Intervista a Roberto De Paolis. Il regista racconta il suo film “Cuori puri”

Francesco Bellia

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Siamo in compagnia di Roberto De Paolis, che ha esordito al cinema con il suo primo lungometraggio Cuori Puri, per noi di Social up uno dei migliori film italiani del 2017 (qui l’articolo). Il film, acclamato da pubblico e critica,  è stato candidato a 3 nastri d’argento e ha partecipato alla Caméra D’or di Cannes 2017. Tra gli utlimi riconoscimenti: il Bulgari Critics’ Choice Award al Lavazza Italian Film Festival,  il premio ANAC come miglior sceneggiatura a Trieste durante lo Shorts International Film Festival, il premio Monty Banks di Cesena e il “One Future Award durante il 35mo Munich film Festival.

 Salve Roberto è un piacere averti qui con noi. Il 2017 è per te l’anno dell’esordio alla regia con il tuo primo lungometraggio “Cuori puri”, che sta raccogliendo successi di critica e pubblico.

Hai scelto di raccontare la realtà sociale attraverso lo sguardo di due giovani il cui amore è puro e libero, nonostante il contesto familiare di ognuno di loro appaia ai loro occhi quasi come una prigione, che sia essa fatta di povertà, razzismo o bigottismo.

1) Quale esigenza narrativa e registica ti ha spinto a realizzare questo film? Come è nata l’idea della sua realizzazione?

L’idea del film è nata da un fatto di cronaca. Da qualcosa che è successo 4 o 5 anni fa a Torino. La storia di una ragazza italiana sedicenne che ha raccontato di essere stata violentata da due rom e il giorno dopo dei ragazzi italiani del quartiere sono andati a vendicarla, aggredendo con delle mazze e delle bombe molotov il campo dove si supponeva abitassero i ragazzi che erano stati incolpati (tra l’altro un ragazzo rom in quell’occasione è anche finito in coma per qualche giorno). Un fatto molto grave. Nei giorni seguenti si è scoperto che la ragazza si era inventata tutto. Era una ragazza molto cattolica e doveva arrivare vergine fino al matrimonio. Proveniva da una comunità molto rigida e dopo aver perso la verginità con un ragazzo italiano di cui era innamorata aveva preferito coprire la cosa dicendo di essere stata violentata. Questo è il fatto di cronaca che ha innescato un po’ il meccanismo di scrittura.

Per quanto riguarda la necessità di fare un film del genere. Credo che per me fosse quella di trovare una storia che simbolicamente e metaforicamente mi permettesse di parlare dell’Italia e della situazione che viviamo oggi nei rapporti tra italiani e migranti. Parlare di una ragazza che arriva ad incolpare due rom pur non essendo stata da loro violentata, credo che racconti un po’ dell’atteggiamento che noi italiani abbiamo nei confronti degli immigrati, cioè di incolparli sempre delle nostre sciagure e sfortune, di ciò che non va della nostra vita. Più in generale il corpo di una ragazza italiana che deve rimanere vergine a livello simbolico e metaforico mi sembrava una buona occasione per raccontare di un territorio, quello italiano, che noi vogliamo rimanga vergine, nel senso che non vogliamo che si contamini con ciò che è diverso, con ciò che viene da fuori (parlo delle migrazioni dall’Africa), di come  l’Europa, più nello specifico l’Italia, abbiano da una parte il problema di rimanere pure, con le proprie tradizioni religiose, culturali e storiche; dall’altra abbiano la necessità di aprirsi a ciò che è diverso, in una società multiculturale.

2) La tua regia è delicata e attenta, si sofferma molto sui particolari e sui gesti dei personaggi. Spesso è attraverso questi ultimi che i protagonisti delineano la loro psicologia interiore, anche più che con le parole. Che ruolo ha secondo te il silenzio in un film? Quanto è importante per te l’apporto degli attori nella recitazione di una pellicola?

