Leone d’Oro nell’anno di Dante: a chi, se non a Benigni?

Dalla riuscita satira sulle banche del debutto registico di un discreto “Tu mi turbi” (1983) alla poesia de “La vita è bella” (1997) che gli valse l’Oscar come miglior attore, Roberto Benigni non s’è mai arreso nel divertire con colta intelligenza, sebbene tutti gli ostacoli e i difetti che, specie all’inizio, dovette affrontare.

Benigni
La Biennale di Venezia

Un po’ come tanti agli esordi, a meno che non ti chiami Massimo Troisi e sei un genio sin dal tuo primo film. Eppure, fu proprio grazie al “comico dei sentimenti” che Benigni è entrato a buon diritto nell’Olimpo delle pietre miliari della comicità con “Non ci resta che piangere”, co-diretto ed interpretato negli anni Ottanta al fianco di Troisi.

Un talento che cominciava a farsi strada, fino a trovare pieno affinamento nell’ultimo lungometraggio di un Fellini deluso dalla società, ma non per questo stanco di raccontarla, facendone scaturire tutti i dubbi e le perplessità, plasmando il nostro Roberto in un immaginario onirico-poetico che lo equiparò al grande Giacomo Leopardi.

Ebbene, “La voce della luna” (1990) fu il trampolino di lancio dopo un ruolo perfetto: l’anno dopo sarà chiamato dal regista Jarmusch per una produzione internazionale coinvolgente diversi Paesi (“Taxisti di notte”).

La comicità grottesca ormai era la sua cifra, cosicché riscossero un particolare successo critico “Johnny Stecchino” dello stesso anno e “Il mostro” del 1994, entrambi da lui diretti ed interpretati.

La vera svolta internazionale la ebbe, tuttavia, con il suo “La vita è bella”, poetica denuncia in chiave “comicamente delicata” della Shoah: era riuscito a trattare con “leggerezza” un tema tanto grave, e prima di allora sarebbe stato impensabile.

Benigni
Famiglia Cristiana

Un film che è riuscito, per sua stessa natura, a farsi così tanto amare da essere subito adottato già a partire dalle scuole elementari per sensibilizzare su un tema ancora oggi di grande dibattito.

Piacque così anche al francese Claude Zidi, che lo volle per il suo “Asterix e Obelix contro Cesare” (1999), poi fu sempre il nostro toscano, ex “nuovo comico” ed “alterego di Francesco Nuti”, a porsi sulla scena con un lavoro di grande impatto, sia economico che mediatico: quel “Pinocchio” del 2002, che tra critiche e incertezze secondo molti, ha comunque manifestato tutto l’amore e l’omaggio per il cinema di quel Federico Fellini che l’aveva consacrato iconicamente.

Benigni
Elleppi

Dedicandosi anche al teatro e alla televisione, tra show e letture della “Divina Commedia” di Dante Alighieri, negli anni 2000 al cinema ha fatto poco, ma puntando sempre in alto: dopo il suo ormai cult “La tigre e la neve” (2005), fu scelto dal mitico Woody Allen per “To Rome with Love” nel 2012.

Tornato nelle sale di recente (2019) col “Pinocchio” di Garrone, ma stavolta nei panni di Geppetto, ha tornato a mostrare la sua splendida forma: e forse questo – unitamente ad un’attenta analisi del suo percorso – avrà fatto pensare di designarlo come meritevole vincitore del Leone d’Oro alla Carriera alla prossima Mostra del Cinema di Venezia.

Non che di riconoscimenti non ne avesse già ottenuti, ma questo premio calza proprio a pennello, perché quest’anno è anche il settecentesimo anniversario della scomparsa del suo più grande amore, che ha raccontato con semplicità per farcelo amare ancora di più: il “Sommo Poeta”.

Di seguito, un breve filmato di approfondimento su “Non ci resta che piangere”.



Christian Liguori