A Venezia si apre Watermark – La mostra d’arte dedicata alla bellezza

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Di Eva Amos per Social Up!
L’associazione culturale Art Space arriva a Venezia, proponendo un nuovo progetto che avrà sede in uno dei più bei luoghi della città. Legandosi con il capolavoro del poeta russo “Fondamenta degli incurabili”, pende da esso spunto per il titolo della mostra: Watermark. WATERMARK, quindi, livello dell’acqua. Acqua che bagna e regala la vita alla magica città di Venezia la quale si presenta a noi come una signora, che con le sue acque avvolge e cattura colui che rispettosamente la osserva. Venezia è la sua gente e i suoi canali che scorrono attraverso la città dando vita, come vene nel corpo umano, ad una bellezza mutevole e allo stesso tempo eterna.
WATERMARK è un progetto espositivo a cura di Gaia Romano e direzione artistica di Eva Amos. Insieme a Luca Cantore D’Amore, critico d’arte, vi raccontiamo gli artisti che partecipano all’esposizione. Al netto di qualsiasi considerazione si possa fare sul sublime valore della bellezza, quasi ineffabile nella nostra percezione (così come la stessa bellezza di Venezia lo è, tanto essa ci appare racchiusa in una dimensione di sogno perpetuo), gli artisti hanno espresso, attraverso le loro creazioni, una sintesi poetica ed efficace, nel limite delle possibilità squisitamente umane e quindi inevitabilmente inferiori alle inarrivabili tematiche stesse, dei valori scelti, affrontati ed esposti. Varie le discipline, cosi come le rappresentazioni e, dunque, gli elaborati. Dalla pittura, alla moda, passando per la scultura provocatoria, tutto è arte con declinazione alla bellezza e ad una Venezia che ne è artefice ed ospitante.
Paolo Tagliaferro

Paolo Tagliaferro

Paolo Tagliaferro, infatti, ci commuove quanto ad inarrivabilità: i suoi soggetti superano la realtà stessa di gran lunga, fornendoci una opzione addirittura migliore della verità che spesso ci appare più deludente del previsto o perlomeno certamente dei sui quadri. Ci regala l’immagine assoluta dei soggetti che dipinge così come essi, nella nostra immaginazione appaiono; talvolta, superandola pure. Immutabili e imperituri sfidano la verità dell’esistenza attraverso la tacita ambizione all’eterno, ed è per questo che Tagliaferro, le esibisce immarcescibili. Al contrario di quello che ci propone Oksana Bykovska; la quale con un meraviglioso accumulo impressionista ci regala un’immagine memorabile di un autunno vorticoso, intrecciato, accalcato su se stesso, attraverso l’accostamento di questi colori perituri che ci riconducono alla transitorietà, alla fugacità della vita. L’autunno dell’esistenza, è da lei raffigurato come un nodoso e inevitabile momento della vita che si colloca dall’altra parte del cerchio delle splendide bambole di porcellana di Julia Kataya, la quale con provocatoria volontà ci mostra attraverso le sue creature l’allegoria dei momenti più delicati e passeggeri delle nostre vite; l’infanzia e gli oggetti della giovinezza rielaborati in porcellane e rivestiti di tessuti classici per un omaggio all’inconsapevole spensieratezza della nostra gioventù.

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Anna Santinelli

Alla Lega, poi, dipinge il freddo di un inverno russo come a voler contaminare di una bellezza, diversa ma non per questo meno suggestiva, una Venezia lontana anni luce da questa tipologia di paesaggio; ci informa sulla diversità del paesaggio e lo fa risultando volutamente fuori luogo nella delicata città lagunare esponendo la brutalità del freddo impietoso di alcuni paesaggi del nord. Ma non c’è da preoccuparsi, perché la delicatezza della laguna è memorabilmente espressa da Anna Paola Santinelli che, attraverso il dono della sintesi di un solo scatto, racchiude tutto il mistero, il fascino, l’inarrivabile di una donna vestita da Venezia o, anche, di una Venezia che si traveste da donna. Si compenetrano complici.

La grande tradizione, istruita e fondata sul tema della bellezza in Italia, non può trascurare l’estetica dell’abbigliamento, della moda che, come concetto, è da noi, perennemente alla moda. E infatti Lourdes Dumes, in collaborazione con le decorazioni di Eva Amos, espone una mantella, un poncho double face, di per se già elegante oltre ogni orpello non necessario, con un riferimento alla città; come a dire che molte cose, dagli stati d’animo fino alle città possiamo addirittura portarli “fuori” oltre che “dentro” le nostre intimità e i nostri ricordi. E se nelle nostre anime c’è il ricordo, la veneziana Andree Cerello ci ricorda che, in esse, alberga anche il peccato. Forte, tumultuoso, espressivo. Cosi come lo è l’immagine di una Eva peccatrice che propone; lontana anni luce dal pentimento, ma ammiccante e pronta a commettere nuovamente lo stesso peccato, in questo mondo di colori da cui sembra uscire quasi con fierezza come a rimarcare la natura inevitabilmente peccaminosa degli umani.
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Alexandre Sverzut

E, nel peccato assoluto, anche i santi sembrano farlo. Non è un caso che Alexandre Sverzut ci doni l’immagine di una vergine che, senza l’avvento dell’angelo Gabriele, già conosce il suo destino destino di madre. Ha tutto l’aspetto di una natività questa figura che trasuda umana maternità, anche senza il portavoce. Protegge con una mano il grembo, quasi come velata di una tristezza umana derivante dalla verità che essa conosce rispetto al calvario a cui sarà, metaforicamente e praticamente, condotto il frutto del suo seno, Gesù. Un’inedita rappresentazione della gestazione che rende la Vergine per la prima volta drammaticamente umana. Commovente e reale, nonostante il simbolismo.

E se è vero, come è vero, che ci si commuove a Venezia (tutti gli artisti o anche gli appassionati lo hanno fatto) Eva Amos raffigura il genio. Il genio sa creare e sa cogliere; ma, soprattutto, sa trasmettere. E Sorrentino lo fa in modo sublime. Parla, nel suo ultimo film della giovinezza attraverso la vecchiaia e, soprattutto, viceversa. La scena più struggente del film è, ovviamente, collocata in una Venezia eterna e che non perdona. Che ci fa navigare a pie’ sospinto nel dolore, galleggianti in una malinconia sopportabile. Sopportabile perché umana, e umana in poiché accettabile. Sorrentino guarda avanti, guarda oltre. E “oltre” presuppone un limite. Quel limite, nel dipinto, sembra poterlo superare anche solo con la sola forza di tutta la sua emotività di cui è portavoce e, appunto, “trasmettitore”.

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