FEFF21. Crossing the border: un anziano e un bambino attraverso il confine della vita

In SPETTACOLO by Francesco BelliaLeave a Comment

Presentato in anteprima mondiale al Far East Film Festival, il Festival del cinema orientale di Udine, giunto quest’anno alla sua ventunesima edizione, “Crossing the border” del regista cinese Meng Huo è un delicato e profondo road movie, che, attraverso un’impronta molto personale, conferita a quest’opera dalla mano del regista, racconta una vicenda apparentemente semplice, affrontando, in realtà, temi delicati e complessi. In particolare pone un’attenta riflessione sullo scorrere del tempo, e, poi, sul passaggio del confine (crossing the border), inteso simbolicamente, non solo in senso geografico (siamo in un road movie), ma soprattutto, come confine ultimo, linea di demarcazione che separa la vita dalla morte.

I toni del film sono senza dubbio quelli di un road movie puro, incline alla commedia, che descrive il viaggio come un’avventura in cui riscoprire se stessi. Nella pellicola si racconta, infatti, della permanenza di un nipotino di sette anni, presso il nonno Li Fuchang (Taiyi Yang) , che vive in campagna. La madre del bambino sta per partorire un altro figlio e i genitori decidono, in questo periodo di frenetici impegni, di affidare il bambino alle cure dell’anziano. Non possono immaginare però che il nonno abbia intenzione di portare il piccolo con se in un improbabile viaggio dalla campagna alla città di Sanmexia, con un motocarro abbastanza lento e inadatto alla strada, per andare a trovare un caro amico malato e sofferente nell’ospedale della città.

L’epopea del vecchio e del bambino parte subito come un viaggio calmo, affatto frenetico, ma abbastanza stralunato, fatto di false partenze e progressivi accorgimenti tecnici per proseguire; un percorso attraverso la campagna cinese, che è al contempo un elogio della lentezza ed un inno al senso stesso del viaggiare. Lungo il cammino il bambino e il vecchio contemplano con stupore ed incanto ciò che li circonda, dormendo all’aperto, rievocando storie del passato, fantasmi o aneddoti della famiglia. Per strada poi incontrano altri viaggiatori, ognuno dei quali ha a sua volta una storia da raccontare.

E’ grazie alla paziente vitalità dell’anziano, alla sua saggezza popolare, all’ingegnosità della sua esperienza e alla sua sensibilità nell’ascolto degli altri che, per andare da un punto A ad un punto B, si finisce per compiere una strada piacevolmente più complessa e non rettilinea. Potrebbe sembrare il gioco di un vecchio con un bambino ed il regista ce lo rappresenta con questa leggerezza, ma Crossing the border cela messaggi ben più profondi. Attraverso una poesia del semplice, essenziale, ma incredibilmente autentica ci parla infatti dell’attraversamento di un altro confine: quello della vita.

Il viaggio dell’anziano uomo è proprio questo, un cammino per avvicinarsi ad un amico, che come lui sta dirigendosi verso il termine previsto per ogni uomo. La tegola del tetto che il nonno non riesce a sistemare, all’inizio del film, rappresenta la presa di coscienza di un cammino traballante ed incerto che per lui sta per iniziare. Non è un caso che le persone incontrate sul cammino di nonno e nipote siano in qualche modo collegate al mistero della morte: dal ragazzo depresso, il cui amico si è suicidato per ristrettezze economiche, alla famiglia che ha perso il padre, fino all’apicoltore che ha scelto di finire i suoi giorni lontano dalla città, in compagnia delle api. Per ognuno di loro l’anziano guidatore ha parole di meditazione e conforto e condivide sempre qualcosa. Ritualità e scambi che riempiono di significati l’attesa ed il viaggio. Anche i personaggi dalle storie raccontate dal nonno sono collegati al mistero dell’attraversamento. Il regista le porta con grazia sullo schermo, facendole rivivere con attori in carne ed ossa, i quali parlano tramite la voce del nonno.

Tra queste spicca la canzone che il vecchio canta al fanciullo, con voce piuttosto stonata, tanto che il bambino lo spinge a raccontargli la storia piuttosto che cantare. Si tratta di un canto di un’opera cinese, il cui protagonista in fuga da inseguitori è costretto ad interpellare un saggio-mago che gli permetta di attraversare il confine delle montagne nebbiose e fuggire. E’ qui, in mezzo alla nebbia, durante l’Attraversamento (titolo dell’opera cinese) che l’uomo, sentendosi perduto e smarrito, si interroga sulla sua identità e sul suo destino, tramite un canto, lo stesso intonato dal nonno, anche a chiusura del film.

E’ il senso della pellicola, avvicinarsi e pensare all’attraversamento ultimo. Bella la scena in cui il nonno protagonista incontra l’amico malato, dopo il viaggio affrontato col nipote per tale scopo. Nonostante la solidarietà e l’affetto che egli mostra nei confronti dell’infermo, si accomiata abbastanza velocemente da lui, quasi abbia paura dell’ombra della morte che lo accompagna . Ad ogni tappa del viaggio ci si avvicina sempre più al confine, di cui l’amico sofferente rappresenta il culmine, sempre più vicini al mistero della soglia.

Il fatto che il bambino accompagni il vecchio in questo road movie, non è casuale. Sono due opposti destinati ad incontrarsi come sottolinea uno dei personaggi del film: “Si dice che quando muore un vecchio, nello stesso momento c’è un bambino che nasce”. Vita e morte sullo stesso confine da attraversare. Il regista non riprende direttamente nessuno di questi due elementi: né la nascita, né la morte, ma racconta di un protagonista, l’anziano nonno che vi si trova in mezzo ed è consapevole di essere sulla strada.

Come si evince l’ottimo film del regista Meng Huo, dedicato a suo nonno, è disseminato di simbolismi nascosti, che affiorano con eleganza e leggerezza, lasciando allo spettatore un ricordo positivo di questo viaggio di riflessione sulla fine.

Emerge un’ impronta molto personale, probabilmente in parte autobiografica, con una poesia asciutta, a tratti giocosa e divertente, (che punta sul bravissimo attore protagonista e sulla spontaneità del bambino), emozionante e lievemente malinconica. Davvero un equilibrio notevole per un road movie metaforico di spessore.

Il film rievoca alcuni temi ed elementi di una pellicola occidentale “Una storia vera” di David Lynch. Considerato da molti il film meno lynchiano del regista, famoso per trame conturbanti, ellittiche e decisamente anticonvenzionali (come quelle di “Mullolhand Drive” o di “Twin Picks”), questa pellicola racconta di un settantaseienne, che vive in Iowa, negli Usa, il quale, dopo aver saputo del fratello malato, decide di raggiungerlo, ma non avendo la patente è costretto ad utilizzare un trattore, un mezzo lentissimo per una distanza non indifferente. Sul cammino incontra tante persone stravaganti, che spesso aiuterà con i suoi consigli, alcune delle quali si uniranno a lui nel viaggio per raggiungere il fratello.

Come in Crossing the border c’è un lungo cammino da intraprendere con scarsi mezzi, per raggiungere una persona in difficoltà ed il viaggio e le persone incontrate sono quasi più importanti della meta da raggiungere. Il film di Lynch, tratto da una storia vera (da qui il titolo) è però ben più lineare del simbolico e poetico film del cinese Meng Huo, pur rappresentato un’interessante parentesi road movie nella filmografia del regista statunitense.