Cannibalismo, storie di uomini comuni che mangiano altri uomini

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Se volete una storia terrificante da raccontare la notte di Halloween vi regaliamo il mito urbano dei “cannibali metropolitani”, individui perfettamente inseriti all’interno della nostra civiltà che arrivano a praticare l’antropofagia.

Gente qualsiasi che finisce per vari motivi col commettere uno degli atti più ripugnanti che si possano immaginare: mangiare il corpo, la carne, di un essere umano.

No, non siamo alle prese con i superstiti di un disastro aereo che per sopravvivere sono costretti a nutrirsi dei cadaveri dei loro compagni, nè di qualche crudele serial killer dai gusti particolari come Albert Fish, Andrej Cikatilo o Stephen Griffiths.

Non stiamo neppure parlando di uomini e tribù rimaste isolate per centinaia di anni in qualche sperduta località africana nè di bande di adolescenti russi satanisti con la testa bruciata da droghe e da pessima musica.

Parliamo di comuni “cittadini”, insospettabili e imprevedibili, come il tuo vicino di casa o un tuo compagno di scuola elementare, o come il tuo migliore amico.

Possibile?
O è pura fantasia?

Andiamo a scoprirlo con l’aiuto di Stefano Pastor

Un ricovero ospedaliero pieno di misteri…

Sembrava un caso di ordinaria amministrazione, per i medici del pronto soccorso, proprio come quelli che erano soliti incontrare ogni notte.
Un paziente ancora giovane, in piena forma fisica, ricoverato con forti dolori intestinali e un sospetto avvelenamento da cibo.

L’uomo stava malissimo, urlava dal dolore e sudava copiosamente. Non era stato facile farsi dare le sue generalità, ma ogni altra domanda non aveva avuto risposta.

Nell’incertezza, il medico di turno aveva ordinato una lavanda gastrica. Le condizioni del paziente erano leggermente migliorate.

Non c’era stato verso di scoprire cos’avesse mangiato per ridursi in quello stato. L’uomo non pareva sotto gli effetti di droghe o alcol, eppure le sue risposte erano confuse e spesso si contraddiceva. Era quanto mai elusivo e insisteva per essere dimesso.

Il medico non aveva voluto sentire ragioni, ricoverandolo in osservazione. Per fortuna il paziente era ancora troppo debole per lasciare l’ospedale con le sue forze.

Poi l’intera équipe medica ne aveva discusso a lungo, perché quello era senz’altro un caso fuori dall’ordinario.
«Dobbiamo scoprire cos’ha mangiato,» aveva detto il medico.
«Ho già mandato i campioni in laboratorio,» aveva risposto un’infermiera. «Ma dubito che potremo avere i risultati prima di domani.»

Non andava affatto bene. Il medico dubitava che sarebbero riusciti a trattenere quell’uomo così a lungo, era certo che la mattina seguente, sentendosi più in forze, si sarebbe ostinato a voler essere dimesso.

«Quale pensa che sia la causa?» gli aveva chiesto l’infermiera.
Il medico non ne era certo, ma qualunque cosa avesse mangiato quell’uomo doveva essere avariata, eppure si rifiutava di dire cosa fosse. Il rischio era alto, c’era la possibilità che anche altri avessero ingerito lo stesso alimento, che si trattasse magari di qualche cibo esotico che era stato contrabbandato di nascosto.
«Bisogna fare qualcosa,» aveva concluso.

Il caso passò nelle mani delle autorità sanitarie, che furono chiamate a investigare d’urgenza. Era bastata la parola epidemia per allertarli.
Nessuno ci teneva a trovarsi di fronte a un’intossicazione su vasta scala.

Il medico di turno, una donna, accompagnata da due paramedici e un poliziotto, si recò a casa dell’uomo. Nessuno rispose al citofono e allora si rivolsero al portiere. Non avevano alcun mandato per perquisire l’appartamento, ma spiegarono ben bene la situazione all’uomo.

Lui disse di conoscerli a malapena, il loro paziente misterioso e sua moglie. Erano inquilini schivi, che non parlavano mai con nessuno. Disse di non avere idea di dove fosse andata la donna.

Con molta discrezione riuscirono a convincerlo, perché sussisteva il rischio che anche la donna fosse stata intossicata e non avesse modo di chiedere aiuto. Così il portiere capitolò e andò ad aprire la porta dell’appartamento, servendosi delle chiavi di riserva che erano in sua custodia.

La foto di un frigorifero pieno di carneUna volta all’interno passarono al setaccio il luogo. Benché fosse un piccolo appartamento, non c’erano le condizioni igieniche precarie che si sarebbero aspettati. Solo il bagno era in condizioni disastrate, con tracce di vomito da ogni parte, e fu subito evidente che l’uomo aveva tardato parecchio a chiamare il pronto soccorso, mentre l’avvelenamento era in atto.

Controllarono l’armadietto dei medicinali, ma non trovarono nulla di rilevante, poi la loro attenzione si rivolse alla cucina. Tutti gli armadietti vennero aperti e i cibi catalogati, ma anche lì non fu trovato nulla di sospetto.

Infine aprirono il frigorifero.

C’era molta carne, avvolta in carta da giornale. La dottoressa l’annusò e ne fu disgustata. Aveva trovato la causa di tutto. Quella carne era putrida, pareva impossibile che un essere umano con un briciolo d’intelligenza potesse tentare di mangiarla. Oltretutto non riusciva a capire da quale bestia provenisse, non aveva mai visto nulla del genere.

Quando però aprirono lo sportello del congelatore, si trovarono di fronte a un’agghiacciante scoperta. Avvolta in un sacchetto di plastica trasparente c’era la testa mozzata di una donna.

Da lì in poi fu molto facile ricostruire i fatti.

Messo alle strette l’uomo confessò subito. Dopo aver ucciso la moglie, si era trovato nell’impossibilità di far sparire il cadavere. Il rischio di essere sorpreso mentre lo trasportava via era troppo alto. Aveva avuto la brillante idea di divorarlo, facendo scomparire ogni prova per sempre.

Per giorni e giorni non aveva mangiato altro che il corpo della moglie, mentre le prove del suo crimine diminuivano sempre più. Aveva continuato persino quando la carne aveva iniziato a deteriorarsi, perché ormai non poteva più rinunciare.

Purtroppo per lui era sopravvenuta l’intossicazione ed era stato costretto a recarsi al pronto soccorso.

Disse anche che all’inizio non era stato facile, ma poi si era abituato. Anzi, ammise di non aver mai mangiato nulla di più prelibato in vita sua.