Il silenzio in un film è importante nella misura in cui si riesce a raccontare qualcosa che succede non attraverso le parole, ma attraverso la vita, l’esperienza, i gesti, le azioni. Insomma io credo che nella vita si parli molto meno di quanto si parli nei film. Di solito nella vita le cose si risolvono più attraverso le emozioni e le azioni. Nella vita si spiegano pochissime cose. Nei film c’è una strana tendenza a spiegare tanto. Nel nostro film, ad esempio, per quanto riguarda la madre di Agnese, in un’altra pellicola magari vi sarebbe stata una scena in cui lei spiegava il perché della sua mania di controllo, il perché della sua solitudine, rivelando qualcosa del suo passato. Per me era più importante raccontare che lei, nel presente, ha questo tipo di problema nei confronti della figlia, piuttosto che spiegarne a parole le motivazioni. Per me nei film è più importante raccontare con molta forza ciò che succede nel presente, piuttosto che motivarlo con dei dialoghi che poi spesso finiscono per raccontare il passato. Stessa cosa tra i due ragazzi. Spesso noto nei film che due che si innamorano se lo raccontano tra loro. Secondo me è più importante cercare di scrivere e filmare scene in cui si percepisce questo amore: in cui i due innamorati si divertono e stanno bene insieme. Raccontare più le emozioni e la vita reale: nella vita reale si parla molto meno che, spesso, al cinema. Il silenzio per me è molto importante e racconta di più di molti dialoghi.

Per quanto riguarda gli attori. Per me è una domanda un po’ strana perché per me gli attori sono tutto in un film. Un film sono gli attori, il lavoro con loro, le persone che sono gli attori, l’incontro che queste persone hanno con i personaggi che sono stati scritti, le loro emozioni reali, non solo di loro come personaggi. Per me l’attore è tutto e tutto ruota intorno all’attore. La macchina da presa, la luce, sono sempre in qualche modo subordinate ed in relazione agli attori. Il contrario di quello che succede in quei film in cui l’attore è al servizio della macchina da presa e la cosa più importante è la regia.

3) Tra gli attori, oltre a due interpreti di grande esperienza come Barbora Bobul’ovà e Stefano Fresi,  i due attori Selene Caramazza e Simone Liberati, due volti nuovi al cinema, che interpretano con grande intensità i due protagonisti del film. Come è nata la vostra collaborazione e come è stato lavorare con loro sul set?

Gli attori sono stati scelti da me perché loro erano i più bravi, chiaramente, ma anche perchè erano quelli più disponibili a fare un lavoro di ricerca approfondito, a prendersi la responsabilità di fare un percorso di approfondimento del personaggio, che non è scontato che gli attori facciano o vogliano fare. Io per scrivere il film ho fatto un lavoro di ricerca molto accurato sul fatto di cronaca di cui parlavamo prima, che in qualche modo prendeva corpo in mondi che io non conoscevo, come quelli della chiesa, dei campi rom, della realtà della periferia, degli sfratti, dell’assenza del lavoro ecc. Tutti temi che io non avevo mai toccato con mano prima di iniziare la ricerca. Quindi all’inizio ho provato a scrivere il film seguendo la mia immaginazione, ma ho fallito. Non veniva fuori niente, quindi ho deciso di fare una ricerca più approfondita. Di fatto sono stato due, tre anni in questo quartiere dove abbiamo costruito il film: con le persone, con le esperienze, con i luoghi. Abbiamo scritto il film nella realtà. E quindi io pretendevo che gli attori facessero lo stesso lavoro di preparazione che avevo fatto io per scrivere. Selene Caramazza (Agnese) è stata in chiesa per tre, quattro mesi. Ha fatto un percorso di fede molto autentico, ha iniziato anche un po’ a credere. Si è lasciata veramente andare e Simone Liberati (Stefano) è stato in periferia, è rimasto lì con gli altri ragazzi ai palazzi per qualche mese, facendo esperienze diverse. Quindi si sono identificati come dire, con i loro personaggi ad un livello molto profondo: che era quello che io volevo che loro facessero, anche perché questo metodo di identificazione così coinvolgente, poi, garantisce in qualche modo la possibilità di improvvisare con gli attori, perché una volta che hanno il personaggio in mano in quel modo sono in grado anche creativamente di aggiungere e improvvisare, che è stato poi il metodo da noi sposato per tutte le riprese del film

4) In una scena chiave del film abbiamo un piano sequenza che descrive il primo rapporto sessuale tra i due giovani. Qui il tempo è realistico, per mostrarci quanto temuto e importante sia questo loro incontro. La “purezza” fisica della protagonista  viene infranta, ma forse questo gesto passionale e ribelle è per lei il primo passo verso la liberazione. Che essere liberi dalle barriere significhi essere in qualche modo puri?

