Favolacce: pagine di infelicità nella periferia di Roma

Permeato da una struttura episodica,  Favolacce, film del 2020 dei fratelli d’Innocenzo (Damiano e Fabio) è una pellicola che attraverso una narrazione dura, schietta, drammatica, affronta il tema della promiscuità e dell’inquietudine autodistruttiva che si cela all’interno di alcuni nuclei familiari che vivono nella periferia a sud di Roma. Attraverso il rapporto genitori-figli il film costruisce una dimensione opprimente e senza via d’uscita, in cui l’unica soluzione per i protagonisti sembra essere quella di divenire oggetto di agghiaccianti fatti di cronaca.

A dispetto del premio par la migliore sceneggiatura vinto dalla pellicola a Berlino, a parere di chi scrive, si tratta più che altro di un film che si fonda su spezzoni registici ed idee visive, piuttosto che su dialoghi o su trame articolate o ancora su una linea centrale che unisca tra loro le scene attraverso un ben annodato filo rosso, il che è in parte voluto.

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Come spiegato nell’introduzione del film, operata da una voce narrante, infatti, le Favolacce del titolo sono tratte dal diario di un bambino, ritrovato da un adulto che è rimasto colpito dall’intensità di quei ricordi, semplici ma veri ed evocativi, e che per questo ha voluto reinterpretarli a suo modo raccontandoli.

Il film ha volutamente la struttura di un diario approssimativo, come potrebbe esserlo quello di un bambino,  non scandito da date né da riferimenti temporali: le scene e gli episodi si susseguono come se si stessero leggendo degli appunti scritti su un quaderno. Il risultato finale è chiaramente un film dalla narrazione ellittica, che appare quasi un collage di scene, le quali si susseguono non in modo fluido, ma per certi versi casuale, senza la necessità che queste scene siano necessariamente conseguenziali rispetto alla precedenti o legate alle successive da un rapporto causa effetto.

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La narrazione è piuttosto lenta e gli eventi narrati sono per lo più inquietanti e dolorosi per i protagonisti. Tema portante: la promiscuità tra le famiglie del vicinato che le porta necessariamente a frequentarsi ma anche a detestarsi tra loro.  Povertà, vicinanza e muta tristezza, assieme alla frustrazioni di bambini molto intelligenti costretti in un contesto per molti aspetti avvilente e degradante come quello della periferia descritta.

Genitori insoddisfatti, rabbiosi (ad esempio il personaggio di Elio Germano) che, infelici, sembrano voler infierire sulla loro stessa infelicità. Altro tema è quello della sessualità che investe questi bambini abbastanza precocemente. Li turba ed è insistentemente cercata. L’idea globale è quella di un film disilluso e infine mortifero, che come si diceva risulta quasi come una pellicola ad episodi-pagine di diario piuttosto che una narrazione unica.

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Se questo rende il film originale da un lato, lo rende non sempre facile da seguire dall’altro, anche per il ritmo della narrazione lento e la lingua in dialetto romano, a  volte abbastanza fitto. Anche le svolte principali della trama, sebbene improvvise, non sono poi così dirompenti, data l’atmosfera opprimente e di tensione che permea tutto il film, la quale le fa ragionevolmente presagire. Sono spiegate tra l’altro attraverso delle cesure narrative, che non ne agevolano la comprensione, né l’immedesimazione.

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L’abbondanza di campi lunghi e inquadrature da lontano, così come la dimensione corale del film non aiutano poi nell’individuare chi sia il vero protagonista: il messaggio veicolato dalla regia sembra essere che una voce vale l’altra; che uno sguardo, sia esso dei bambini o degli adulti, vale l’altro, per nessuna di queste persone c’è illusione di felicità, cambiamento o salvezza; come per lo stesso narratore che infine rinuncerà egli stesso a raccontare…

Non mancano alcune scene visivamente convincenti, come gli scatti di rabbia del padre (Elio Germano), ma il film si limita a riportate questi ricordi di dolore, rabbia, insoddisfazione, piuttosto che ad indagarne le cause. Questo è un limite della sceneggiatura, a parere di chi scrive.

L’idea sembra essere quella per cui delle crisi e dei disagi dei genitori e degli adulti si fanno portatori i bambini, che sono i primi a pagare per l’infelicità collettiva. Una provocazione disillusa, che però non porta altro se non un nichilismo di periferia fine a se stesso e non ha ad esempio la profondità psicologica di altri film italiani, primo tra tutti l’ottimo Dogman di Garrone.

Nel suo essere ellittico e indiretto, alla fine, il film non è così empatico. “Le favolacce raccontate queste sono e queste rimangono”, sembrano voler dire i registi. Non si tratta di favole che hanno un insegnamento ma di racconti di infelicità della periferia, di cui il film è un portfolio.

Buona la fotografia del film, senza dubbio tra le caratteristiche migliori della pellicola. Nel complesso però Favolacce non risulta essere poi così originale. Anche il personaggio di Elio Germano ricorda un po’ quello da lui interpretato in La Tenerezza di Amelio, dove la caratterizzazione era ben più forte e la rabbia indagata più da vicino. Componente sonora ben scelta.



Francesco Bellia