Louis Vuitton e Trump: il fashion system si dissocia

Nicholas Ghesquière sguaina l'hashtag #trumpisajoke e sul web partono le prime proposte di boicottaggio: scopriamo la falla nel sistema

Gli accordi economici tra Louis Vuitton e Trump hanno fatto infuriare la direzione creativa del brand ed il fashion system. Primo tra tutti Nicholas Ghesquière, direttore creativo del marchio, che si è pubblicamente schierato contro la scelta del brand usando l’esplicativo hashtag #trumpisajoke.

L’opinione degli insider

Tradotto: “Prendo posizione contro ogni azione politica. Sono uno stilista e come tale rifiuto questa associazione.”

Il direttore artistico Donna di Louis Vuitton parla chiaro. Da anni votato all’inclusività e al gender-fluid Ghesquière dichiara di rifiutare ogni tipo di associazione tra la storica casa di moda francese e il presidente Trump. A sostenere la sua presa di posizione sono accorse circa 9.000 persone. Tra cui anche nomi conosciuti dell’industria come Camille Miceli, direttore creativo del settore accessori di Louis Vuitton, Julien Dossena, direttore creativo di Paco Rabanne, il caporedattore di Out Magazine Phillip Picardi, Giambattista Valli in persona, il direttore creativo di Vogue UK Edward Enninful, la giornalista Nicole Phelps e la modella transgender Teddy Quinlivan, che ha commentato: “BRAVO! Grazie per aver preso posizione dalla parte giusta della storia.”

Ma la direzione economica..

Sembrerebbe di opinione contraria Bernard Arnault, facoltoso presidente della società madre di Louis Vuitton, LVMH che dice: “Non ho un ruolo politico: non sono qui per giudicare il modo di fare politica di Trump”. Il dirigente, amico di vecchia data del presidente americano afferma che la mossa della compagnia ha due scopi: sigillare l’impegno economico con il mercato americano e aggiungere una vittoria all’iniziativa Pledge to America’s workers del presidente Trump, che punta a creare 1000 posti di lavoro e buoni stipendi per i suoi dipendenti americani. Il progetto fa parte delle scelte del “The Donald” di risollevare il made in Usa e rientra nella campagna elettorale 2020 del presidente Trump in una zona, il Texas, davvero sensibile alle sue politiche.

Donald Trump ha fieramente tagliato il nastro rosso all’inaugurazione del nuovo stabilimento di Rochambeau Ranch giovedì 17 ottobre, tra fotografi e grandi sorrisi. Il presidente dice di conoscere bene lo stilista francese che “gli è costato molto nel corso della sua vita” ammiccando ai regali fatti alle ex-amate, alla moglie e alla figlia Ivanka, che però per l’occasione indossa una borsa Chanel.

La scelta del gruppo LVMH  ha segnato un momento topico nella storia di Louis Vuitton. La produzione americana di accessori in pelle riporterà l’etichetta “made in Usa”. Una scelta che delocalizzerà ancora di più il brand dalla sua terra di origine dove storia e cultura di intersecano, con il rischio di rendere scontente le clienti affezionate alle “petit mains” della confezione parigina. Ma ancor più particolare è il defilato comportamento della casa di moda nei confronti di questa mossa.

La falla nel sistema

Nonostante l’apertura di una fabbrica americana rappresenti l’inizio di un sodalizio politico ed economico tra potenze economiche mondiali, la notizia non è stata pubblicizzata dal brand. Non sono presenti annunci, riferimenti o contenuti prodotti direttamente dal brand riguardo l’inaugurazione. Solo LVMH ha pubblicato una foto di Trump sulla sua pagina Instagram. Che sia simbolo di una scissione tra nucleo creativo e nucleo economico della firma?  E’ evidente che l’anima creativa della maison parigina non ci sta, e con lei gran parte del sistema. Una scelta fatta sicuramente nell’ottica dell’aumento dei profitti e della produttività per rispondere alla domanda del mercato americano, che per Louis Vuitton è il più importante su scala internazionale, a detta di Arnault.

Gli affari sono affari, si sa, ma l’etica della maison? I consumatori vorranno associare il logo LV al sornione volto di Trump? Su questo fronte si è mosso il web. L’hashtag #trumpisajoke ha raggiunto i 55.927 post, Diet Prada ha sfornato i suoi mitici meme e l’opinione pubblica è in rivolta. Le prime proposte di boicottare Louis Vuitton e tutti i marchi appartenenti a LVMH, tra cui le firme Givenchy, Fendi, Christian Dior, Sephora, Fenty Beauty partono dal sito GrabYourWallet: “Creare posti di lavoro non è una scusa sufficiente ad ignorare comportamenti moralmente ripugnati” conferma la CEO Shannon Coulter.

Louis Vuitton non ha ancora rilasciato commenti, così come il presidente Trump. Questa scissione apre un dibattito etico tra business e arte. Siamo sicuri che ne vedremo delle belle.