Sicuramente questi due personaggi sono schiacciati, come tutti noi, dai contesti in cui vivono, dalle relazioni che hanno. La ragazza ha un ruolo nella chiesa. Vive di certo un rapporto molto claustrofobico con la madre; ma soprattutto credo che senta il bisogno di soddisfare la madre e riempire un vuoto nella vita di quest’ultima. La figlia è un po’ il terminale di tutte le ansie che la madre ha. Anche Stefano credo sia abbastanza sotto pressione. Lo sfratto dei genitori, il problema di dover trovare e tenersi un lavoro. Diciamo che nella periferia di Roma, in relazione alle mie ricerche, è molto drammatica questa dimensione perché non riuscire a lavorare significa scivolare nella criminalità. Nella criminalità, se si ha un minimo di valori, come penso che il personaggio di Stefano abbia, è molto difficile resistere. Quando alla fine è poi è costretto a vendere la droga al ragazzino, si vede che in qualche modo quello stile di vita va contro i suoi ideali.  Quindi per non andare contro se stessi e non scivolare nella delinquenza è necessario cercare un lavoro onesto e una volta trovato mantenere quel lavoro è molto difficile. Il parcheggio del film in cui lavora Stefano esiste davvero a Roma. Il film è tratto da esperienze vere. Io sono stato lì, ho incontrato il guardiano. Questo tipo di professioni sono molto estreme. Questi due personaggi quindi sono senza dubbio schiacciati dal contesto in cui vivono e credo che nel loro incontro, così come nella loro intimità seussuale, trovino in assoluto una sorta di spazio astratto, un luogo di respiro, di diversità, avventura e divertimento, di riposo dalla fatica quotidiana, dal dovere quotidiano e anche dal dramma di dover in qualche modo essere sempre qualcosa sper qualcun altro. Nei loro incontri vengono fuori un po’ più le loro identità vere nella loro autenticità; mentre con i genitori, a lavoro mettono su un po’ delle maschere. Stefano sul lavoro. Agnese con la madre, con l’amica, con la comunità. Quindi credo l’amore, la sessualità, la purezza di questo loro sentimento siano lo specchio della conoscenza di se, lo specchio un contatto più profondo con se stessi.

5) Nel film c’è una forte attenzione alla tematica religiosa. Dalla posizione intransigente e soffocante della madre della protagonista (interpretata da Barbora Bobul’ovà) a quella più gioiosa e aperta del sacerdote (Stefano Fresi).

Come mai hai scelto di trattare questo tema? Cosa ti ha spinto a raccontarlo?

Il motivo per cui nel film esiste la chiesa è legato al fatto di cronaca che è alla base del film. Avendo deciso di fare un film su una ragazza cattolica era inevitabile tenere questo contesto. Rispettare il fatto di cronaca e l’ispirazione iniziale. Tra l’altro per me che sono ateo è stato molto interessante e forte vivere e fare una ricerca del genere. Frequentare la chiesa, conoscere tutte queste persone, molte delle quali vivono completamente immerse nella relazione con Dio: membri attivi della comunità, la dimensione del volontariato. La chiesa mi è sembrata tra l’altro l’unico centro e punto di riferimento nel quartiere di periferia dove abbiamo girato il film. Ho scoperto tante cose che non sapevo. Alcune delle quali molto positive. Ho letto il vangelo e la bibbia. Ho scoperto la figura di Gesù anche come filosofo, che purtroppo spesso viene un po’ esclusa dagli studi e dagli interessi di noi europei perchè lo si considera solo il fulcro della religione cattolica, ma al livello filosofico Gesù rimane una mente molto illuminata. E’ stato un viaggio dentro questo mondo che all’inizio è stato un po’ un ostacolo perché non lo conoscevo bene, ma poi dopo è diventata una grande risorsa. All’inizio c’era l’idea di far un film più contro la chiesa, magari contro un prete più oppressivo, però poi col tempo e attraverso tutti questi incontri ho anche conosciuto dei preti, come quello del film, più emancipati, più aperti, anche più filosofi, più contemporanei come attitudine. Mi è sembrata anche una bella sfida: cercare di fare un film un po’ più dal punto di vista di Agnese e quindi raccontare come lei percepisce la chiesa e quindi come luogo di aggregazione, un luogo dove forse lei è cresciuta, dove si sente comunque a casa, anche se poi inizia a diventare un po’ una prigione. Comunque è un luogo che lei apprezza e in cui lei si trova bene, come devo dire mi sono trovato bene io negli anni di ricerca.

