Cos’è il revenge spending e come renderlo consapevole

In Cina, primo paese a subire gli effetti dell’epidemia globale e della quarantena, il lockdown è stato molto più restrittivo del nostro. Uscite di casa scaglionate, concordate con il governo a orari prestabiliti e strade davvero vuote hanno creato un sentimento di forte privazione nel popolo cinese, che al primo allentarsi delle restrizioni si è dato al revenge spending.

Che cos’è il revenge spending

Il termine, coniato dai media cinesi, si riferisce al senso di rivalsa e gratificazione generato da una sana sessione di shopping. I clienti cinesi  dopo mesi di social distancing hanno letteralmente assaltato le boutique di lusso. Prima tra tutti quella di Hermès a Guangzhou, che l’11 aprile ha terminato le borse modello Kelly alle 10 del mattino. Il prezzo dell’iconica borsa si aggira tra i $9,000 e i $13,000, a seconda del modello. Il seguente 15 aprile, il nuovissimo retail store della maison di Canton, ha incassato 2,5 milioni in un’unica giornata. Incredibile ma vero, in Cina il virus ha soltanto alimentato la fame di lusso. Il China Daily conferma che già dal 15 marzo il popolo cinese aveva cominciato a stilare delle “recovery wishlist”, annotando giorno dopo giorno tutti gli acquisti che avrebbero voluto fare finita la quarantena. E’ evidente che l’acquisto di un bene di lusso non sia una spesa da tutti i giorni. Ma dopo mesi di prigionia volontaria forzata, ci vuole ben altro per risollevare il morale.

via chinapost.com

Quante volte ci è capitato di fare acquisti solo perché avevamo voglia di sentirci meglio? Ecco, il revenge spending funziona esattamente così. A differenza dall’impulse buying, o acquisto impulsivo, prevede una lunga ponderazione sull’oggetto del desiderio e una conseguente spesa più alta. Non è forse l’attesa del piacere essa stessa il piacere?

E’ una soluzione?

In situazioni di delicata realtà economica come quella che stiamo vivendo,questo desiderio d’acquisto può essere uno strumento utile in molti casi. Sia per il nostro benessere psicofisico che per l’economia di un paese. Lo shopping ha un potere terapeutico:uno studio dell’Università del Michigan parla di come la Retail Therapy (letteralmente Terapia del commercio al dettaglio) ha effetti immediati sul tono dell’umore, sia online che offline. L’emozione di stare in casa e vedersi finalmente bene nella nuova tuta fluo di Nike arrivata grazie alla magia dell’Internet è impagabile e merita di essere immortalata. Dopo 40 giorni di felpe del liceo e leggins bucherellati, lo dobbiamo a noi stesse, specialmente per una questione di amor proprio ed autostima personale, che è fondamentale in periodi come questo.

via rupixen.com

E attenzione, perché il senso di soddisfazione crea dipendenza e basta un attimo per passare dal revenge spending all’impulse buying. Ovvio che in un periodo in cui l’economia mondiale è appesa ad un filo, acquistare capi, servizi e accessorie più disparati sia una forma di sostegno importante, soprattutto su scala nazionale.

Come rendere il revenge spending consapevole?

Per evitare di ritrovarsi la porta di casa bloccata da pacchi del corriere a fine quarantena, sarebbe consigliabile trattenere l’irrefrenabile voglia di sperperare i propri averi online. Occorre comprare consapevolmente, prediligendo il commercio domestico. Acquistare prodotti da boutique online italiane o europee, resistere ai lussuriosi saldi delle catene fast-fashion spagnole. Ma anche mettere da parte qualche soldo per investire in una bella luxury bag made in Italy sono ottime pratiche per un revenge spending consapevole. Basta pianificare, stilare una wish-list, cogliendo l’occasione giusta sulle numerose piattaforme internet e negozi italiani indipendenti attivi online in questo periodo di social-distancing. Il revenge spending non risolleverà le sorti del paese, ma aiuterà a chi vive di commercio, a non smettere di lottare: fa bene anche al nostro paese, il cui marchio Made in Italy si contraddistingue nella scena globale per qualità e valore. Quindi, perché da amanti della moda e italiani, non sostenerlo?



Irene Coltrinari