Intervista ad Antonio Monda: conversazione su “Nel territorio del diavolo”

Scrittore, giornalista, critico cinematografico e letterario, Antonio Monda è direttore artistico del Festival LetterarioLe conversazioni” e della Festa del Cinema di Roma. E’ anche docente alla New York University, scrive tra l’altro su “La Repubblica” e “Vogue“, oltre ad essere curatore della rubrica “Central Park West” per Rai News 24.

Autore di otto romanzi e cinque saggi, nella sua produzione letteraria la città New York, in cui vive con la moglie Jacqueline e i figli, assume sempre un ruolo di centrale importanza. Nel territorio del diavolo”, è il suo ultimo libro, edito da Mondadori (marzo 2019).

Social up Magazine lo ha intervistato per voi.

Salve Antonio, la ringraziamo innanzitutto per questa intervista.

Nel territorio del diavolo”, il suo ultimo romanzo, è il settimo tassello della decalogia dedicata a New York, un progetto letterario iniziato con “L’america non esiste” nel 2012. Una costante dei romanzi di questo ciclo è la Grande Mela, ambientazione, ma anche protagonista attiva delle vicende raccontate in ciascuna opera, quasi che ogni libro sia volto a descrivere nuove e imprevedibili sfaccettature di questa città e, forse, anche degli Stati Uniti e della cultura americana.

Cosa l’ha spinta a ideare questo progetto?

“Nel territorio del diavolo” è il settimo volume di quello che considero un’unico libro, suddiviso in sette volumi, in sette parti, sulla città di New York. E’ ambientato all’inizio degli anni 90′ – anche se inizia nell’88’. E’ un atto d’amore per questa città che mi ha accolto 25 anni fa.  

“Aveva iniziato a nevicare e quando uscii la città mi apparve come una sposa che ha perso la verginità da troppo tempo, ma insiste a tutti i costi a indossare l’abito bianco. Era bellissima però e consapevole del suo incanto. La verità è che quando guardi New York è sempre la prima volta” (“Nel territorio del diavolo” Mondadori, 2019 pg. 24)

Ogni progetto, ogni libro, che costituisce questa grande opera, racconta un decennio diverso con personaggi interconnessi che riappaiono nelle storie – o ne riappaiono gli amici, gli amanti, i parenti ecc. In particolare “Nel territorio del diavolo”, parte della politica per raccontare la storia di una possibile redenzione.

Nel territorio del diavolo” è un romanzo che potremmo definire politico, perché analizza dall’interno le dinamiche della politica americana, dal punto di vista del giovane Alexander Sarris, il protagonista, che, in prima persona, ci racconta la sua esperienza al seguito di Lee Atwater, consulente politico e stratega del Partito Repubblicano, che portò Bush senior ad essere eletto Presidente degli Stati Uniti, dopo una feroce denigratoria campagna elettorale contro il principale avversario politico, Dukakis.

I metodi di Atwater in particolare si fondano sul costruire menzogne, attraverso la pubblicità e la manipolazione delle informazioni. Una macchina del fango, frenetica, ossessiva, in continuo movimento, da ritorcere contro gli avversari politici, puntando“alla pancia” degli elettori e facendo leva sul loro moralismo e perbenismo.

In politica vince chi racconta la storia migliore, sopratutto chi la racconta meglio” questa una delle pillole di saggezza del cinico, carismatico e spregiudicato Atwater, un personaggio affascinante e complesso, centrale nel romanzo, che tutti, il lettore, ma anche Alexander si sforzano di comprendere fino alla fine, senza riuscirvi del tutto.

E’ la politica, luogo seducente, ma anche coaecervo di menzogne (paragonata ad un ring pugilistico in un capitolo del romanzo) “Il territorio del diavolo”, cui si riferisce il titolo del libro?

Sì, Alexander Sarris è un personaggio immaginario, mentre Lee Atwater è un personaggio realmente esistito. Alexander Sarris, all’inizio del romanzo dice “Io non sono repubblicano, ma neanche democratico”, perché per me la politica non è l’arte del possibile, ma l’arte delle illusioni e le illusioni fanno male. Quindi la politica per sua definizione è sporca per natura, ma non è solo la politica ad essere il territorio del diavolo, sarebbe una forzatura troppo stringente e limitante. Il concetto è più ampio: il territorio del diavolo è il mondo che ci circonda.

Cosa rappresenta la figura di Lee Atwater?

Lee Atwater è un personaggio realmente esistito. Diabolico, luciferino, addirittura geniale, che fa del male, però. Ad un certo punto, nella sua vita, messo di fronte alla fine della vita stessa, si ammala gravemente e deve fare i conti coi suoi stessi peccati, avvertendo, perfino lui, il bisogno del perdono. Quella di “Nel territorio del diavolo” è anche una storia di redenzione, per me.

Alexander Sarris, l’altro protagonista, è un giovane privo di ideali politici definiti, abbastanza disinteressato alla politica. La sua indifferenza e, se vogliamo, il suo candore, sono dei pregi agli occhi di Lee Atwater, che lo sceglie come suo confidente.

