L’anno zero di Pep Guardiola

In social up, SPORT by Andrea CodegaLeave a Comment

L’anno zero di Pep Guardiola. La prima stagione senza vincere alcun trofeo dell’uomo che ha cambiato, come pochi altri nella storia di questo sport, il gioco del calcio. C’è sempre una prima volta, e per l’allenatore catalano questa prima volta arriva al nono anno da allenatore, anziché in coincidenza della proverbiale crisi del settimo anno.

La sconfitta per 2-1 del suo City contro l’Arsenal nella semifinale di FA Cup ha sancito il primo anno in cui Guardiola non riuscirà ad arricchire la propria bacheca con qualche titolo. Se infatti la vittoria della Premier League è ormai affare di Chelsea – ampiamente favorito – e Tottenham, col Manchester City in corsa soltanto per un posto nella prossima Champions League, nella Champions di quest’anno i citizens sono usciti agli ottavi di finale contro il Monaco, squadra sempre più sorprendente grazie ai suoi temibili giovani – Mbappè su tutti – e che ora darà filo da torcere alla Juventus in semifinale.

Dopo aver vinto ogni titolo possibile, da giocatore, con il Barcellona – ed essere considerato uno dei migliori centrocampisti centrali della sua generazione – Pep è diventato primo allenatore proprio del Barcellona nell’estate del 2008, subentrando a Frank Rijkard: da qui ha avuto inizio tutto. Al primo anno vince subito il triplete con la squadra catalana – Coppa del Re, Liga e Champions League, battendo a Roma il Manchester United -, e successivamente Supercoppa Europea, Supercoppa di Spagna e Mondiale per Club: en plein.

Nel 2010 vince nuovamente la Liga, mentre in Champions è costretto a fermarsi di fronte all’armata nerazzurra di Mourinho, che dall’anno seguente si rivelerà un suo acerrimo nemico alla guida del Real Madrid. Dopo essersi aggiudicato una Liga e una Champions nel 2011, nel 2012 è costretto ad arrendersi al Real, in Spagna, e al Chelsea, in Champions; decide quindi di dare addio al Barcellona al termine di quattro anni più che vincenti, non prima di vincere l’ultima Coppa del Re contro l’Athletic Bilbao.

Dopo un anno sabbatico, nell’estate 2013 prende la guida del Bayern Monaco: probabilmente la squadra più forte con cui potesse tornare a sedere in panchina. II connubio Guardiola-Germania, nonostante l’apparente inconciliabilità iniziale – lingua diversa, calcio totalmente diverso, filosofia diversa -, dà i suoi frutti: in tre anni il club bavarese conquista tre campionati, per due volte la Coppa di Germania, una Supercoppa Europea e un Mondiale per Club. Unico neo, Guardiola non riesce a conquistare la Champions League: si ferma per ben tre volte consecutive in semifinale, ostacolato dall’egemonia spagnola che Atletico Madrid, Real Madrid e Barcellona hanno diffuso, da un decennio, in tutta Europa.

Per riconoscere però Guardiola come uno degli allenatori che resteranno nella storia del calcio, non ci si deve tanto focalizzare sui titoli conquistati quanto sulla filosofia calcistica espressa dalle sue squadre. Parole riassumibili in un semplice concetto, otto lettere: tiki-taka. Il gioco espresso dal Barcellona di Guardiola non si era mai verificato prima di allora su un campo di calcio. Guardiola ha messo in atto una macchina perfetta, un 4-3-3 basato sull’accerchiamento della difesa avversaria con due terzini e due esterni molto larghi e tre centrocampisti a ridosso della linea avversaria, che muovono il pallone con lo scopo di scardinare la difesa. Tocchi rapidi, veloci, mai un cross o una palla buttata via, un possesso palla portato all’eccesso. Un’incarnazione del celebre motto “E’ la palla che deve correre, non il giocatore“.

E il centravanti? Beh, ecco la vera innovazione di Guardiola, ispirandosi all’Olanda degli anni Settanta e al suo guru Johan Cruyff: il centravanti non esiste. Lo spazio tra i due difensori centrali e il mediano avversario, occupato tradizionalmente da una prima punta, con Guardiola viene sistematicamente lasciato libero, per permettere un esasperato giro palla dei centrocampisti e poi rapidi tagli da parte degli attaccanti esterni. Questo modello è stato reso possibile grazie alla presenza in squadra di Xavi, Iniesta – due dei centrocampisti più fenomenali dell’ultimo ventennio per tecnica ed intelligenza – e un certo Lionel Messi. Proprio lui ha svolto, nell’era Guardiola, il ruolo di finta prima punta, per poi in realtà svariare a proprio piacimento su tutto il fronte d’attacco, abbassandosi talvolta sulla linea dei centrocampisti, e andando ad occupare la zona in mezzo ai due difensori centrali solo nel momento più propizio per finalizzare l’azione.

Anche in Germania Pep ha cercato di innestare il tiki-taka, con varianti talvolta più fisiche e con un meno esasperato giro palla, anche per via delle caratteristiche dei propri giocatori: Lewandowski, prima punta di razza, non poteva certo andare a svolgere il ruolo di finto centravanti. Ed è anche per questo che Ibrahimovic, ai tempi del Barcellona, non è riuscito a sfornare le prestazioni come successo con altre squadre, proprio per via della filosofia di gioco con cui si è dovuto scontrare e per l’assenza di centravanti di stampo marcatamente guardiolesco.

Si spiega anche così il fatto che Guardiola, al primo anno alla guida del Manchester City, rimanga a bocca asciutta. Il calcio inglese, tipicamente basato su ritmo, intensità e fisicità, si sposa poco con i concetti espressi dal tiki-taka di Guardiola. Certamente un fenomeno come l’allenatore catalano saprà trovare le giuste contromisure, e magari vincere anche in Inghilterra senza snaturare completamente il proprio credo calcistico, ma questa sua ossessione per il tiki-taka, per i giocatori tecnici e per il gioco palla a terra lo ha sicuramente penalizzato in questo suo primo anno in terra inglese. D’altro canto, questa sfida oltremanica sarà per Guardiola senza dubbio stimolante.

Quest’anno “zero tituli“, caro Pep.

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Andrea Codega

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Altresì soprannominato Nando. Lecchese, classe 1997. Liceo Classico prima, Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano adesso. I doni più nobili che abbiamo sono la scrittura e la parola, cui spesso aggiungo una punta di ironia: mi piace "dire la mia" e allo stesso tempo confrontarmi con "quella altrui", ecco perché ritengo il mondo del giornalismo maledettamente adatto a me. Malato di calcio e più in generale di qualunque cosa sia classificabile come sport, per me metafora della vita. Per il resto, appassionato di letteratura, musica (è necessario trovare il "sound giusto" per ogni occasione) e birra rigorosamente chiara.

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