Intervista a Stella Pulpo – “Essere donne è un’esperienza complessa e meravigliosa”

Claudia Ruiz

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Un uragano di emozioni ed una scrittura così magnetica da non permetterti di distogliere lo sguardo, che sia tramite il suo blog “Memorie di una vagina” o attraverso il suo libro “Fai uno squillo quando arrivi” Stella Pulpo, milanese d’adozione tarantina nel DNA, ha il talento unico di saper dare voce a tutte le paturnie di noi povere ragazze di città. Stella prova a spiegare l’amore e il malessere, il sentirsi parte di una realtà metropolitana delle volte troppo dinamica, altre troppo lenta e noiosa.

Quando abbiamo letto per la prima volta Memorie di una Vagina un paio di anni fa ne siamo rimaste affascinate, perché è quel mondo libero e sincero di cui ogni donna ha bisogno. Stella Pulpo ha un dono: farti riflettere mentre ridi con le lacrime per quello che stai leggendo. Indaga la vita, le emozioni che ci accomunano nonostante la differenza di età. Sfogliando virtualmente il suo blog, leggendo il suo libro tu ragazza 28enne che ami avere una vita indipendente e una testa pensante, non puoi far altro che immedesimarti in quel racconto, non puoi far altro che pensare “cazzo questa cosa è così vera!”, in molti casi non ti resta che riflettere e imparare.

In questa intervista abbiamo parlato di Stella con Stella, del suo grande successo con il suo blog “Memorie di una vagina”, del suo libro “Fai uno squillo quando arrivi” edito Rizzoli e di donne, di femminilità sostenibile e di amore, tanto amore!

Che cos’è Memorie di Una Vagina e chi è Stella Pulpo?

Memorie di Una Vagina è il nome del blog che ho creato nel 2011, a seguito della fine di una relazione. Non potevo permettermi l’analista, così decisi di cercare sollievo nella scrittura (non che le cose siano perfettamente sostituibili, sia chiaro, mi raccomando, andate in analisi!). Pian piano, il blog ha raccolto sempre più seguito, molte lettrici hanno iniziato a immedesimarsi nelle avventure (e nelle disavventure) che raccontavo, e a confrontarsi su temi più ampi, legati alla consapevolezza femminile, alle relazioni, alle aspettative sociali. Così Memorie di una Vagina è diventata una vera e propria community nella quale le donne (ma anche gli uomini) interagiscono in maniera piuttosto civile, su argomenti disparati, da quelli ultra-faceti, a quelli più cruciali nella nostra identità. Per quanto riguarda Stella, cioè io (faccio decisamente troppa fatica a parlare di me in terza persona), sono una scribacchina da sempre, ho iniziato da bambina e non ho mai smesso. Negli anni sono cambiati i formati, i supporti (dalla carta al web, dal web alla carta) ma indagare la vita e sviscerare le emozioni attraverso la scrittura è l’unica cosa di cui non mi sia annoiata mai. E, ahimé, mi annoio facilmente più o meno di tutto.

In libreria “Fai uno squillo quando arrivi”, un libro che parla di amore, sesso, scelte, fallimenti, insomma di vita. Come è nata l’ispirazione e quali emozioni hai provato scrivendolo?

L’ispirazione è nata dalla voglia di raccontare non solo l’amore e le relazioni, argomenti a me cari già sul blog, ma di esplorare le esperienze, le scelte, i rimpianti e le aspettative che si affrontano in un preciso decennio della vita, quello tra i 20 e i 30 anni, quello in cui ci si spoglia delle vesti tardo-adolescenziali per diventare – a suon di prove ed errori – donne e uomini più consapevoli. Scriverlo è stata un’overdose di emozioni: mi sono divertita in un alcuni passi e commossa in altri, ho sorriso raccontando i personaggi che popolano il mondo di Nina, l’autenticità e le imperfezioni di ciascuno, ho sentito amarezza e speranza, disfatta e rinascita, e mi sono augurata, scrivendolo, che questo libro potesse rimandare ai lettori le stesse emozioni.

Quanto c’è di Stella in Nina?