7)Ho letto che hai frequentato la London International film school e che tornato a Roma hai studiato anche recitazione. Come ti hanno arricchito queste due esperienze?

Roberto De Paolis e gli attori di Cuori Puri (Selene Caramazza, Simone Liberati,Barbora Bobuľová, Stefano Fresi)

Per me fare film è una di quelle esperienze che non necessitano per forza di uno studio specifico. Si può anche fare un film senza necessariamente aver studiato cinema, credo, o magari si può fare film studiando cinema a modo proprio: guardando film, viaggiando, iniziando a riprendere con la propria telecamera se se ne possiede una. Però, la recitazione, trovò sia invece qualcosa di fondamentale: focalizzarsi su come lavorare con gli attori, raggiungere un livello di confidenza, di intitimità, di fiducia con loro, tale da permetterti di chiedere loro di tirare fuori veramente quello che hanno dentro. In questo senso credo che in Italia le scuole di regia non prevedano un grande lavoro con gli attori e su questo io sono invece un po’ più convinto che sia veramente importante per un regista trovare la propria dimensione e identità di lavoro con gli attori. In questo senso la scuola di recitazione mi ha permesso un po’ di comprendere meglio quali sono i problemi degli interpreti. Avendo studiato due-tre anni come attore, ovviamente mi sono un po’ identificato con le loro difficoltà nel lavoro: cosa riesce più facile, cosa riesce meno facile. Questo mi è stato molto utile per poi costruire il mio modo di lavorare con gli attori. Più in assoluto io credo che il lavoro di regista sia un po’ come quello di un attore. L’attore si identifica nel personaggio fino ad avere i suoi pensieri, fino a fare i suoi sogni durante la notte, per trasformarsi completamente nel personaggio (che è il metodo americano degli actor’s studio). Io penso che anche un regista debba fare così: un regista deve diventare i suoi personaggi. E’ per quello che ho fatto questo film sulla ricerca, con la ricerca. Volevo veramente diventare come i personaggi del film. Fare le loro esperienze, mettermi in testa i loro pensieri. Conoscere la chiesa e la periferia come i due personaggi. Questo modo di pensare probabilmente mi deriva dalla scuola di recitazione.

7) Di cosa si occupa la casa produttrice Young films che hai fondato con Carla Altieri? E quali sono i suoi obiettivi?

Per quanto riguarda la Young films è’ una società che abbiamo aperto principalmente per fare questo film e adesso vuole produrre opere sempre di questo genere. Film piccoli, indipendenti, europei, principalmente facendo co-produzioni con l’estero. L’idea è un po’ quella di considerare l’Europa. Fare film europei, che purtroppo in Italia non hanno un grande pubblico; rivolgere la propria attenzione all’estero. Fare film come il nostro che è costato poco: intorno ai 400 000 euro e che dopo essere uscito in Italia, è uscito in Spagna e in Francia, un po’ in tutta Europa. L’obiettivo è fare dei film che magari raccontino una realtà italiana molto specifica, che però possano parlare un po’ a tutto il mondo e soprattutto a tutta l’Europa. Poi abbiamo fatto dei documentari. Ci interessa molto, infatti, anche il linguaggio del cinema, quello più documentaristico. L’idea è di lavorare sulla realtà, con la realtà, facendo dei film piccoli, ambientati nella realtà, che siano esportabili oltre l’Italia.

8) Quali saranno i tuoi prossimi impegni e progetti?

Stiamo per iniziare il percorso produttivo di un film di Enrico Maria Artale, dal titolo Pablo, come produttori ed io sto cercando di scrivere un film su una prostituta. Vorrei immergermi in questa realtà della prostituzione e vorrei raccontare in maniera forte, diretta, documentaristica la vita di una prostituta, oggi. Però siamo nell’ambito embrionale delle idee e non c’è ancora nulla di scritto.

Grazie, Roberto per essere stato con noi.