Le donne pioniere della lingua del futuro: le emoji cederanno allo slang

C’è una grande differenza tra il dire “ormai non si può dire più niente” e l’imparare davvero a parlare in maniera non discriminatoria. La prima considerazione fa parte di un modo di pensare alla lingua come un contesto conservatore e restio al cambiamento. Quando, in realtà, le lingue sono già il risultato di evoluzioni secolari. Dal secondo punto di vista emerge una volontà di crescita. E perché no? Anche di miglioramento del contesto linguistico – che è pure politico e culturale -. Ciò non vuol dire porre dei limiti al linguaggio così come siamo abituati ad intenderlo, quanto aprire nuovi orizzonti. Ai più conservatori a tal proposito, non farà di certo piacere sapere che secondo l’organizzazione statunitense Language Conservancy ogni due settimane una lingua umana si estingue per sempre, per un totale di 26 ogni anno. Il cambiamento è, quindi (e per fortuna), inevitabile.

Il forte sforzo (e molto apprezzato) uso della ǝ che nel 2021 è stato intenso sui media, ha rappresentato per tanti un piccolo ma grande gesto di inclusività. La lingua italiana, così come l’inglese o il francese, conosce il cambiamento costantemente e combatte piccole battaglie anche in questo modo. Con la shwa una fra tutte: l’addio al sessismo implicito nei discorsi quotidiani.

Pare che le donne, pioniere tra l’altro di questa rivoluzione linguistica ormai affermata nel 2022, guideranno un cambiamento anche per il 2222.

A confermarlo una recente ricerca di Preply – dal 2012 piattaforma globale per l’apprendimento delle lingue – che ha posto una domanda, ovvero: “Come sarà la lingua nel 2222?”. Tanti sono i trend in atto ormai da anni, oltre al mero contesto dell’inclusività di genere o di etnia, si sottolinea ad esempio l’influenza che il mondo digital ha avuto. 

Chi critica il politically correct linguistico non considera il fatto che una parola può pure avere un’origine assolutamente neutrale e nonostante ciò essere col tempo diventata simbolo di anni di soppressione e discriminazione. Da Preply.com si riporta l’esempio di “eschimese”.

Il termine ‘Eschimese’ (probabilmente) deriva dal francese esquimaux e si riferisce semplicemente a “un individuo che produce racchette da neve”, non nega il fatto che questo termine sia stato ampiamente usato anche come termine dispregiativo. Con questo in mente, il suo sradicamento dai vocabolari occidentali potrebbe essere preferibile alla possibilità di causare un eventuale turbamento ad una minoranza etnica.

Un simile approccio è utile anche sul versante dei tantissimi neologismi, frutto del prestito dall’inglese misto con termini propriamente informatici o social.

Parole come cringe, Bae e bannare hanno spopolato in Italia dopo la diffusione tramite Youtube e altri social network e da un punto di vista generazionale sono abbastanza esclusivi. Giovanni, siciliano 50enne, ha dichiarato di non capire una parola della conversazione tra il figlio ed un amico mentre giocano in call alla playstation.

Anche questa volta, non si può discriminare un linguaggio solo perché non si è abituati a comprenderlo, ma cercare di tracciare una linea di comprensione.

Trattandosi di una lingua viva, sempre in progress non sarà destinata a scomparire nel breve periodo, anzi lo slang corre a dismisura in tutte le lingue del mondo.

Per affrontare un argomento così complesso è stato commissionato un sondaggio di 1.500 partecipanti da tre diversi paesi e un’intervista esclusiva con accademici di spicco esperti di linguistica.

Tra i risultati ottenuti l’inevitabile declino delle emoji e una maggiore competenza femminile nell’uso dello slang rispetto agli uomini.

Le emoticon e le abbreviazioni sono state il primo tentativo di cambiamento linguistico sul versante digitale. Seppur come dichiarato dal professore di Lingua e Scienze Linguistiche, Giuseppe Longobardi, le emoji non siano state il primo tentativo di abbreviazione del messaggio. Basti pensare al telegramma come mezzo di comunicazione, poi lentamente soppiantato da altri. La tecnologia anche in questo caso, aveva imposto una forma di scrittura, un linguaggio ad hoc che come accade oggi, al tempo non era facilmente intuibile.

Così come il telegramma, anche le emoji pur essendo così pervasive sui social, stanno perdendo consensi. Il sondaggio ha dimostrato, infatti, che, nonostante il marcato divario generazionale sotto ogni altro aspetto, il crescente disinteresse nei confronti delle emoji sembra accomunare Generazione Z, Millennials e Boomer.

Sul versante dello slang vero e proprio i più giovani sono sicuramente tra i più inclini ad utilizzare anglicismi e a comprenderli, tuttavia questo fenomeno attraversa l’ambito dei media per arrivare a quello degli adulti prettamente aziendale. “Fare una call”, “impruvare” o  “shareare”, il sondaggio ha dimostrato che nonostante il disgusto nell’utilizzare questo tipo termini in ufficio, essi proliferano in maniera incontrollata.

Nel linguaggio come nelle esperienze di vita è tutta questione di abitudine. Usare un asterisco al posto di categorizzare una persona in genere non è uno sforzo di fatto, per qualcuno, però, è un limite mentale.

Un limite che è inevitabilmente destinato ad arrendersi, dato che il mutamento è in corso e parte proprio dai media, nido dei mutamenti linguistici attuali. Le politiche di genere ed identità trovano la loro forma d’essere e d’azione proprio nel linguaggio, come  dichiarato dal dottor Gareth Carroll:

La lingua riflette la società e la cultura. Mentre la cultura avanza le nostre priorità cambiano (…) penso che sia una questione generazionale, i giovani saranno sempre meno inclini a usare un linguaggio che ora è visto come accettabile, che si tratti di termini specifici o se significherà diventare più au fait con i pronomi di genere neutro. Quindi necessariamente il linguaggio si evolve, e coloro che non stanno al passo vengono lasciati indietro.

Le donne, però, sono sempre un passo avanti

I dati del sondaggio hanno mostrato chiaramente che le donne risultano essere, in media, due volte più competenti degli uomini nell’uso dello slang. Tale esito dimostra come queste siano più inclini ai cambiamenti rispetto alla controparte maschile. Le donne, così come i componenti della comunità lgbtqia+ o ancora chi ha subito discriminazioni linguistiche legate all’etnia, sono tra i più sensibili ai mutamenti linguistici. Hanno testato sul proprio essere il disagio di non sapere come comunicare il proprio mestiere declinato al femminile. O di non sentirsi rispecchiati in un contesto di un mondo polarizzato diviso in “A” per il femminile ed “O” per il maschile. Adattarsi ad un nuovo modo di parlare o alle nuove tendenze in corso sarà, dunque, un gioco da ragazzi.



Giulia Grasso