Naturalmente molto. Un po’ perché è immediato, quasi inevitabile, soprattutto all’inizio, attingere a se stessi (se non al proprio vissuto in senso stretto, alle proprie emozioni). Un po’ perché questo romanzo nasce come naturale evoluzione del blog, che è un cosiddetto “personal blog”, dunque era piuttosto inevitabile che autrice e protagonista si sovrapponessero nella percezione dei lettori. Chiaramente c’è una forte componente di fiction, ma le emozioni raccontate sono vere. Sono mie, gentilmente prestate a Nina. Come ho spesso detto, a seguito di questa domanda, il punto non è se io abbia mai fatto un menage a trois o no, quello è gossip. Il punto è che le emozioni raccontate, sono state vissute, ci sono delle viscere nel romanzo, le mie nella fattispecie, sì, certo, ed è proprio per questa ragione – credo – che così tante persone mi hanno scritto di essersi immedesimate totalmente, di essersi comprese meglio, di aver amato Nina con tutti i suoi difetti.

“Memorie di Una Vagina” è il blog attraverso cui racconti te stessa e un po’ il mondo femminile. Tutte ci rivediamo nelle tue parole, come sono le trentenni di oggi e cosa possono insegnare alle trentenni di 30 anni fa?

Non credo che avremmo davvero qualcosa da insegnare alle trentenni di 30 anni fa. Credo che ciascuna di noi, noi tutte, viva nel modo migliore che riesce, nel tempo, nel luogo, nel contesto culturale in cui si trova. Non in senso passivo, abbiamo un grande potere – oserei dire responsabilità – nel migliorare quel contesto, ma c’è un rapporto di mutua influenza dal quale non si può prescindere. Le trentenni di 30 anni fa sono le nostre madri, le nostre zie, e più che insegnare loro qualcosa, possiamo spiegare. Spiegare il mondo in cui viviamo, spiegare perché a volte sia così difficile essere una donna emancipata, far coesistere le istanze antitetiche che ci abitano (la spinta all’indipendenza, all’autarchia emotiva, alla libertà sessuale) con gli schemi che ci portiamo addosso. Perché sia così arduo trovare un partner, cosa siano le dating app, quante domande in più ci facciamo sulla possibilità di diventare madri oppure no. Quanto la società, le garanzie, le opportunità si siano ridotte. E quanto comunque facciamo quotidianamente di tutto per far valere la nostra opinione, per rivendicare i nostri diritti, per scardinare il sessismo che ancora permea la società. E se non lo facciamo, beh, dovremmo farlo. Paradossalmente ho pensato spesso che per loro, le madri e le zie, le cose siano state più semplici, ma sono convinta che – banalmente – abbiano fatto fronte a limiti e difficoltà diverse, che possiamo immaginare ma non conoscere fino in fondo, perché ciascuna di noi conosce nel dettaglio le proprie battaglie. E sia chiaro: trovo utilissimo dialogare con le trentenni di 30 anni fa, e con le trentenni di domani, più che per insegnare, per imparare da ciascuna di esse.

In un’intervista hai parlato di “femminilità sostenibile” riferendoti al tuo blog e questo concetto mi ha molto incuriosito. Cosa intendi?

