Intervista a Carlo Genta: viaggio nello sport e nel calcio italiano

Lo sport è un pilastro della quotidianità degli italiani, un argomento sviscerato in ogni salsa, forma e sopratutto media. In radio sono poche le trasmissioni che affrontano lo sport con criterio e tra queste spicca sicuramente “Tutti Convocati” su Radio 24, condotta magistralmente da Carlo Genta, Giovanni Capuano e Pierluigi Pardo.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Carlo Genta, discutendo del futuro del calcio e dello sport italiano, analizzando l’attualità che lega anche questo mondo al tema dei vaccini e della pandemia. Genta è da sempre uno sportivo, appassionato e praticante in tutti i sensi, nonché giornalista di Radio 24 de “Il Sole 24 Ore” da sempre.

La possibilità di condurre una trasmissione sportiva nella radio della Confindustria permette a Carlo Genta & Co. di analizzare da vicino anche le tematiche finanziarie, oggi più che mai importanti anche per il raggiungimento di risultati sportivi da parte dei club. Buona lettura!

Cosa pensi del tema sport-vaccini? Credi sia necessario renderlo obbligatorio in maniera implicita?

Uno sportivo professionista per definizione e caratteristiche del suo lavoro ha contatto fisico, si assembra, usa il corpo come uno strumento di lavoro, è un lavoratore infungibile in un settore industriale e per questo credo sia una questione di buonsenso vaccinare gli sportivi, anche in maniera prioritaria, poiché non parliamo di divertimento, ma di un settore economico. Non si parla solo di sport in questo settore, ma bisogna considerare anche le regole dello spettacolo, del mondo delle scommesse, insomma un indotto importante che ruota attorno a questo settore.

Qual è il peccato originale che affligge le squadre italiane in Europa? Oltre al gioco, cosa manca davvero per essere alla pari?

Credo sia semplicistico dire che le nostre squadre italiane non vincono le Coppe poiché il nostro calcio è più scarso. Nelle coppe europee conta molto l’alea, poiché te la giochi nella singola partita, ma anche l’arbitraggio. In Italia siamo abituati a giocare un calcio molto sincopato, in cui ogni due-tre passaggi l’azione si ferma; in Europa vi è un modo diverso di arbitrare, giocando magari per tre minuti senza interruzioni, avendo ricadute in termini di prestazioni fisiche.

Per questo, per competere è necessario correre come gli altri ed affidarti ai grandi giocatori, poiché i loro colpi decidono le questo tipo di partire. Devono essere messi in condizione di essere nelle migliori condizioni possibili.

Gli Europei sono quasi alle porte. Cosa ti aspetti dalla nazionale italiana? Quali effetti potrà avere una buona performance sui club nostrani?

La Nazionale, in tutti gli sport, è sempre stata un volano dell’intero sistema. Non credo ci sia una correlazione stretta tra la salute di un movimento e la Nazionale, poiché quest’ultima dipende anche dal “lavoro delle mamme”, ossia se sono state brave a fare buoni giocatori la Nazionale è forte. Non credo nel protezionismo, ossia nel far giocare in Italia solo calciatori italiani.

Mi sembra che questa Nazionale sia una squadra buona, con giocatori di buon talento, manca forse la grande superstar in attacco che altri hanno, ma credo sia un team molto competitivo. Anche lì però, su una competizione così breve, le parole lasciano il tempo che trovano, poiché le partite le decidono gli episodi, il singolo dettaglio, ecc.

Cosa pensi della vicenda legata al ministero dello Sport nel Governo Draghi?

Se vuoi avere il ministro dello Sport deve essere competente. La scelta di Valentina Vezzali sottosegretario è eccellente, poiché credo che non debba essere un discorso politico, ma di competenze.

Lo sport ha le sue dinamiche e devi sapere come muoverti per risolvere le diverse problematiche, una visione molto aziendalista. L’ultimo ministero dello Sport mi sembra sia stato gestito in maniera confusa e demagogica, credo sia inaccettabile un ministro che dice “è stato bello, ho imparato un sacco di cose che non sapevo”, non dovrebbe essere così in un mondo normale.

Quali consigli ti senti di dare ai giovani che sognano una carriera nel giornalismo sportivo?

Credo sia un momento in cui gli orizzonti siano diversi. È necessario esplorare i nuovi canali che, anche in modo confusa e disorganizzati, si propongono con velocità. Credo che i media tradizionali non abbiano tanti margini di crescita, anche se radio e televisione esisteranno sempre.

La vera scommessa per i giovani è quella di esplorare nuove frontiere come il podcast, che con un approccio più organizzato forse potrebbe rendere molto più. Purtroppo, sono tecnologicamente molto arretrato, ma so bene che non può essere il futuro quello di fare la televisione in remoto.

Nell’ultimo ci siamo arrangiati, ma radio e televisione si fanno in presenza. Tuttavia, guardando anche ai mercati di altri paesi, il mondo dei new media è il vero territorio da esplorare. Fossi un ragazzo che vuol fare questo mestiere mi butterei su questi settori, più che sperare che si aprano le porte di un mercato perennemente in crisi come quello editoriale. Podcast, canali YouTube, Clubhouse, ecc. sono media che bisogna organizzare per realizzarsi professionalmente e commercialmente.



Paride Rossi