Nel romanzo, la contraddizione tra purezza e contaminazione, emerge più volte, tanto che la domanda “cosa sia il male?”, ritorna puntualmente nella mente del protagonista, che vaga spesso per la città senza sapere bene a cosa aggrapparsi, interrogandosi sulla politica, ma anche su stesso, sulla religione, suoi suoi genitori, sulla sua sessualità.

Come mai ha scelto la prima persona e la prospettiva del giovane Alexander per raccontare i temi fondamentali di questo romanzo?

Il tema della contraddizione tra purezza e contaminazione è presente in tutti i libri che ho scritto. Così come una caratteristica comune ai romanzi della decalogia su New York è quella di essere scritti in prima persona (tranne il primo, “L’America non esiste”, in terza persona): si tratta spesso di lunghi monologhi interiori attraverso i quali i personaggi si raccontano al lettore. Questa modalità mi permette di andare in profondità nella psicologia dei protagonisti del racconto, di mostrarla e interpretarla. Nei miei romanzi, infatti, addotto punti di vista tra loro molto eterogenei e diversi tra loro, ad esempio in “Nel territorio del diavolo” Alexander Sarris è un omossessuale (io sono etero), mentre, altre volte, ho adottato il punto di vista delle donne, scegliendole come protagoniste. Non è una stranezza. E’ una tecnica letteraria per cercare di interpretare la psicologia della persona che prende vita durante il racconto, funzionale alla storia raccontata in ogni singolo romanzo.

Mi ha sempre appassionato condividere la stessa emozione con degli sconosciuti nel buio di una sala cinematografica. L’ho sempre preferito alla luce, il buio, e quello che ci avvolge quando vediamo un film è il presupposto per l’unico tipo di miracolo che io conosca: la possibilità di vivere, per qualche ora, un’altra vita”

Queste alcune delle riflessioni del protagonista di “Nel territorio del diavolo”, nella sala di un cinema.

Cos’ è per lei il cinema? Pensa che la sua importante formazione cinematografica – è critico cinematografico e Direttore del Festival del cinema di Roma – abbia influito sul suo modo di scrivere?

Le rispondo citando il titolo di un altro mio libro “La magnifica illusione” . La più bella delle illusioni possibili. E’ quella che mi ha dato il sogno che fosse possibile una vita diversa. Il cinema è questo per me. Senza dubbio ha influito sulla mia scrittura. Sarei folle a negarlo.

Dal punto di vista del racconto, “Nel territorio del diavolo”, è un romanzo indubbiamente coinvolgente e scorrevole, che parte dalla psicologia dei personaggi , molto approfondita, e dalla loro memoria per raccontare i fatti e gli accadimenti che li circondano, attraverso periodi agili e veloci, spesso assimilabili a pensieri, e metafore urbane, che per certi versi ricordano il genere noir, per il rapporto dei protagonisti inquieti con la città di New York, per la quale vagano in cerca di se stessi.

Uno stile di stampo chiaramente internazionale: non a caso i suoi romanzi sono stati tradotti in undici lingue.

Quali sono le letture che l’anno segnata nel profondo da lettore, da critico letterario e da scrittore?

Sono molte. Le cito alcuni titoli: l’opera omnia di Isaac Bashevis Singer, l’opera omnia di Jorge Luis Borges ed Ernest Hemingway, che è stato una mia grande passione. Io spero di avere la semplicità e la forza del suo linguaggio.

Leggendo “Nel territorio del diavolo” viene in mente il recente film di Adam Mckay, “Vice” in cui si descrivono i meccanismi subdoli di propaganda e di mistificazione della realtà, con cui il Vice Presidente Dick Cheney, costruì il caso delle armi chimiche, legittimando così l’intervento degli Usa in Iraq, fomentando l’odio, la paura e il razzismo e alimentando il fondamentalismo dell’Isis.

La continuità di questa macchina propagandistica della menzogna, dal governo di Bush senior, da lei descritta in “Nel territorio del diavolo”, a quello di Bush figlio, con Dick Cheney, analizzata in Vice, mi spinge a domandarle:

Pensa che la politica americana sia discostata negli anni da questi precedenti? Quale direzione sta assumendo secondo lei, ai giorni nostri?

Non si tratta di meccaniche che appartengono solo della politica americana, ma della politica di tutto il mondo. Certo, la politica americana lo ha fatto in modo più clamoroso, spettacolare e forse più efficace. E’ un meccanismo che continua imperterrito e che difficilmente si arresterà.

Ritornando a “Nel territorio del diavolo”. Quale sarà il prossimo libro della decalogia su New York?

Sarà ambientato negli anni 20′ e ho già il titolo “Il principe del mondo”, sarà in continuità con molti dei temi di “Nel territorio del diavolo”. Una nuova riflessione sul bene e sul male. 



Francesco Bellia