“Girlboss”: un’occasione mancata per Netflix

Girlboss ha debuttato il 21 aprile 2017 su Netflix. È una serie ispirata al libro autobiografico di Sophia Amoruso. Vi chiederete: chi è Sophia Amoruso?

Classe 84’, di origine italiana ma da sempre residente negli Stati Uniti, la Amoruso apre il suo primo store online su eBay all’età di 22 anni “Nasty Gal Vintage” nel quale vende vestiti ed oggetti vintage. La svolta arriva nel 2008 quando, chiusa la pagina su eBay, apre un suo store online. Il “Nasty Gal” non vende più roba vintage e, grazie ad un uso appropriato dei social networks (uno tra tutti MySpace), il fatturato dell’azienda nel suo primo anno arriva a 23 milioni di dollari. Negli anni la Amoruso ha conquistato il titolo di “Cinderella of tech” datole dal The New York Times ed è al 53o posto della lista America’s Richest Self-Made Women stilata da Forbes.

Ad oggi, Sophia Amoruso ha pubblicato la sua autobiografia dal titolo “#Girlboss” e “Nasty Gal” ha dichiarato bancarotta nel 2016.

La prima stagione di Girlboss, scritta e diretta da Kay Cannon, è composta da tredici episodi della durata di circa 26 minuti. Tra i produttori esecutivi spicca il nome di Charlize Theron. L’intento di raccontare la storia della Amoruso e, quindi, come una ventiduenne qualunque possa costruire un impero commerciale intercontinentale, non è riuscito.

È vero che grossolanamente la serie racconta di una Sophia Marlowe che, senza ambizioni e senza particolari talenti se non un brutto carattere e l’essere svitata, fa dello shopping e della passione per il vintage la propria attività lavorativa fino ad aprire lo store online “Nasty Gal”, ma purtroppo, il modo scelto per parlare della Amoruso è frivolo e talmente inadeguato da rendere la serie solo un misero tentativo da dimenticare subito.

In Girl boss, Sophia – interpretata brillantemente e splendidamente da Britt Robertson – ciondola per le vie di San Francisco in cerca di abiti vintage, interseca rapporti con la gente che incontra e si innamora del batterista tour manager di una band. È una ragazza superficiale, esaltata e prepotente che ammalia con i suoi occhi blu. Non c’è profondità nel suo personaggio e lo spettatore, fino alla fine, non entra mai in empatia con la protagonista divenendo mero osservatore disinteressato delle sue sorti. Si evince chiaramente che Sophia sa divertirsi e vivere in una San Francisco multiculturale colorata e piena di fascino da cui trae ispirazione per vivere. La serie si arricchisce grazie ai dialoghi di Sophia con l’amica Annie (Ellie Reed) e grazie alla presenza di Dean Norris (l’Hank del celebre e pluripremiato Breaking Bad) che interpreta il padre di Sophia.

Peccato, però, che Girlboss non superi neppure le aspettative minime che lo spettatore avrebbe potuto riporre prima della visione. La serie, infatti, si rivela un’occasione mancata quando sceglie di concentrarsi sulle paturnie della protagonista e non su come un hobby può diventare concretamente il mestiere della vita o su come, a volte, basta un’idea contemporanea per guadagnare e raggiungere il successo.

Chi si aspetta la vera storia di Sophia Amoruso rimarrà deluso, anche se ad ogni episodio è prontamente avvisato con la dicitura “Quanto segue è liberamente basato su fatti reali. Molto liberamente”.

Credeteci: sarà l’unica cosa che apprezzerete alla fine del tredicesimo episodio!



Sandy Sciuto