E se il mondo non fosse più grande di una stanza? – Room

In #Travel, SPETTACOLO by Noemi D'AlessandroLeave a Comment

Immaginate una stanza.

Un letto, un lavandino, una vasca da bagno, un armadio e una tv, unica vera “finestra” all’infuori dell’unico quadrato di cielo che vi è concesso vedere attraverso una minuscola apertura sigillata da uno spesso vetro, talmente piccola da non permettere alla luce del Sole di entrare.

Immaginate un ciclo sonno-veglia regolato da luci artificiali che qualcuno accende e spegne a sua discrezione, modificando la vostra percezione del tempo e della realtà. Immaginate l’aria stantia, immaginate di non poter vedere altro che questa stanza, per anni.

Immaginate una porta che si apre e si chiude con un codice che solo il vostro aguzzino conosce. Sì perché in quella stanza fetida non ci siete finiti da soli, vi ci hanno portati e murati vivi, in un immeritato isolamento.

Immaginate di dipendere da questa persona. E’ lui che decide se potete mangiare, quanto potete mangiare, cosa potete mangiare. E’ lui a portarvi vestiti e coperte, o a toglierveli. E’ lui a decidere quanto tempo potete guardare la tv, per quanto tempo potete usufruire della corrente elettrica. E’ lui a decidere se farvi morire di caldo o di freddo.

E’ sempre lui a entrare nella stanza quando vuole e a usare il vostro corpo a suo piacimento.

E’ sempre lui a frenare ogni moto di ribellione sul nascere, a suon di calci, pugni, vessazioni continue e umiliazioni.

E voi dovete lasciarlo fare, dovete permettergli di fare di voi tutto quello che vuole e trasformarvi in gusci vuoti quando lui è lì. Reprimere odio e rabbia, lasciare che le urla vi muoiano in gola mentre lui vi spoglia, vi porta a letto e fa di voi quel che vuole. E allora non vi resta che guardare verso quell’unico pezzo di cielo che vi è concesso e sperare che passi presto.

Ora, immaginate di dover spiegare tutto questo a un bambino di cinque anni.

Non c’è sole, non ci sono i cani, i gatti, le montagne, gli alberi. Non c’è nulla di quello che si vede in tv. Esiste solo la stanza in cui ci troviamo, fuori c’è lo spazio. Il signore che viene ogni sera e ci porta dei doni è un mago! Fa le magie, per questo può viaggiare da un mondo all’altro e portarci cose da universi lontani. Per questo non devi guardarlo mai, né toccarlo, né parlarci. Per questo la mamma deve chiuderti nell’armadio ogni volta che il signore magico viene a trovarci. E tu non ascoltare, non guardare attraverso i buchi nel legno. Tu conta il tempo che passa, uscirai dall’armadio e sarà tutto come l’hai sempre visto: tu, la tua mamma e la stanza.

Tutto questo, è Room, film drammatico diretto da Lenny Abrahamson e basato sul romanzo omonimo di Emma Donoghue che racconta la storia di Joy, ventiquattrenne tenuta prigioniera per sette anni da un uomo, Il Vecchio Nick. Sette anni in cattività, tra abusi e violenze dalle quali è nato il piccolo Jack. Come tutti i bambini della sua età, Jack ama giocare, correre, muoversi, chiedere, assecondare la sua curiosità ricorrendo a spiegazioni fantasiose e del tutto campate in aria, basate su quella realtà distorta nella quale è costretto a vivere, senza saperlo, perché Jack non ha idea di cosa sia il mondo esterno. La sua mamma gli ha detto che non esiste, che è tutta una finzione che si vede solo in tv. Che il mondo inizia e finisce nella stanza, che tutto è immobile e rarefatto non per cattiveria, non per ingiustizia, ma perché è così.

La prima parte del film è interamente ambientata nella stanza. Scene talmente claustrofobiche, inquadrature volutamente ripetitive che ti fanno sentire in trappola, assieme a Joy e Jack e che ti portano a tirare frequenti sospiri di sollievo ogni volta che realizzi di essere libero di uscire dalla tua stanza quando ti pare.

Un film che si muove agilmente tra dolcezza e crudeltà, tra reale e immaginario. E’ doloroso doversi far carico, assieme a Joy, del peso delle sue bugie. E’ meraviglioso e terribile entrare nella routine della Stanza, e ancor più terribile è la consapevolezza che questa storia è stata ispirata da un’altra storia, se possibile ancora più atroce.

Josef Fritzl, il mostro che segregò sua figlia Elisabeth per 24 anni, abusando continuamente di lei. Dai rapporti incestuosi, nacquero sette figli.

Emma Donoghue, infatti, ha scritto il suo Room dopo che il caso Fritzl è rimbalzato sui giornali di tutto il mondo. Joy e Jack sono nati dalla penna della Donoghue e dalla tragedia di Elizabeth, ragazza austriaca rapita e tenuta prigioniera dal padre per ventiquattro anni durante i quali ha dato alla luce sette bambini, figli di quella violenza inumana. Di quei bambini, uno morì a pochi giorni dal parto per via di complicazioni respiratorie; tre furono adottati dal padre/nonno e gli altri tre vissero con la madre fino al giorno della liberazione, nell’Aprile del 2008. La figlia maggiore vide la luce del Sole per la prima volta a 19 anni.

Non ci sono parole, non c’è un modo per descrivere l’orrore. Non ci sarà abbastanza rabbia, abbastanza indignazione, abbastanza incredulità, nulla che possa cancellare episodi come questo. Perché di storie come quella di Elisabeth ce ne sono a centinaia: Natacha Kampusch, Fusako Sano, Michelle Knight, Amanda Berry, Gina DeJesus e chissà quanti altri prigionieri che come loro hanno scontato (o scontano tutt’ora) una pena ingiusta, una condanna senza processo e senza motivo, hanno trovato in Room un modo per far sentire le loro voci, per urlare le loro storie affinché non vengano dimenticate. E stavolta, questa stanza, non le inghiottirà.