Ecco come mi sono innamorata del greco antico – Intervista ad Andrea Marcolongo

«Ho detto “Ti amo” al duale, un numero della lingua greca che significa “noi due” – solo noi»
(La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco)
La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco” è il libro d’esordio della scrittrice Andrea Marcolongo. Questo libro ha scalato negli ultimi mesi le classifiche editoriali ed è stato accolto molto positivamente anche da chi di greco antico non ci capisce nulla. Infatti, l’intenzione dell’autrice non è stata scrivere una grammatica o un manuale per “insegnare” una lingua antica. Proposito dell’autrice è stato quello di presentare nel modo più semplice e accessibile a tutti il suo amore per la lingua di Omero, oggi vista da molti studenti come una vera e propria chimera. Laureata in lettere classiche all’Università di Milano, storyteller, amante della cultura e grande viaggiatrice, oggi ha deciso di raccontarsi a Social Up!
Oltre al ricordo degli studi liceali, come nasce l’esigenza di scrivere il tuo primo libro sul greco?
Che bella parola hai usato: esigenza. Sì, ripensando ad ormai un anno fa, quando scrivevo il libro a Sarajevo, penso proprio di aver sentito l’urgenza di raccontare il greco: a chi l’ha studiato e poi dimenticato, a chi l’ha odiato e ancora lo sogna di notte, a chi non lo conosce e, grazie al mio libro, entra in un altro modo di vedere il mondo attraverso le parole. Questo libro, in realtà, nasconde molte storie. Il primo capitolo, dedicato all’aspetto, è stato scritto la sera di tre anni fa per un liceale cui davo lezioni private e che mi chiese perché si devono imparare i paradigmi greci a memoria. Allora mi resi conto che, dopo il liceo classico e una laurea in lettere classiche, non avevo mai fatto davvero mio il chiedere sempre “come” – e non “quando” – alla vita. Tutto, comunque, finì quella sera stessa, quando cliccai invio alla mail destinata a quel ragazzo. Un anno e mezzo fa, un’agente letteraria fantastica, Maria Cristina Olati, mi chiese di inviarle tutto ciò che “avevo nel cassetto”, come “Harry Potter” di J.K. Rowling. Nel cassetto avevo però solo quel capitolo, che le mandai senza aspettarmi nulla. Quando tre giorni dopo mi chiamò Laterza per propormi di scrivere un libro sul greco – a modo mio – per la prestigiosa collana Robinson pensavo di essere su Scherzi a Parte

Come nasce la tua passione per le lettere antiche?
E se ti dicessi da un tre preso al liceo alla prima versione? Fu allora che mi resi conto che, per capire il greco, avrei dovuto “pensare come i Greci”. Perché i testi parlano, così come la lingua, ma sta a noi metterci in cammino con tutta la fatica, lo sforzo, la passione e anche l’ironia che ci vogliono. “Tradurre” significa, dal latino, “condurre verso”: a sedici anni capii che il greco non sarebbe mai arrivato a me se non mi fossi messa in viaggio io stessa. Definisco quella con il greco “la storia d’amore più lunga della mia vita” perché, proprio come l’amore tra esseri umani, procede per gradi di conoscenza: prima si impara l’alfabeto così come il nome della persona, poi di più e sempre di più. La chiave è non dare per scontato l’amore, mai smettere di imparare e di chiedere: questo, per il greco o per la vita, è invece il modo migliore per smarrirsi.
Avresti mai immaginato che un libro sulla lingua greca avrebbe raggiunto tanta fama in poco tempo?
Assolutamente no! Pensa che, in quella mail che mandai insieme al primo capitolo, scrissi le seguenti parole, colma di imbarazzo: “Mi rendo conto che non sia un argomento da best-seller, ma…”.  Oggi sono sei mesi dall’uscita del libro, in classifica fin dal primo giorno, con 80mila copie vendute, 15 edizioni, traduzioni in tutta Europa, compresa quella per la casa editrice francese Les Belles Lettres che mi ha fatta piangere di commozione. E tutto questo con un libro, rispetto ad altri dedicati al latino, che non entra nella discussione se il greco sia utile o meno, come il liceo classico: “La lingua geniale” parla di amore e dice essenzialmente che il greco è bellissimo, almeno secondo me!

Spesso mi è capitato di leggere punti in cui sembri mostrare un certo disappunto per quelle generazioni – cito testualmente – che “hanno imparato ad utilizzare un cellulare prima di una biro”. Quale pensi sia il problema legato alle nuove generazioni che si interfacciano per la prima volta con lo studio delle lingue antiche?

