Ludopatia: una “dipendenza senza droga”

La schedina, le scommesse, la lotteria, il superenalotto, i gratta e vinci, le slot machine, i giochi on-line. Sono questi gli “strumenti” di un fenomeno sempre più dilagante in Italia: la dipendenza da gioco d’azzardo.

L’UOMO E IL VIZIO DEL GIOCO: UNA DIPENDENZA ANTICA

L’attività giocosa rappresenta da sempre una tradizione degli esseri umani legata alla convinzione di essere onnipotenti.  Nella storia e nel tempo, infatti, si sono sviluppate molteplici forme di giochi di rischio associati quasi sempre al “caso”. Ne esistono tracce sia nei reperti archeologici (dadi e oggetti similari), che negli antichi manoscritti relativi ai popoli orientali dell’antico Egitto, della Cina, del Giappone e dell’India. Ma ritroviamo delle tracce anche nelle narrazioni sull’antica Grecia legate alle scommesse degli indovini sui risultati dei giochi olimpici e sull’antica Roma, dove si scommetteva sui combattimenti dei gladiatori.

GIOCO LEGALIZZATO: PROBLEMA SOCIALE

Oggi la crescenti possibilità di scelta tra una vasta gamma di tipologie di gioco, ormai sempre più legalizzate, ha reso il “gioco” un vero e proprio problema sociale. Così i giocatori d’azzardo vanno dagli amanti dei giochi da Casinò e delle slot-machine, agli appassionati dei videogiochi che si lasciano conquistare dai sempre più diffusi videopoker, a quelli che preferiscono i giochi d’azzardo popolari, come le lotterie, il gioco di numeri e di gratta&vinci, fino al Bingo, la moderna trasformazione del gioco della tombola, che, proprio grazie a questa somiglianza ad un usanza festiva legata alla dimensione familiare, riesce a conquistare anche interi gruppi. Ma quando il gioco d’azzardo diventa patologia? Quando da vizio si trasforma in dipendenza?

LA “MALATTIA” DEL GIOCO

Un giocatore veramente dipendente è una persona in cui l’impulso per il gioco diviene un bisogno irrefrenabile e incontrollabile. A ciò si accompagna una forte tensione emotiva ed una incapacità, parziale o totale, di ricorrere ad un pensiero riflessivo e logico. L’autoinganno e il ricorso a ragionamenti apparentemente razionali assumono la funzione di strumenti di controllo del senso di colpa e innestano ed alimentano un circolo autodistruttivo. Se si perde, si deve continuare a giocare per “riuscire almeno a recuperare i soldi”. Al contrario, se si vince si deve continuare ugualmente perché è il suo giorno fortunato. La “malattia del gioco” si caratterizza per il raggiungimento di uno stato similare alla sbornia, con una modificazione della percezione temporale, un rallentamento o perfino blocco del tempo fino ad uno stato di estasi ipnotica.

DIPENDENZA  SENZA DROGA

Si sa ancora troppo poco di questa “dipendenza senza droga”. E’ la gente comune che rifiuta di conoscere e ammettere l’esistenza di tale patologia, fino a quando, come un fulmine a ciel sereno, irrompe nelle loro vite. E, quando accade, è troppo tardi, sia per il giocatore, sia per la sua famiglia, sia per il patrimonio che ha sperperato. E’ proprio alla gente comune che si rivolge Fabrizio De Giovanni con il suo spettacolo teatrale “Gran Casinò – Storie di chi gioca sulla pelle degli altri”, scritto con Ercole Ongaro. Obiettivo:  “dissuadere le persone dal giocare: dalle slot machine ai casinò, dalle lotterie ai gratta e vinci”.

“GRAN CASINO'” : LO SPETTACOLO

“Tanto nelle grandi città quanto nelle province, assistiamo ad una proliferazione dell’offerta del gioco d’azzardo legale, sostenuta da una promozione pubblicitaria sempre più massiccia e aggressiva”, afferma De Giovanni. Una critica la sua contro chi si arricchisce e specula sulla povertà, sull’emarginazione, sullo sfaldamento delle famiglie. Da qui l’idea di uno spettacolo, con la regia di Gilberto Colla, per parlare direttamente al pubblico, per aprirgli gli occhi, per spingerli a combattere contro un “cancro sociale” dilagante, a cui sembra non ci sia cura. “L’azzardo non è un gioco”: forse è ora di ricordarlo.



Catiuscia Polzella