Simone Carraro

Intervista a Simone Carraro e le sue vele “Per Bologna, se ci fosse il mare”

Il numero di artisti che dal 7 Maggio hanno inaugurato l’ ART CITY Bologna 2021 pone grande attenzione alla scena artistica italiana, intergenerazionalità, intermedialità: sono i tratti distintivi dell’offerta 2021. L’ART CITY quest’anno si svolgerà nell’ambito di Bologna Estate, con la direzione artistica di Lorenzo Balbi e il coordinamento dell’Istituzione Bologna Musei.

Tra gli artisti presenti Simone Carraro artista classe ’95.  Affascinato dal simbolismo dei bestiari antichi e dei trattati scientifici e di cultura popolare, basa la sua ricerca sull’interazione tra immagine e scrittura analizzando quelle situazioni spesso marginali in cui il rapporto intrinseco tra uomo e natura non è un lontano ricordo ma una realtà quotidiana. Per la realizzazione delle sue opere intercetta le caratteristiche oristiche, faunistiche e della cultura popolare, in relazione all’ambiente in cui interviene, traducendole attraverso il proprio codice allegorico in forme figurative e verbali.

Foto_Eleonora_Conti

Cum Grano Salis – Bologna, se ci fosse il mare ha lo scopo di rievocare un ricordo ormai quasi perduto: la via fluviale che collegava Bologna e Cervia, riscoprendo e ripercorrendo la memoria del commercio del sale. Come è nato il progetto?

“Il progetto nasce da Laura Brambilla e Giorgia Casadei, le curatrici di Artierranti Associazione culturale, che insieme a “Senza titolo” hanno deciso di costruire un viaggio, un percorso a tappe per riportare in vita la memoria storica di queste due città e del territorio tra loro compreso.

Il progetto da subito si è configurato come un vero e proprio work in progress: abbiamo lavorato in squadra andando a ricercare le fonti, ci siamo documentati nel tentativo di raccogliere tracce per aiutarci a immaginare quello che ormai è quasi impossibile vedere.

L’obiettivo di Cum Grano Salis, al di là del ricordare, è soprattutto quello di permettere a chi oggi abita e vive questi luoghi di riappropriarsi di una storia che, nonostante ormai lontanissima nel tempo, è anche la propria storia.”

Per il progetto ti sei occupato delle due vele installate rispettivamente a Bologna e sul porto Canale di Cervia, che creeranno una nuova relazione tra le città. Cosa rappresenteranno?

“Attualmente ho realizzato la prima vela per il Parco del Cavaticcio, che è stata installata il 6 maggio in occasione di ART CITY Bologna. La scelta del luogo non è casuale, qui si trovava il porto cinquecentesco della città, qui arrivavano le merci e il sale dal mare e da qui ripartivano le barche lungo il Canale Navile. Per Bologna se ci fosse il mare, la tappa bolognese del progetto, ho dipinto una vela che racconta la prima parte del viaggio, quella che inizia appunto dall’antico porto della città e termina, percorrendo il Canale Navile, a Malalbergo, dove anticamente si aprivano le grandi estensioni paludose che permettevano alle navi di raggiungere il Po. Ho cercato di far interagire il linguaggio simbolico dell’araldica marinaresca con una sorta di mappa del percorso, le cui tappe sono rappresentate dai personaggi che le identificano.”

simone carraro
Foto_Eleonora_Conti

I visitatori avranno modo di immergersi nella memoria per rievocare usanze e tradizioni. L’arte come veicolo del tempo. In un momento come il nostro quanto è importante ripartire dall’arte?

Con questa azione ho l’obiettivo di innescare nell’osservatore una connessione tra la memoria storica e la contemporaneità, un sentimento nostalgico che non va inteso come rimpianto del passato ma piuttosto come un interrogativo sul presente.

Vivere un momento storico così stravolgente, può essere l’occasione per rivedere molte delle nostre abitudini, riconsiderare i nostri comportamenti, cambiare la nostra idea di consumo e spostamento. E’ successo anche al mondo dell’arte. Questo stop obbligato è stato per molti, dalle realtà istituzionali ai singoli artisti, un’occasione per riflettere su di sé e porsi delle domande. Sono state chiuse le porte dei luoghi generalmente dedicati all’arte, ma questo ha fatto sì che si sviluppassero nuovi modi per farsi conoscere e dialogare con il pubblico. Si è pensato a mostre in vetrina accese 24 ore su 24, si è sviluppata maggiormente l’idea di affissione pubblica e di distribuzione cartacea, c’è chi ha creato nuovi spazi virtuali allestendo mostre che esistono solo in astratto, e comunque, ogni realtà ha trainato avanti, con grande fatica, un sistema che deve sopravvivere, perché di arte c’è bisogno.”

Nei tuoi precedenti lavori hai sempre ricercato l’incontro tra l’uomo nel suo rapportarsi con la natura, spesso a discapito dell’ultima. Nel tuo processo creativo qual è il messaggio?

La mia tendenza è quella di non legarmi troppo ai processi creativi, mi interessa soprattutto intervenire in modo differente in base a quello che mi comunica il luogo con il quale andrò a interagire.

Sicuramente sono legato a delle macro tematiche che tento di sviscerare ogni volta che affronto un nuovo lavoro. Come accennavo nella risposta precedente, la mia attrazione verso un mondo arcaico e rurale non ha una valenza folkloristica. La mia volontà, al contrario, è quella di far riflettere l’osservatore su certi temi che inevitabilmente rimandano ad un mondo passato ma che in realtà sono strettamente connessi con il presente.

Penso alla necessità di conservare il patrimonio culturale popolare legato al territorio, perché in esso troviamo la reale testimonianza dei modi di vivere che hanno generato i saperi specifici radicati in ogni luogo, i quali confermavano l’ importanza che il territorio aveva in quanto fonte necessaria di sussistenza.

Conoscere a fondo l’ambiente circostante e rispettarlo era necessario per sfruttarne al meglio le risorse, la conoscenza della terra diventava parte integrante degli abitanti, creando quell’identità e consapevolezza sociale nella quale essi stessi si identificavano.

Penso che mantenere in vita quelle conoscenze comuni ereditarie sia importante per evitare che si dissolvano in quanto estranee alle frenesia del nostro tempo e, soprattutto, perché possano essere spunto per riconsiderare un’umanità che si muove verso l’appiattimento culturale e il totale distacco con l’ambiente che lo circonda.



Benito Dell'Aquila