Oscar a DiCaprio, il duello

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di Victor Venturelli e Luca Tognocchi per Social Up!

La vittoria di Leonardo DiCaprio ha diviso il pubblico, per questo vi presentiamo due visioni opposte sull’argomento:

Cinque nomination, un Academy Award.
Questa è la storia di uno dei migliori attori in circolazione nella scena cinematografica internazionale. Il nome l’avrete già capito, stiamo parlando di Leonardo DiCaprio.
Il 28 Febbraio 2016 è riuscito ad ottenere l’ambita statuetta per un film, The Revenant – Redivivo di Alejandro G. Inarritu, capace di mostrarci ancora una volta la sua incredibile predisposizione alla recitazione con ruoli, per così dire, inusuali e sicuramente impegnativi dal punto di vista fisico e psicologico.
La platea del Dolby Theatre di Los Angeles si è alzata tutta in piedi per omaggiare il vincitore dell’Oscar al Miglior Attore Protagonista dell’88esima edizione.
Un premio meritatissimo secondo alcuni, per altri invece no, dato il presunto ruolo “sottotono” rispetto ad altre interpretazioni per cui è stato candidato precedentemente. Ruoli in ogni caso che ci hanno fatto appassionare, divertire, emozionare e che lo hanno visto concorrere per l’Oscar ben quattro volte prima di vincerlo: nel 1994 per Buon Compleanno Mr. Grape, nel 2005 per The Aviator, nel 2007 per Blood Diamond e nel 2014 per The Wolf of Wall Street.
Un curriculum cinematografico alle spalle che farebbe accapponare la pelle a chiunque, un premio giusto, dovuto e necessario ad un artista che fa del proprio lavoro la propria vita, che recita ogni ruolo con trasporto.
Tante le occasioni sfumate nonostante l’evidente merito, tante le pellicole per cui non è stato candidato ma degne di essere menzionate: The Departed, Inception, Shutter Island, Django Unchained e ancora Il Grande Gatsby, Revolutionary Road.
E’ vero, quest’anno forse l’interpretazione non è entrata nel cuore di tutti, ma sicuramente è rimasta nel cuore al buon Leo che ha trovato il giusto coronamento per uno dei suoi film più sofferti, più crudi e più veri che abbia mai girato.

Tuttavia altri pensano che questo Oscar vada a tutti noi, che in qualche modo ce lo siamo meritati, più del legittimo vincitore probabilmente. Per “noi” intendo il popolo di Internet, che con due anni di pubblicità pro bono serrata e martellante è riuscito a stremare la giuria di Golden Globe e Oscar e a far vincere a DiCaprio la tanto agognata statuetta. Anni fa si parlava della “sudditanza psicologica” degli arbitri nei confronti delle squadre prestigiose, quest’anno è successa la stessa cosa: Leo si è presentato con una schiera di fan pronti alla morte per la sua vittoria. Schiera composta in buona parte da persone che hanno visto solo il suo film fra i cinque in concorso per il premio e lo hanno visto doppiato, come gli altri (sempre se li hanno visti). Questo è uno dei premi più “rubati” dell’anno, forse il caso più eclatante. È necessario porsi una domanda: che cosa viene premiato? Le fatiche fatte per interpretare il ruolo? Un percorso o un attore in senso lato? O forse, come dovrebbe essere, unicamente la singola interpretazione, e di essa solo ciò che è impresso sulla pellicola? A detta degli stessi fan i motivi che hanno portato alla vittoria sono i primi due, per esempio tutte le millantate imprese come aver dormito dentro un cavallo, sopportato il freddo, ore di make-up, etc. Tanto di cappello ad un attore dedito alla causa ma abbiamo perso di vista cosa sia il lavoro dell’attore. Ogni attore violenta se stesso in modi che chi non lo ha mai fatto non può nemmeno immaginare, e le fatiche fisiche sono un’appendice di poco conto, anzi forse riescono a distrarre dalle fatiche psicologiche, quelle che hanno portato molti attori alla morte stessa. DiCaprio con questo ruolo ha dato fondo ad un’interpretazione unicamente fisica che non è nelle sue corde. Lui è un attore che si realizza nel dialogo e nella parola, e non ha restituito profondità e tridimensionalità al suo personaggio, anche se forse non ce n’era nemmeno sulla carta. Dopo aver visto la sua interpretazione, possiamo, in tutta coscienza, dire chi è Hugh Glass? Ne abbiamo esplorato la psiche, le motivazioni, i conflitti? No, e questo diventa ancora più evidente se paragonato agli altri attori candidati. Sorvolando su Matt Damon, il vero miracolato di quest’anno, e su Eddie Redmayne, che aveva già vinto l’anno scorso, dobbiamo fare i conti con due attori di primissima categoria, quali Brian Cranston e Michael Fassbender. Questi due, parafrasando Samuel L. Jackson in Pulp Fiction, giocano in un altro campionato o direttamente ad un altro sport. Entrambi hanno dato perfettamente vita a personaggi estremamente complessi, con parabole di evoluzione e sviluppo che ne hanno esaltato le capacità, e sono stati messi alla prova in modi molto diversi. Cranston ha dato vita ad un uomo e al suo conflitto con arte e politica nel corso di anni molto difficili della storia americana, mentre Fassbender ha interpretato un’icona pop nel suo “dietro le quinte”, togliendo tutto il conosciuto, spogliando il mito e restituendo l’uomo. Ma non hanno dormito dentro un cavallo, quindi mi dispiace, ma niente Oscar.