Pena e detenzione: nuovi modelli di rieducazione

Di Marco Salvadego per Social Up!

Partiamo da un presupposto, parlare oggi di sanzione penale e in particolare di pena detentiva ha senso solo se questa ha una finalità preventiva, se cioè aiuta a diminuire il numero di crimini (in caso contrario diventa solo il pretesto per isolare il condannato dalla società). Tale finalità va poi coniugata con l’aspetto individuale della pena, infatti l’articolo 27 della nostra Costituzione parla di funzione rieducativa della pena, il sistema penale, cioè, deve riabilitare e reintegrare il reo nella società (almeno tendenzialmente); ma questo scopo riabilitativo è influenzato da come la società stessa percepisce e intende la pena. Rieducare significa riattivare il rispetto dei valori fondamentali della vita civile; si richiede quindi anche la partecipazione attiva dei cittadini per riammettere l’individuo all’interno del tessuto sociale.

Capire come la società si rapporta ad un condannato e perché punisca un suo individuo significa capire molte cose sullo stato di salute di quella società; si può dire che il reinserimento del reo sia la cartina tornasole di un tessuto sociale in buona salute. Una rapida occhiata a nord ci aiuta a capire come.
In un articolo del New York Times del 26 marzo 2015 si mette a confronto il sistema carcerario norvegese con quello statunitense. Nel carcere norvegese di Halden le celle sono dotate di bagno con doccia, scrivania e televisore; vi sono numerosi spazi in comune e una fornita biblioteca, la cinta muraria è camuffata. Il tutto garantisce libertà di movimento e un’atmosfera serena e rilassata. Questo perché si parte dal presupposto che i detenuti devono essere trattati in modo umano se si vuole la loro risocializzazione. Ancora, sempre in Norvegia il carcere di Bastoy (criticato da molti per essere un hotel a cinque stelle per detenuti) è composto da 88 residenza in un isola a largo di Oslo. I detenuti sono liberi di girare per l’isola, con il solo obbligo di coprifuoco dalle 23 alle 7. In cambio devono lavorare e studiare in attesa del reinserimento in società. Il tasso di recidiva è del 16% contro il 70/75% del resto d’Europa. In Svezia molte carceri rimangono vuote, a causa della diminuzione del numero di carcerati.

In generale il tasso di recidiva nei paesi scandinavi si aggira intorno al 20%. Naturalmente a fronte di realtà carcerarie molto piccole, e economia di consolidato walfare la comparazione con sistemi come quello italiano che conta circa 53.000 detenuti diventa molto difficile, ma può essere uno spunto per ripensare al nostro sistema carcerario. Appurato che c’è una relazione tra trattamento umano del detenuto (con istruzione e meccanismi di reinserimento) e diminuzione della recidiva, si può discutere sui metodi, senza dover arrivare alle vette raggiunte da Norvegia e Svezia (dove si arriva ad una spesa di 85.000 euro annui per detenuto, evidentemente insostenibile nel resto d’Europa).
Nonostante il fatto che la pena detentiva sia quella più diffusa ma allo stesso tempo quella più invasiva della libertà individuale, il sistema carcerario di questi Paesi permette al detenuto di organizzare responsabilmente la propria routine nel carcere, agevolando la sua riabilitazione attraverso una maggiore responsabilizzazione.

L’Italia ha bisogno di ripensare al suo sistema carcerario inumano (sentenza CEDU) non solo per il bene del detenuto, ma soprattutto per limitare l’effetto criminogeno che le carceri hanno oggi. Se non si tiene presente questo, il carcere diventerà sempre più un luogo dove non si forniscono risposte al bisogno di rieducazione, ma si creano solo nuovi problemi. In conclusione la pena deve essere utile, sia al condannato che alla società. Se si rompe questo rapporto non siamo più nel campo del diritto.



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