Intendo dire che la nostra vita, quella della nostra generazione in particolare modo, è stata segnata da una quantità imponderabile di aspettative sociali, che spesso ci hanno allontanate dalla realtà dei fatti, o dalla semplice e fondamentale domanda: cos’è che voglio davvero? Siamo cresciute all’insegna di “studia che devi essere indipendente”, poi “trova un bravo ragazzo”, poi “sposati”, poi “fai un figlio”, poi “fai un altro figlio”, poi “tic-tac-tic-tac, non hai ancora fatto un figlio? Svelta, che il tempo passa!” (correva l’anno 2016 e il Ministro della Salute ci ricordava con una delle peggiori campagne di sempre che la fertilità ha una scadenza, suggerendo che noi donne ce l’abbiamo). Nel frattempo, se possibile, sii ambiziosa, ma non troppo; sii magra; non invecchiare mai; fatti delle labbra da pompinara e gonfiati gli zigomi; già che ci sei dài pure un’aggiustata alle tette; e alimentati di tisane e bacche. E sii sessualmente disinibita, ma ricordati di non diventare una bottana, che il rischio è sempre dietro l’angolo. Insomma, essere donne è un’esperienza complessa e meravigliosa, che ha in sé una potenza, una completezza, una profondità che vanno oltre tutta questa narrazione superficiale, questo elenco di caselle da spuntare. La femminilità sostenibile è quella che ti consente di essere libera anche dall’ansia di ostentare la tua libertà, di essere consapevole delle tue potenzialità e dei tuoi limiti, di essere indipendente ma umana, capace di accogliere ma non servile, forte ma non acida, incline a comprendere te stessa e gli altri; la femminilità sostenibile ammette l’ipotesi che si possa essere donne complete anche senza un marito o tre figli, che si possa scegliere di dedicarsi ai propri sogni o di sfornare crostate e aiutare la prole a fare i compiti per tutta la vita e va benissimo in entrambi i casi, se è quello che si vuole; la femminilità sostenibile francamente si occupa di altri esami, rispetto alla prova bikini, e le proprie rughe se le tiene, e il proprio corpo impara ad amarlo e a migliorarlo senza stravolgerlo, ogni tanto cucina, ogni tanto ordina la cena, e in linea di massima la disparità salariale la inquieta di più della cellulite. La femminilità sostenibile è un modo di essere femmine che mette al centro la donna e non ciò che la società vuole dalla donna.

Diciamo che il mondo in cui viviamo non è proprio a misura di donna, cosa devono ancora imparare gli uomini e cosa le donne?

A parlarsi. A sforzarsi di comprendersi. A non stare seduti a sperare, aspettare, pretendere, implorare che l’altro sesso abbia delle risposte (che non ha) ma provare a capire e a capirsi. Che sì, non esistono più gli uomini di una volta, nella stessa misura in cui non esistono più le donne di una volta, perché “quella volta” è passata. Decifrare e spiegare le proprie ansie all’altro, e ascoltarsi. Credo sia questa la strada migliore per provare a incastrarsi, in qualche modo. Tu dici che il mondo non è a misura di donna, e sono d’accordo. Ma sai che per certi aspetti non è neppure a misura di uomo? Capire che anche loro sono vessati da ansie, diverse dalle nostre ma pur sempre ansie, è un grosso passo avanti. Capire che l’accettazione di noi stesse non dovrebbe passare per l’accettazione di un uomo, è il modo migliore per campare meglio, con sé e con gli altri.

Attraverso “Memorie di Una Vagina” è come se mettessi a nudo la tua mente, i tuoi pensieri, più che il tuo corpo nonostante il sesso e le relazioni uomo-donna siano al centro del tuo blog. Qual è il consiglio che vuoi dare a tutte le vagine ventenni?

Di capire il prima possibile che la cosa più importante non è piacere agli altri ma piacere a se stesse. Di concentrare fin da subito le energie nella più sfiancante e gratificante sfida della nostra vita: volerci bene. Sembra banale, sembra una cosa già detta, ma non lo è. L’affetto e il rispetto per se stesse s’imparano, specialmente quando si cresce in una cultura che ci educa all’insicurezza fin dalla più tenera età (con tutte le conseguenze del caso, sia nel rapporto con gli uomini, che con la nostra immagine, che con le altre donne). E poi consiglierei loro di non sottovalutare mai l’importanza dell’amicizia femminile, di non credere quando dicono che non è possibile, che non ne siamo capaci. Fondamentalmente sono davvero poche le cose di cui non siamo capaci. E godere delle virtuose, potenti, confortanti sinergie femminili è un atto di intelligenza, è una coccola, è una fonte di ispirazione preziosa: guardare donne migliori di noi nella sostanza, non nella forma (non solo, perlomeno), e migliorare, migliorare sempre.

 

M’hanno detto che essere donna è bello, ma nella prossima vita preferirei rinascere maschio, magro e superdotato! – Stella Pulpo