Penny Chenery: un’altra vita, un altro sogno

“Ma i sogni, sono ancora sogni e l’avvenire è quasi passato”. Correva l’anno 1969 e quella signora ormai matura madre di quattro figli, si ricordò di essere stata una bambina sognatrice quando alla morte della madre e con il padre affetto da demenza senile, si trovò in mano i pezzi di un puzzle in cui sentimenti e cifre faticavano ad incastrarsi: si decideva la sorte dell’allevamento di cavalli di proprietà famigliare sull’orlo del fallimento e contro il parere del marito e del fratello che volevano disfarsene, lei stette ad ascoltare l’impulso del suo cuore che suggeriva alla mente un tuffo nel passato per un ritorno al futuro.

In quel momento rivide tutta la sua vita Penny Chenery, nata Helen Bates a New Rochelle nel 1922. A soli cinque anni aveva già imparato a cavalcare sotto la guida del padre sulle soffici distese dei prati smeraldini di Meadow Farm, il ranch di famiglia. Legata al genitore da una speciale corrispondenza di affettuosi sensi, fu quasi naturale che condividesse con lui altre scelte e una di queste fu quella dell’indirizzo scolastico: la scuola a sfondo ippico di Madeira.

Nel 1943 determinata più che mai divenuta signorina realizzò sé stessa conseguendo la laurea in storia americana allo Smith College e quasi subito cominciò a lavorare per una società che progettava imbarcazioni da guerra. Perduto improvvisamente l‘impiego in pieno conflitto mondiale sbarcò in Europa come crocerossina e nel 1946 quando ritornò sempre sotto la spinta paterna, s’iscrisse alla Columbia Business School: era una delle venti donne in mezzo a ottocento uomini.

Tre anni dopo sposò uno di questi: Jack Tweedy e per venti anni fu costretta dalle circostanze a essere scelta invece di scegliere. La sua era la vita ordinaria di una madre tranquilla e di una donna consapevole, moglie di un affermato avvocato.

Ora, benché completamente digiuna di ogni cognizione sul mondo ippico, essa tenta di acchiappare per la coda la sua ultima occasione: smette i panni della classica casalinga americana a tempo pieno e si divide in egual misura tra obblighi di famiglia in Colorado e ruolo di manager in Virginia, perché imparata l’arte è giunto il momento che non può più metterla da parte.

Per uno strano accordo del padre, quel giorno di agosto sul finire degli anni sessanta a Saratoga, Penny contende per sorteggio la proprietà di uno dei due puledri figli dello stallone Bold Ruler al filiforme proprietario allevatore Ogden Phipps, un impettito aristocratico del sud. Eccolo davanti a lei contenuto in un elegante e rigoroso abito adatto alla cerimonia disegnare compiaciuto un bonario sorriso di sufficienza, quando la moneta lanciata in aria dal corpulento Bull Hancock, cessa il suo tintinnio per esprimere il suo verdetto: lo spocchioso gentiluomo ha diritto di precedenza e tra i due puledri sceglie Somethingroyal. Una valutazione errata col senno del poi che però diventa un segno del destino: quel cavallo ben presto non avrebbe lasciato nessuna traccia di sé, mentre è premiato il coraggio di una donna che così diventa allevatrice di un futuro fuoriclasse a quattro zampe.

Comincia così la storia d’amore profonda e magica tra essere umano e animale, quando a lei perdente tocca quest’ultimo puledro, l’unico rimasto del secondo anno e il 30 marzo del 1970, viene alla luce col suo manto color nocciola Red One (così sarà sempre chiamato dal suo stalliere Eddie Sweat) poi ribattezzato Secretariat dalla fedele segretaria della fattoria miss Elizabeth Ham: un puledro subito ritto sulle gambe, un purosangue che a poco a poco assomiglia sempre più a una Rolls Royce in mezzo a tante Volkswagen, un cavallo che vincendo tre corse spalmate in cinque settimane: il Kentucky Derby di Louisville, le Preakness Stakes di Baltimora e le Belmont Stakes di New York nel 1973, dopo la bellezza di venticinque anni sfata una specie di maledizione aggiudicandosi l’ambita Triplice Corona Usa per entrare di diritto nella leggenda ippica di tutti i tempi. E così succede che la sua carezzevole e per niente arrendevole proprietaria Penny Chenery infrange un tabù storico e irrompe nel mondo ultra maschilista degli allevatori e delle corse dei cavalli.

“Non ho mai pensato a cosa sarebbe successo nella mia vita, se il sorteggio avesse avuto un esito diverso. Non sono mai stata una persona che guarda indietro”, dichiara alla fine della carriera del più grande dei galoppatori americani, l’inossidabile Penny prima donna ad essere ammessa nell’esclusivo The Jockey Club e a tutt’oggi membro effettivo. E siccome la fortuna è cieca, lei invece si lascia intravedere e preferire perché non privilegia in alcun modo gli squallidi interessi di bottega legati all’interesse. Finisce così per amore del suo cavallo a rinunciare ad una faraonica offerta ben superiore ai sei milioni di dollari che al momento difficile del pagamento della tassa di successione della proprietà avrebbe salvato in un amen capra e cavoli, guadagnandoci sopra anche un bel po’.

Ma buona stella e coraggio non sarebbero bastate se non fosse che donna intelligente, colta, intuitiva e con molto spirito d’iniziativa, si sbarazza ben presto di collaborazioni sbagliate, rimette a posto i traballanti conti e soprattutto si circonda delle persone giuste al momento giusto e ingaggia, tra non poche difficoltà, Lucien Laurin un eccentrico allenatore che giorno dopo giorno adatta la potenza del cavallo alla strategia di corsa e Ron Turcott un fantino più che spericolato ma sensibile al punto da sentire sulla punta delle dita quando lasciarlo andare a briglia sciolta. Ambedue franco-canadesi, questi artefici di un grande miracolo sportivo, erano considerati oltre che scomodi, quasi bolliti.

In un mondo che già a quei tempi si avviava ad essere sempre più prigioniero del denaro e del potere, ecco una storia particolare, all’inizio sbagliata poi complicata e infine esagerata perché lievitata a dismisura oltre il suo più semplice intento.

Una storia speciale con protagonista Penny Chenery, un’indomita signora che in quel cavallo vede  la proiezione della sua vita: Lei è in corsa per il futuro perché deve vincere la gara contro le opposizioni famigliari; Lei è il campione che alla fine salva la fattoria e onora la memoria del padre deceduto poco prima; Lei è la donna che riscatta tutte le donne del mondo prese in ostaggio dalla vita. E Lei che poco prima della corsa decisiva, si lascia trafiggere l’anima dallo sguardo umano del quadrupede a cui amorevolmente bisbiglia:” È la vita che corre davanti a noi, cerchiamo di raggiungerla”.



Vincenzo Filippo Bumbica