La terrificante tradizione della fotografia post-mortem

L’introduzione del dagherrotipo, nel 1839, rese la fotografia ritrattistica molto più comune, e in  breve tempo divenne usanza ritrarre un’ultima immagine del corpo di un caro estinto. Questa, che può sembrare una consuetudine macabra o malsana, era in effetti molto spesso l’unica possibilità per una famiglia di ritenere un’estrema immagine del defunto – e in effetti si trattava nella maggioranza dei casi dell’unica fotografia posseduta dalla famiglia, soprattutto nel caso di morte di un infante, evenienza molto diffusa nell’epoca vittoriana.

Spesso la fotografia veniva inoltre spedita ai parenti rimasti oltremare, che avevano così quell’unica opportunità di vedere il volto del defunto, e di sentirsi così più vicini al dolore e alla perdita dei familiari.

117I cadaveri venivano normalmente bloccati in pose che suggerissero un’idea di vita, come se i morti stessero riposando, dormendo o semplicemente sedendo su una sedia. I fotografi talvolta dovevano ingegnarsi a costruire delle vere e proprie armature di metallo per sostenere i corpi in posture che risultassero naturali. Altre volte, specialmente sulle fotografie di bambini, essi intervenivano sul negativo dipingendo occhi spalancati sulle palpebre chiuse del piccolo cadavere.

Recentemente un fotografo tedesco, Walter Schels, e la sua partner Beate Lakotta hanno intervistato diversi malati terminali, inducendoli a parlare delle proprie aspettative e dei timori che nutrivano nei confronti della morte. Hanno poi scattato una fotografia ad ognuno di loro, prima e dopo il loro trapasso. Il risultato è un eccezionale ritratto umano, e un toccante tentativo di discernere, nella differenza fra il volto vivo e quello morto, quella scintilla che fa di ogni essere qualcosa di unico.

Le fotografie di Schels, assieme alle commoventi interviste, sono raccolte in questa pagina del Guardian.

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