Leggere “La straniera” di Claudia Durastanti migliorerà la vostra estate!

“La straniera” di Claudia Durastanti è nella cinquina dei libri finalisti al Premio Strega di cui si conoscerà il vincitore il 4 luglio 2019.

La nota di copertina può farlo sembrare uno dei tanti libri sulla storia della famiglia dello scrittore di turno, ma è iniziando a leggere che “La straniera” si scopre essere uno dei libri più sinceri che possiate avere il piacere di leggere.

Claudia Durastanti, nata a Brooklyn e tornata in Basilicata a sei anni, ha fatto il percorso inverso di chi espatria: le strade di New York sono state palcoscenico della sua prima infanzia e delle vacanze estive mentre la campagna lucana è casa. Attualmente vive a Londra e per La nave di Teseo ha scritto “La Straniera” che, inaspettatamente, la consacra come una delle migliori scoperte in campo letterario.

La Durastanti scegli di parlare, così, di ciò che conosce meglio: la sua storia e la sua famiglia. In modo romanzato ma non troppo, sincero e onesto, la scrittrice svela mamma e papà entrambi sordi inanellando aneddoti di come si son consciuti e di come, man mano, siano diventati la sua famiglia fino ad arrivare al punto di rottura ossia la separazione. La voce narrante della scrittrice è preponderante: è come se conoscesse come va a finire ma lascia al lettore modo di immaginare come sia andata.

La differenza dai soliti libri autobiografici, è data dallo stile narrativo della Durastanti che in modo asciutto e alternando pezzi di vita a valutazioni e consideazioni sull’esistenza, sul mondo dei sordi e sul denaro, cattura il lettore fin dalla prima pagina e lo lascia orfano arrivato all’ultimo rigo. È un libro che, appena finito, sa mancare “La straniera” proprio perché è ben scritto ed articolato.

Nelle interviste rilasciate la Durastanti ci ha tenuto a spiegare: “Ho scritto questa storia solo quando ho trovato una forma in cui raccontarla. Quando, tanti anni fa, ho iniziato a scrivere, per me la letteratura era essenzialmente un modo per dissimulare le tracce e inventare altre vite, quindi non ho mai pensato che avrei esordito con una storia sulla mia famiglia. Il paradosso è stato che, nel momento in cui questa storia l’ho iniziata a raccontare, ho visto i miei genitori nella loro dimensione letteraria. Il libro ha una forte dimensione emotiva, mentre manca quella psicoanalitica, di resa dei conti, che c’è sempre nel rapporto figlia-madre, perché volevo che fosse sgombro dall’elemento della catarsi. L’editor che mi ha seguita, Chiara Spaziani, ha usato questa espressione: ‘Un ragionato istinto’”. Ed ha anche aggiunto: “Se non avessi trovato la storia della mia vita interessante in termini di forma, non credo che l’avrei raccontata. L’avrei camuffata nella fiction come ho sempre fatto. Mi sono divertita a scrivere questo libro (quasi sempre), perché ho provato euforia nel pensare a tutti i modi in cui possiamo tenere insieme i tasselli del sé, nel poter immaginare le metafore che stanno alla base di un’intera esistenza”.

Sul titolo, inoltre, ha sfatato ogni pensiero recondito specificando: “La straniera per me è stato da subito il titolo giusto, perché è legato a una dissimulazione, un inganno che può generare libertà. Come racconto nel libro, quando ci siamo trasferiti in Italia dagli Stati Uniti mia madre non è stata subito categorizzata come ‘sorda’, ma all’inizio era considerata una persona che veniva da un’altra parte. E in questo mia madre si sentiva emancipata, perché non risultava sgrammaticata, solo straniera. Non che ci fosse vergogna nella sua condizione o nella sua sordità, ma se questo la faceva sentire libera, allora per me è importante che lei potesse dirsi tale. È un omaggio a lei, sostanzialmente”.

Al centro della narrazione, infatti, è la figura della madre che oggi ha un ruolo fondamentale nella vita della Durastanti che ha dovuto imparare non solo a creare un rapporto con un genitore – come tutti – ma ha anche dovuto imparare un linguaggio ed il modo per comprendersi con la madre.

Ci piace potervi citare una parte del libro in cui parla di povertà  e della condizione di chi è povero: “La povertà non è solo una condizione sociale, è una malattia, che inferisce sul piano biologico. Si tramanda di generazione in generazione attraverso geni e forme impensate, e condiziona il corpo in un modo che neanche una futura ricchezza sa come rimediare. Mettere tutti nelle stesse condizioni ai nastri di partenza non è sempre sufficiente, perché c’è una differenza, nascosta dentro chi partecipa alla corsa, che viene spesso ignorata. In realtà, è la metafora della corsa a costituire un problema, è un clichè difficile da abbandonare: essere cresciuta in povertà non significa avere per forza voglia di arrivare da qualche parte, o dove tutti pensano che tu voglia andare. Può significare anche stare ferma sul posto, se è un posto accogliente, desiderato e che garantisce tutte le risorse necessarie”.

Buona lettura!



Sandy Sciuto