Studenti universitari: un branco di psicotici

Roberta Latorre

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Secondo il rapporto del  Center for Collegiate Mental Health della University Park in Pennsylvania, relativo all’anno 2017, sembra che circa il 20% degli studenti universitari sia affetto da diversi problemi di salute mentale, che comprendono per lo più stati di ansia e depressione.

La notizia forse desterà stupore in tutti quegli adulti e anziani, ovviamente nostalgici del buon tempo antico in cui si lavorava e non c’era tempo nemmeno per pensare figuriamoci per deprimersi, che senza alcuna ragione valida considerano i giovani di oggi, universitari e no, niente meno che una massa di nullafacenti internetdipendenti, demotivati e pigri fino all’inverosimile.

Generalizzazioni nauseanti e altri discorsi qualunquisti se ne sentono di continuo, ma la verità è ben diversa da quello che si racconta al bar tra una partita di bocce e una sbirciata ad un cantiere: la verità è che i giovani universitari di oggi hanno ragioni più che legittime per sentirsi vittime di una società che non li vuole, con tutte le conseguenze disastrose che ne derivano.

Ecco una breve e lucida analisi di ciò che vuol dire essere uno studente universitario oggi.

Lo studente universitario è perennemente squattrinato. Vuole pesare il meno possibile sugli stipendi dei suoi genitori, ma le tasse universitarie così come i costi della vita, specialmente nelle grandi città, di sicuro non lo permettono.

Lo studente universitario ha perso ogni speranza riguardante il suo futuro. Il tasso di occupazione è molto basso, così come bassa è la speranza di ottenere un posto fisso e un proprio stipendio dopo anni e anni passati sui libri. L’angoscia aumenta se a ciò si aggiunge il fatto che molti studenti scelgono facoltà che odiano soltanto perché le statistiche promettono impercettibili percentuali in più di occupazione.

Lo studente universitario spesso vive lontano dalla sua famiglia, dagli amici d’infanzia, dai luoghi dei suoi ricordi. Partire e lasciare tutto non è mai semplice, è un grande atto di coraggio che spesso deve essere fatto ad occhi chiusi e senza pensarci, perché in certi momenti il solo pensiero lo rende doloroso e insopportabile. Ritrovarsi da soli all’improvviso, per la prima volta indipendenti e senza appigli è spiazzante, non sempre si riesce ad andare avanti senza guardarsi indietro e farsi prendere dalla nostalgia di casa. Molti lo sottovalutano, ma non è una cosa da tutti.

Lo studente universitario deve dare gli esami, deve relazionarsi quindi con docenti stanchi, sgarbati,  disattenti, a volte incapaci, che non vedono l’ora di liquidare l’esaminato di turno nel minor tempo possibile e talvolta con giudizi sommari.
Lo studente universitario deve procedere velocemente, perché costantemente terrorizzato non dal fuori corso in sé, ma da come lo percepiscono gli altri. Oltre ad essere veloce deve ottenere anche buoni risultati, perché ci sono le classi di concorso, le graduatorie, le manie ossessive dei parenti che “se non lo fai bene allora perché lo fai?”. Gli studenti universitari non possono permettersi di pensare a se stessi. Per questo spesso sentono il bisogno di chiedere aiuto. Il problema è che l’aiuto a volte lo si riceve in modo sbagliato e da persone sbagliate: da qui l’uso frequente di droghe o l’abuso di psicofarmaci somministrati con troppa superficialità.

Alla fine dei conti, lo studente universitario è un po’ una vittima del sistema. Una vittima del mondo che gli adulti di oggi e di ieri gli hanno lasciato in eredità. Gli stessi adulti che guardano con sospetto ogni tentativo di redenzione e che inquinano, con le loro sterili malinconie, le prospettive di un futuro sereno.

Quindi, a voi che ci giudicate con leggerezza, che ignorate le difficoltà che siamo costretti ad affrontare giorno dopo giorno, noi studenti universitari, depressi e no, fuori sede o fuori corso, secchioni o mezze calzette diciamo: ci avete regalato un mondo che non è proprio dei migliori, lasciateci almeno lamentare in pace!