L’ amarcord del cibo al tempo del Coronavirus

In queste giornate così lunghe, in cui tutta la nostra penisola è costretta a stare in isolamento, quale può essere il nostro unico conforto? Il cibo, c’è poco da fare! Oggi. forse più che mai, ci si è resi conto di quanto importanti siano le piccole cose e il mangiare ne diventa quasi un effetto collaterale.

In un mondo che sembrava completamente allo sbando, c’è voluta una pandemia globale per rimettere qualcosa a posto. Si spera, infatti, che tutto ciò di negativo che sta vivendo l’uomo, sia in grado di portare a galla anche sentimenti di umanità, oltre che di speranza. Nascono con questa idea, tante piccole iniziative con lo scopo di non far crollare l’economia. Così il cibo, tra le tante cose, si veste di nuova forma, ritrovandosi nuovamente come soggetto luculliano e indiscusso delle nostre tavole.

Saranno stati i numerosissimi ristoranti, i quali si sono adattati alla forma tipica del “take away”, a dare nuova vita a piatti dimenticati o difficilmente trovabili sulle nostre tavole imbandite. Addirittura ristoranti stellati dalla guida Michelin, si sono convertiti al cibo da asporto e hanno reso possibile l’impensabile: poter assaporare un risotto allo champagne e crudo di crostacei, comodamente sdraiati sul proprio divano di casa, vi pare poco? Eppure, se il mondo muta, noi siamo destinati a cambiare con lui. Così le nuove richieste avanzate dal nostro governo a causa di questo Corona Virus, ci hanno recluse a casa, ma con tutte le comodità possibili ed immaginabili (a discapito di qualche portafoglio più vuoto).

E’ anche grazie ai ristoranti più consapevoli, che si è cercato di dare un freno allo spreco alimentare. Difatti, numerosissime attività che esercitavano il proprio lavoro in campo culinario, hanno messo a disposizione le proprie dispense di prodotti freschi per chiunque volesse ricomprarne i beni (a prezzo di mercato, ovviamente). D’altronde, se non possono essere loro, in prima linea, a creare piatti succulenti, saranno le nostre mani (più o meno esperte) a cercare di dare un diverso finale a queste materie prime.

I supermercati, dal canto loro, non sono stati da meno. Corsie piene di ogni genere alimentare, rifornite alla velocità della luce, ci hanno permesso di creare e ricreare qualsiasi manicaretto ci venisse in mente. E questa, forse, è la forma di generosità che più ci piace: il ritorno alle cose semplici, come un piatto al centro tavola con le persone che amiamo intorno.

Il cibo unisce, c’è poco da fare. Che si tratti di ritrovarsi alla stessa tavola o dall’altra parte del mondo, ma vicini grazie ad un pc, riproporre i piatti della nostra infanzia diventa un motivo di gioia. Rimettere le mani in pasta (nel vero senso della parola) tra lieviti, impasti e ricette dalla lunga preparazione; aspettare il risultato finale, cercando quei sapori dimenticati da tempo e sperare di essere almeno la metà brave di quanto lo erano le nostre nonne, ci da conforto e ci ricorda che non siamo soli.

 

E perché è possibile tutto questo? Forse perché finalmente abbiamo ritrovato il tempo perduto, quello che ci era stato rubato dalle routine di questo millennio così frenetico. E con lui, torna la voglia di provare a rimettersi in gioco, rivivendo degli “amarcord” in ogni piatto che finalmente torna ad esistere.



Alessia Cavallaro