Noi: quando il nemico siamo noi stessi

Gian Luca Giosuè

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Se un giorno si vuol essere una persona, bisogna tenere in onore anche la propria ombra. (Friedrich Nietzsche)

Dopo il grande successo di Scappa-Get Out, divenuto un piccolo cult, soprattutto a seguito del premio Oscar vinto per la miglior sceneggiatura, Jordan Peele torna nelle sale con un nuovo ed inquietante progetto, forse anche più ambizioso del primo. “Noi”, un titolo decisamente azzeccato per un film incentrato proprio sul doversi confrontare col nemico più pericoloso di tutti: noi stessi. Siamo infatti proprio noi a conoscere le nostre mosse, le nostre paure, i nostri punti deboli… 

Fare i conti con se stessi diventa essenziale per ottenere la vittoria, ma il film non parla solo di questo. Esattamente come in Get Out, Noi presenta una sottotrama nascosta, i cui riferimenti sono disseminati per il film senza mai essere spiegati in modo esaustivo. Rimettere insieme i pezzi ed entrare nell’ottica del regista diventa dunque parte fondamentale della visione e, data la sua complessità, afferrarla dona allo spettatore un certo grado di soddisfazione.

Noi: Trama

La narrazione si apre mostrando una bambina che subisce un tremendo trauma mentre si trova sulla spiaggia di Santa Cruz. Molti anni dopo, quella stessa bambina, ormai divenuta donna e madre, si ritrova a trascorrere le vacanze sulla medesima spiaggia, con la sua famiglia nera borghese. I timori segreti della protagonista Adelaide si concretizzeranno con l’arrivo dei terrificanti doppelgänger della sua famiglia, compreso il suo, Red, una donna col suo stesso viso ma le cui inquietanti e caricaturali espressioni facciali, diventeranno presto l’elemento caratterizzante dell’intera visione.

Rispetto a Get Out, in cui Jordan Peele affronta la tematica del nuovo razzismo postmoderno e politicamente corretto dell’America bianca, in Noi il regista si svincola dalla questione razziale per affrontarne una ugualmente complessa ma più universale e che comprende (letteralmente) l’intero territorio statunitense. Il film stesso si rivolge principalmente ad un pubblico americano, cercando di metterlo di fronte a se stesso e alle proprie ipocrisie.

Noi: Regia e Sceneggiatura

Nonostante sia un horror thriller, Noi non cerca mai di terrorizzare il suo pubblico fino in fondo o di farlo saltare dalla sedia. Cerca invece di sprigionare un forte senso di angoscia che inchioda lo spettatore alla poltrona e lo cattura completamente. Anche in quest’ultimo film è presente però l’umorismo demenziale del suo autore che arriva a spezzare più volte la tensione, ma senza mai risultare nauseante.

Da un punto di vista più tecnico, Peele ha dimostrato di essere davvero un grande regista. Il film risulta estremamente curato e coerente, i molti riferimenti alla sottotrama si incastrano benissimo con la narrazione. La direzione degli attori è magistrale, in particolar modo di Lupita Nyong’o (Adelaide/Red) che con i suoi movimenti controllati e repentini, buca lo schermo, fornendo ancora una volta una grandissima prova attoriale. La ciliegina sulla torta è data invece dalle musiche della colonna sonora che, partendo con un motivetto agghiacciante, si schiudono man mano che procede la narrazione, fino ad un’esplosione di pathos nelle scene finali. 

Noi: Sfumature di Terrore

Si dice che l’opera sia sempre più intelligente del suo autore. Nel tentare di analizzare un prodotto così ambiguo ed oscuro come Noi, non si può evitare di chiedersi se tutte le impressioni ricevute dallo spettatore rientrassero o meno nel piano originale del suo autore, o se non siano invece degli effetti collaterali. Una cosa è certa: Noi è un film complesso e molto intelligente. Esso presenta principalmente due livelli di comprensione, uno letterale ed evidente, ed uno nascosto, molto più metaforico ed allusivo. 

Il primo livello è comunque molto avvincente ed inquietante, ma la sensazione più gratificante la si ottiene quando ci si rende conto che Noi va ben oltre il semplice scenario apocalittico e lo scontro con se stessi. Il doppelgänger stesso diventa una metafora di dualità, che non si limita ai pochi personaggi ma che ha un significato più ampio. Il film critica aspramente l’ipocrisia della società americana, che inneggia alla democrazia pur rimanendo comunque estremamente classista. Ritrae il mondo del “meglio a te che a me”, “mors tua vita mea”… In cui le persone fingono di avere a cuore la sorte del prossimo, solo per una questione di forma. 

Jordan Peele è estremamente bravo nel far passare un messaggio fondamentale: la nostra società è costruita in modo tale che, per ogni persona che vive una vita agiata, ce ne sta almeno un’altra che vive nell’indigenza. L’intrigante plot-twist finale, estremamente amaro ma efficace, ci ricorda inoltre che l’essere sulla cresta dell’onda non ci è stato dato per diritto di nascita o per valore personale, ma semplicemente per caso. Il nostro diritto alla felicità non è e non dovrebbe mai essere superiore a quello di chi non l’ha mai avuta. Quando è la società a sbagliare, non c’è scaricabarile che regga, poiché di quella catena di colpe e falsità facciamo tutti parte. E per quanto possiamo invocare la libertà, pur sempre di catene si parla…