Perché gli ulivi pugliesi devono essere abbattuti

La Puglia è una regione bellissima che vive di mare, viti ed ulivi secolari. Una terra rossa e severa che chiede tanto al contadino, ma si dimostra con lui generosa al momento del raccolto. All’eleganza degli ulivi secolari, che coprono interi promontori, il Salento deve parte del suo fascino antico che affonda le radici nello splendore della Magna Grecia.
Negli ultimi anni, tuttavia, una grave minaccia attenta a tutto questo: la Xilella fastidiosa.

A dispetto del nome simpatico, Xilella fastidiosa è tutt’altro che uno scherzo. Si tratta di un batterio che vive e si moltiplica nei vasi delle piante, detti xilema, quelli deputati al trasporto di acqua e soluti dalle radici fino ai rami ed a foglie e frutti. È proprio questa la causa della morte delle piante che da esso vengono infettate. Moltiplicandosi, il batterio occupa spazio, sottraendolo alla linfa grezza e finendo per occludere lo xilema. Se una pianta non riceve più in ogni distretto acqua e sali minerali, muore o, per meglio dire, si secca. Questo è esattamente ciò che è successo, e continua a succedere, agli ulivi infetti del Salento, muoiono di CoDiRO, Complesso di Disseccamento Rapido dell’Olivo, l’equivalente di una trombosi umana.
A veicolare la diffusione della Xylella tra le piante sono alcuni particolari tipi di insetto che, nutrendosi della linfa, a cui riescono ad accedere pungendone il fusto, diventano vettore del batterio, come fa la zanzara per la malaria. L’insetto incriminato, per quel che riguarda il caso pugliese, è il Philaenus spumarius, meglio noto come sputacchina media a causa della capacità, allo stato larvale, di produrre una sorta di schiuma, in effetti assai simile a sputo nell’aspetto (composta, in realtà, dai rifiuti prodotti dalle larve in cui le stesse immettono aria respirando).

Pur non essendo l’unico insetto in grado di veicolare il batterio, la sputacchina è una bestiola di bocca buona, per nulla schizzinosa riguardo alle piante da cui trarre nutrimento. Gli ulivi, l’erba medica, l’oleandro, la vite e chi più ne ha più ne metta! Con il suo rostro, questo antipatico insetto è in grado di perforare la corteccia di innumerevoli specie vegetali.
La capacità della Xylella di infettare, in maniera diversa a seconda della sottospecie, piante totalmente differenti tra loro, seppur presenti in gran numero sul territorio pugliese e nazionale in genere, fa il resto. La malattia è, infatti, ormai endemica nella provincia di Lecce, non potrà quindi mai essere del tutto debellata. Questo perché alcune specie vegetali, pur non presentando sintomi di infezioni, e quindi non potendo essere riconosciute come portatrici del batterio, contengono Xylella e funzionano un po’ da serbatoio per il contagio di altre piante.

Arriviamo al nocciolo della questione: non c’è farmaco o pesticida sufficiente a salvare gli ulivi infetti. Una pianta contagiata è, a conti fatti, perduta e l’unica cosa che ha senso fare una volta individuata è prevenire che l’infezione si estenda ad altre piante e distruggere quella infetta il prima possibile. Proprio in quest’ottica, fin dai primi momenti, gli esperti pugliesi in materia hanno consigliato manovre di contenimento anche abbastanza incisive, come l’abbattimento degli alberi infetti e la creazione di zone cuscinetto per impedire l’estensione dell’epidemia, tutti interventi che non sono stati apportati nella loro interezza.

Fonte:Tagpress

Il non essere intervenuti quando la situazione era ancora, quantomeno, gestibile ci ha condotti alla situazione attuale. I trattamenti a disposizione degli agricoltori pugliesi possono ridurre i sintomi sulle piante, ma non eliminano il batterio e ciò, con il passare del tempo, può rappresentare un rischio per le altre regioni italiane e persino per le altre nazioni europee: Xylella è arrivata in Puglia dal Costarica a causa di una legislazione troppo clemente, un errore che l’Europa non vuole commettere di nuovo. Per questo motivo, la Corte Europea ha aperto la possibilità per Bruxelles di obbligare l’Italia all’abbattimento di tutti gli alberi infetti e di quelli sani siti entro 100 metri dalle piante infette. Lo scopo è creare una zona in cui l’infezione non possa, in teoria, propagarsi: una sorta di viale tagliafuoco. In concomitanza con questa operazione, si continuerà a provvedere anche alla disinfestazione, allo scopo di ridurre la popolazione di insetti vettore. L’eliminazione della sputacchina, tuttavia, non è di per sé sufficiente e per due motivi. Innanzitutto, per un’eradicazione vera e propria sarebbe necessario l’impiego di grandi quantità di pesticidi che avrebbero, come è facile aspettarsi, un grave impatto ambientale. In secondo luogo, come già accennato, questo insetto non è l’unico veicolo possibile: eliminata una opzione, non è detto che il batterio non finisca per “sceglierne altre”.

Se non saremo disposti ad accettare adesso questo sacrificio, saremo costretti più tardi ad accettarne uno più grande, cosa, tra l’altro, già successa. Non possiamo che invitare gli agricoltori pugliesi a fare la scelta giusta ed a collaborare con gli esperti, in modo da combattere, e nel modo più efficace possibile, la piaga che affligge gli uliveti. Al contempo, esprimiamo loro la nostra solidarietà, poiché ben conosciamo quanto sia duro il lavoro della terra e quanto doloroso doverne sacrificare i frutti.



Silvia D'Amico