Sai, proprio per come sono fatta, quando il libro ha avuto successo ho scelto di vivere questa sorpresa come un’esperienza umana: viceversa non sarei mai sopravvissuta con l’etichetta di “caso editoriale dell’anno” scritta addosso! Per questo ho scelto di incontrare, oltre agli adulti, anche i ragazzi nelle scuole. Non conoscevo assolutamente questa generazione, nata dopo il Duemila e chiamata “nativi digitali”: ricordo che alla mia presentazione, avvenuta al liceo D’Azeglio di Torino, tremavo di paura! Ho scoperto invece un mondo di ragazze e di ragazzi molto migliore di come viene raccontato. Le loro domande, riguardo al greco ma soprattutto alla vita, non sono mai state banali, prevedibili, scontate. Spesso mi hanno messa a nudo. Ad oggi ho incontrato 35mila studenti e continuerò a viaggiare con il mio libro sotto il braccio fino a maggio perché i ragazzi sono stati il regalo più bello. I loro problemi alle prese con il greco sono identici ai miei quando frequentavo il liceo, ai nostri (della nostra generazione N. d. R). Se c’è chi invece ha qualche problema con le tecnologie, che è sempre connesso a qualcosa e mai realmente a qualcuno è la mia generazione, quella dei trenta-quarantenni che chiedono un selfie ancora prima che io cominci a parlare. I ragazzi di oggi sono molto più adulti e consapevoli di noi.

Pensi che la scuola oggi dia un senso sbagliato allo studiare il greco?

No, non particolarmente. Anzi, un’altra delle sorprese di questo mio libro è stato l’entusiasmo con cui è stato accolto dagli insegnanti (e nel testo non risparmio critiche e ironie), al punto che fanno letteralmente a gara per avermi con loro. Il senso dello studio, qualunque studio, che si tratti di greco o di matematica, sta nello spiegare il “perché” delle cose, non limitarsi all’apprendimento mnemonico, il metodo migliore per odiare qualunque materia. Nel mio caso fu la chimica: non capivo nulla e nessuno mi spiegò la sua bellezza così, dopo aver trascorso un anno a imparare formule a memoria, tutto ciò che so oggi è H2O! Detesto invece la polemica sul greco utile o inutile. Tutte le materie lo sono, ma la parola “utile” mi rimanda ad “utente”. Lo studio e la cultura non servono a formare “consumatori di servizi”, ma esseri umani. In questo senso, io amo la formazione umana che si raggiunge con lo studio e la fatica del greco, ma anche del francese!


Dalla tua biografia si capisce che hai viaggiato in molte città. Pensi che nel 2017 imparare una lingua antica sia utile quanto imparare una lingua moderna?
Sì, assolutamente sì. Io vivo a Sarajevo e parlo serbo-croato e, rispetto ai miei compagni di corso, conoscere il greco mi ha aiutata nell’apprendere una lingua germanica, molto distante dalle nostre lingue latine. Tuttavia, non credo che la presunta utilità stia solo in questo. Studiare il greco, così come leggere il mio libro, serve soprattutto a riflettere sull’italiano. È impossibile imparare una lingua straniera se non si conosce la propria lingua madre. E noto con tristezza, dati alla mano, che sono sempre meno gli italiani che sanno comprendere un semplice testo o scrivere una mail. Se di una lingua, viva o morta che sia, conosci solo cento o duecento parole, il tuo mondo è piccolissimo. Sei povero. Come i turisti che si esprimono a gesti in un qualunque viaggio. E il risultato è che qualcuno sceglierà al posto tuo.

Una domanda che è d’obbligo: qual è il tuo autore antico preferito? Fra i moderni invece c’è qualcuno che ti ispira particolarmente?

Proviamo a fare una classifica antica come le classifiche moderne! Allora, in narrativa non potrei non scegliere la “Medea” di Euripide, o ogni altra tragedia greca, perché lì è custodita l’essenza dello stare al mondo. In saggistica, ti direi Erodoto, colui che per primo scoprì il giornalismo e la storiografia. In varia, citerei Platone, Platone sempre, che amo infinitamente. I miei autori contemporanei, invece, sono Joseph Roth, F.S. Fitzgerald, Jonathan Franzen e tanto Orham Pamuk: è dal suo libro “La stranezza che ho nella testa” che ho trovato il coraggio di scrivere “La lingua geniale”!


Rifacendomi al titolo di un libro della filosofa Nussbaum vorrei che rispondessi sinceramente: perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica? Come vorresti rispondere a chi pensa che oggi sia “inutile” studiare lettere e filosofia?
Di nuovo l’utilità! Provo a citarti alcune mie riflessioni. Spesso si dice che la letteratura greca e quella latina siano le nostre radici (senza mettere a fuoco che dalla democrazia ateniese sono trascorsi oltre 2500 anni). Rifacendomi alla metafora dell’albero, se queste sono le nostre radici, dove sono i frutti oggi? O il nostro albero, teso tra nazionalismi, razzismi e confini, sta diventando sterile? La parola “xenofobia” è costruita su base greca, ma solo in epoca moderna ad esempio. Politicamente, la Grecia non è mai stata uno Stato sulle mappe fino al 1862, ma è sempre esistito un popolo greco fin dai tempi di Omero. Oggi esiste uno Stato, l’Europa, ma forse non un popolo, se troviamo quasi ovunque referendum per uscirne, muri contro i migranti, rivendicazioni di un passato e non la visione di un futuro comune. Infine (e questo lo dico spesso agli adulti): leggere, anche in italiano, un dialogo di Platone o un’orazione di Demostene allena alla pretesa di logica verbale di cui c’è un bisogno urgente nella società contemporanea, per districarsi tra un Trump o programmi politici inconsistenti quanto 140 caratteri!



Andrea Colore