Gold Elephant World 7: grande festa del cinema indipendente a Catania

Giunto nel 2018 alla sua settima edizione, il Gold Elephant World, tenutosi dal 18 al 21 Aprile, è tornato con rinnovata vivacità a Catania. Un’edizione questa che ha visto una vasta partecipazione del pubblico con sale piene al cinema Lo Po, così come durante la serata conclusiva al Ma di Catania, con il tutto esaurito. L’organizzazione di spettacoli serali (dalle 21:00 in poi), piuttosto che pomeridiani, durante i quali sono stati proiettati i corti e i film in concorso e la presenza di una giuria tecnica di qualità, composta dalla regista Antonietta De Lillo (David di Donatello per il Resto di Niente), dall’attrice Valentina Lodovini (David per Benvenuti a Sud) e dal produttore di film italiani e internazionali Roberto Cipullo, che si è affiancata alla Giuria Giovani, sono alcune delle novità più interessanti che dal punto di vista organizzativo hanno contraddistinto questa edizione.

Lo stesso si può dire dello spazio pomeridiano allestito al Sisal in Piazza Trento: un salotto televisivo, in cui il giornalista Lucio Di Mauro ha intervistato i numerosi ospiti presenti (incontri che saranno presto trasmessi sui maggiori enti televisivi locali). Nuova anche la formula della premiazione finale, ubicata al Ma di Catania, per una serata conclusiva all’insegna del cinema, arricchita dalla presenza di Caterina Murino, attrice internazionale, (bond girl in Casinò Royale), della già menzionata giuria di qualità e di molte altre personalità dello spettacolo, anche siciliane come Donatella Finocchiaro e Lucia Sardo.

La risposta del pubblico, che come si diceva è cresciuta, dimostra come il Festival, ideato dal direttore artistico Cateno Piazza, e prodotto da Alfiere Production, con Daniele Urciuolo come presidente della manifestazione, stia crescendo e maturando sempre di più negli anni, con la chiara idea di promuovere con entusiasmo il cinema indipendente di qualità.

 In questa direzione fondamentale l’apporto del critico cinematografico Emanuele Rauco, selezionatore ufficiale per Il festival di Venezia, che anche quest’anno si è occupato di scegliere i corti e i lungometraggi in concorso al Gold Elephant e ha curato le interviste e la presentazione dei film in sala, prima della loro proiezione. Entrando più nel dettaglio, ecco i vincitori della manifestazione: per quanto riguarda i Corti, Miglior Corto Giuria di Qualità ad Anniversary di Angelica Germanà Bozza, un delicato racconto sull’ origine di un’antica tradizione curda e Miglior Corto Giuria GiovaniFramed di Marco Jedolo. Per quanto i lungometraggi, invece, Senza fiato di Raffaele Verzillo, è il vincitore del premio Miglior Film, attribuito dalla Giuria di Qualità. Film in Bianco e nero, Senza Fiato si avvale di un bel cast tutto italiano, tra cui  Francesca Neri, Fortunato Cerlino, Antonia Truppo Antonio Friello. Ambientato nel Casertano racconta con uno stile registico funzionale alla narrazione, il dramma di vite logorate da molteplici realtà opprimenti, che come pesi insormontabili finiscono per gravare progressivamente sui personaggi, lasciandoli appunto senza fiato, senza speranza, né via di scampo: dalla disoccupazione giovanile, al licenziamento improvviso, dalla malattia alla solitudine, fino alla crisi di identità di chi si sente abbandonato dal mondo e al dramma esistenziale della depressione.

E’ quest’ultima a spingere uno dei personaggi, un po’ simbolo della condizione collettiva di tutti gli altri, interpretato da Antonio Friello, a chiedersi e a domandare a parenti, amici, conoscenti, per quale ragione valga la pena di continuare vivere. Sulla base di questo acuto incipit di sceneggiatura tale personaggio, che all’inizio sembra l’unico ad essere infelice, farà quasi da “agente provocatore” nel “pungolare” gli altri su questo tema: ognuno darà una risposta diversa, per lo più allontanandolo malamente e rifiutando di rispondere.

Con un effetto domino questa terribile domanda finirà per coinvolgere tutti i protagonisti, destabilizzandoli nel profondo e facendo emergere tutta la loro fragilità e la loro rabbia verso un mondo e una società che non li riconosce. L’onnipresente bianco e nero, il montaggio sonoro che emula il battito di un cuore affannato che corre senza sapere dove andare, assieme all’uso di primissimi piani, parziali e frammentati, che evidenziano la dissoluzione progressiva dell’identità, contribuiscono efficacemente a creare una  lenta rete da cui sembra impossibile fuggire. Un uso senza dubbio accurato della regia, che pone grande attenzione anche alle pause, ai silenzi, come ai dialoghi e alla recitazione.

