatori, bovari, ubriaconi, allevatori e affaristi, diventano avventori al pari di cowboy e ladri di cavalli, sceriffi e fuorilegge, biscazzieri e giocatori, cacciatori di taglie e ricercati, avventurieri e doppiogiochisti e possono trasformarsi all’improvviso in pistoleri.

Quelli veri però, i professionisti, sono uomini abituati a convivere sull’esile filo tra la vita e la morte, che per dare voce alle loro colt devono estrarre veloci, più veloci dell’altro: riempire ogni inesorabile minuto dell’attesa dando valore ad ognuno dei sessanta secondi decisivo a cogliere l’attimo giusto per sparare. E il più delle volte non lasciano scampo al malcapitato di turno.

Leggendari interpreti di innumerevoli pellicole di tal genere, tanti attori hanno legato il proprio volto (e in certi casi la loro fortunata carriera), a questa categoria di uomini che raccontano l’epopea dei cavalieri erranti che vagano in apparenza senza una precisa meta, ma ognuno con uno scopo ben preciso: difendere o eludere la legge. Essi dunque sfilano in una suggestiva carrellata cinematografica.

Pistoleri tradizionali e tiratori eccezionali

Il mitico John Wayne, un uomo tutto d’un pezzo, leale sincero e affidabile, con la sua andatura caracollante che denota sicurezza è abilissimo con la pistola, ma non disdegna il winchester; all’incontrario del suo degno compare l’ecologico James Stewart che tra laghi e fiumi si trova più a suo agio con la canna lunga.

Estrae l’arma alla velocità della folgore il nevrotico Billy the Kid alias Paul Newman per punire gli assassini del suo padrone; sparano con ambedue gli sputafuoco contro i Clayton, Burt Lancaster e Kirk Douglas in Sfida all’OK Corrall; imbottiscono di piombo nugoli di banditi messicani I magnifici sette: Yul Brynner, Steve McQueen e soci; coraggio e fortuna assistono Gary Cooper, l’integgerrimo sceriffo Kane rimasto solo nello scontro mortale con i tre avanzi di galera di Mezzogiorno di fuoco.

Rapinatori seriali e sceriffi fatali

Svelti di lingua e di mano Butch Cassiddy e Sundance kid (un brizzolato Paul Newman e il ragazzo che danza nel sole Robert Redford) sono due incalliti rapinatori di treni e di banche, accoppati più dal progresso che da un’infinita torma di rurales boliviani; un cuore ormai foderato di marmo arma la mano del disilluso sceriffo Pat Garrett (James Coburn) che non esita a uccidere l’ultimo dei romantici fuorilegge di un epoca; lo stesso destino tocca anche alla banda di Jesse James in I cavalieri dalle lunghe ombre (i fratelli Keach e Carradine assieme) mentre a Warlock, protetto da Anthony Quinn col suo gilet damascato, spadroneggia ciondolando il mellifluo Henry Fonda che stella in petto accarezza il calcio delle pistole in madreperla facendo intendere le sue vere intenzioni.

Bounty Killer e giustizieri, ricercati e avventurieri

Laconico, riflessivo, lucido, Clint Eastwood incarna la figura dell’implacabile pistolero pressoché imbattibile soprattutto nello scontro frontale. Dotato di una velocità di pensiero simile al morso del cobra che in un nano secondo si trasforma in azione, improvvisamente a questo biondo e delicato Bounty killer appare la colt in mano e dopo aver rigirato il sigaro in bocca, sforacchia con sibilanti pallottole colui che si trova di fronte: ad esempio, Ramon il tracotante possidente messicano che mira sempre al cuore; mentre il brutale tagliagole meticcio detto l’indio strafatto di droga (entrambi interpretati dal magnifico Gianmaria Volonté),  viene freddato dal valoroso colonnello Mortimer, il cacciatore di taglie per vendetta dal volto aquilino: Lee Van Cleef. Costui diventa rivale del “Buono”, quando indossa i i lugubri panni di un avventuriero cinico avido e irrefrenabile diventa Sentenza il “Cattivo”, anche in questo caso temibile cecchino. I due s’imbattono nel “Brutto” un miserabile avanzo di galera, scaltro, sporco e concreto detto Tuco (un superbo Eli Wallach) che prima spara e poi parla. Annunciato dal suono struggente di un’armonica: uno strumento che richiama il suo nome, silenzioso poiché intriso di brutti ricordi il determinato Charles Bronson in “C’era una volta il west”, affronta e uccide senza apparente emozione il mellifluo e prezzolato furfante Frank (ancora l’ottimo Henry Fonda) sadico colpevole dell’assassinio del fratello.

Gli spietati e il mucchio selvaggio

L’ottusa mentalità reazionaria di Gene Hackman, il perfido sceriffo di Gli spietati, già espressa nel precedente Duri a morire, risplende in tutta la sua cattiveria; al contrario di William Holden e la sua cricca del Mucchio selvaggio: una cricca di manigoldi che disgustati dalle miserabili condizioni di vita di poveri peones agevolate da governi di comodo, si redimono innescando una cruenta sparatoria finale dove giustiziano un sedicente generale messicano e tanti dei suoi accoliti prima di farsi massacrare da forze preponderanti. Gli ultimi eroi cinematografici di un mondo ormai e sempre più lontano, hanno le sembianze del paranoico Ed Harris spalleggiato da un irreprensibile Viggo Mortensen in Appaloosa e del ghigno beffardo dell’ottimo Jeff Bridges protagonista assoluto del remake di Il grinta, interpretato, a suo tempo, dal più inarrivabile Uomo del West che sia mai esistito: John Wayne cui questo pezzo viene amorevolmente dedicato.