La figura dello stupratore pentito è quasi un crudele sberleffo, che si ritorce contro gli innocenti, piuttosto che sciogliere i nodi irrisolti. Sul finale il melodramma prevale ed esplode, forse con troppa velocità e in modo più tradizionale di come le premesse sembravano far indirizzare il film. Una conclusione più aperta e indefinita forse sarebbe stata più potente, perché più subdola e reticente, senza una vera risposta, ancora una volta priva di riferimenti: una risposta sussurrata a metà,  senza fiato come il titolo del film. Tra le prove attoriali oltre agli interpreti più noti, già citati, interessante anche l’interpretazione della giovane attrice Giuliana Vigogna. Di carattere molto diverso, più affine alla commedia che al dramma il film “Blue Hollywood” del giovane regista Francesco Gabriele, premiato come miglior film dalla Giuria Giovani. Girato a Los Angeles, in lingua inglese la pellicola racconta il trasferimento di due giovani attori, un italiano, Alessandro (interpretato dallo stesso Francesco Gabriele) e una inglese, Celeste (Helen Watkinson) ad Hollywood, per trovare fortuna e raggiungere il successo.

Ben presto entrambi scopriranno che “Hollywood” non è il Paese delle Meraviglie come credevano che fosse. Con uno stile leggero e spregiudicato, dalla battuta sempre pronta  e una grande attenzione all’interazione col pubblico e al suo coinvolgimento, Francesco Gabriele, ci descrive i due antipodi di Hollywood incarnati dai suoi due personaggi: da una parte l’attrice talentuosa (Helen Watkinson), frustrata dai numerosi rifiuti e dall’indifferenza di un mondo che sembra ignorare il suo talento; dall’altra l’attore indolente e poco pratico con l’inglese, un italiano marpione di professione (Francesco Gabriele) che pensa soprattutto a spassarsela con una schiera sempre più numerosa di donne bellissime e facili.

Il regista gioca con ironia sul fascino dell’italianità all’estero, quasi un passpartù per sedurre qualsiasi donna, tanto che il protagonista può anche permettersi di “snobbare” le sue invidiabili conquiste dopo averle sedotte con il minimo sforzo; ma questo suo peregrinare a zonzo per la casa, per le strade di Los Angeles, passando da una donna all’altra,  che nella prima parte del film sembra premiarlo rispetto al rigore dell’altra protagonista nel cercare un impiego, rivela progressivamente tutta l’inquietudine di cui è portatore.

Hollywood non è proprio il paese dei balocchi e così come si può sguazzare nei suoi numerosi divertimenti, facili e appaganti, in essi ci si può anche smarrire, perdendo l’orientamento. Blue Hollywood si colora sul finale, seppur con ironia e leggerezza, delle sfumature promesse dal titolo (e dalla lavagna di Celeste). Il blu è il colore del mare, ma anche quello di una piscina in cui si sta da soli ad aspettare la grande occasione, incerta e difficile da ottenere senza sacrifici, senza “macchiarsi” un po’ con il mondo del cinema e con le sue discutibili meccaniche. Francesco Gabriele firma un film allegro, scorrevole, talvolta sopra le righe, ma con garbo, una pellicola che reca chiaramente la sua personale impronta, a partire dai riferimenti autobiografici della storia – il regista ha vissuto per diverso tempo a Los Angeles – fino alla regia e alla recitazione che seguono di conseguenza. Una produzione indipendente smaliziata, un esordio al lungometraggio che racconta la storia di due attori all’estero con una fotografia pulita e una narrazione giovanile e fresca.

Segnalazione speciale della giuria anche per “Chi salverà le rose“di Cesare Furesi, con Caterina Murino e Lando Buzzanca. Tra i cortometraggi in concorso segnaliamo, infine, l’intelligente Cecilia’s Affair di  Fabio Fagone con Fabio Boga, Giuseppe Calaciura, Vittorio Spitaleri, un originale e creativo modo di descrivere la mafia, attraverso la fiaba e la metafora. Il corto, girato interamente a Catania rappresenta la Mafia e la Connivenza come due giganti malvagi che sovrastano la città divorando le ricchezze e le risorse del territorio,  rappresentate metaforicamente dai gustosi cibi siciliani, che essi esigono come tributi da parte dei ristoratori; ma una bambina trova la soluzione per contrastarli: essere uniti e collaborare, perché anche se minuscoli a loro confronto, non è impossibile sconfiggerli. Surreale e privo di dialoghi, il cortometraggio sfrutta bellissime immagini della città di Catania per raccontare in modo fantastico e simbolico una realtà, purtroppo sempre attuale come la mafia.