Red Room e Dark Net: cosa sono?

Ora però, prima di spiegarvi cosa sono le red rooms, permetteteci di contestualizzare la cosa. Introducendo bene il concetto di dark net (o darknet) è una rete virtuale privata o, in altre parole, un circolo chiuso sul web. Si trova nel deep web e, al di là di quel che può far intendere il nome, non è necessariamente qualcosa di “oscuro”. Il darknet è uno strumento, gli usi che se ne fanno possono essere giusti o sbagliati a seconda dei casi. Nello specifico del fatto di cronaca raccontato poco più su, si tratta di uso sbagliato. Sbagliatissimo. Malato. Terribile.
Sul deep web (e sul darknet) però circolano vere e proprie leggende metropolitane. Se si tratti di verità o fandonia non è dato saperlo, non sempre almeno. Molte volte si tratta di cose reali raccontate dall’amico di un amico che, passando di bocca in bocca, di orecchio in orecchio, perdono il loro lato reale e diventano altro. E poi ci sono le red rooms.
Cosa sono le red rooms?
 
C’è un sito e tu ci vuoi entrare. Dicono che lì su succedono cose terribili, cose che nessuno dovrebbe guardare, cose oscene al di là di ogni etica o morale. Ma tu sei malato o sei un ricco eccentrico o forse tutte e due le cose, e ci vuoi andare. Vuoi vedere con i tuoi occhi. Quindi paghi. Paghi anche profumatamente. In cambio dei tuoi soldi ti danno un username e una password. Tu le digiti ed entri nel famigerato sito web, quello di cui ti hanno parlato, quello che brami da giorni di vedere, roba da non dormirci la notte. Non è nulla di che, spartano, diresti amatoriale. Poi non c’è nulla se non un grosso orologio digitale scarlatto che segna un countdown a cui mancano 37 secondi per scadere. E tu sei lì, sulla tua sedia, a fremere. Finalmente anche tu potrai vederlo. Finalmente anche tu saprai com’è. Non importa quanto sbagliato sia: te lo meriti. Te lo sei meritato per aver fatto finta tutti questi anni. Te lo sei sudato tenendo a freno (a malapena) quei terribili impulsi che nessuno avrebbe capito e capirebbe mai. Stringi i pugni, le unghie ti si infilano nei palmi, le labbra sono serrate al punto da aver perso ogni ombra di colore. Sì, stai tentando di tenere a freno un sorriso. Lo fai a te stesso, perché tanto sei solo, non c’è nessun’altro nella stanza, non c’è nessuno nel resto della casa. Intanto i secondi scorrono: meno cinque, meno quattro, meno tre, meno due, meno uno… zero. Sgrani gli occhi. Ti sollevi col busto dallo schienale. Avvicini la faccia allo schermo. Sbatti le palpebre ma la situazione non cambia: non c’è niente lì. Niente. Solo lo schermo nero come sfondo di un sito web spartano, forse amatoriale. Ricadi con tutto il peso sulla sedia. “Porca puttana, mi hanno fregato”, pensi. E poi, subito dopo: “chi è che me ne aveva parlato?”.
Una red room è un sito web del deep web a cui è possibile accedere solitamente su invito (e a pagamento) per assistere a torture, omicidi o esecuzioni in diretta, tramite webcam. Molto spesso però si tratta di fake orchestrati ad arte per spillare soldi a ricchi depravati, pazzi furiosi, malati o semplici curiosi (curiosi di che poi? Boh).
In altre parole, quindi, una red room non è altro che uno snaff movie in diretta e per lo più interattivo, perché (si dice) chi partecipa a questi spettacoli osceni può intervenire tramite chat dando consigli o ordini su cosa fare, come uccidere, che torture infliggere al macellaio di turno. L’evoluzione 2.0 di una leggenda metropolitana ben più famosa, quindi.
Sta di fatto però che mai nessuno ha visto una red room e che non esistono testimonianze dirette. Ci sentiamo di aggiungere però che, fondamentalmente, nessun testimone oculare se ne andrebbe in giro ammettendo di averlo fatto, trattandosi di un crimine. Inoltre, effettivamente, esistono alcuni casi conclamati e ascrivibili al fenomeno delle red room: il primo è legato all’ISIS e alle sue esecuzioni in diretta ospitate dal deep webm, il secondo al triste caso di The Daisy Destruction.
Sapere che è reale, che una cosa del genere è successa davvero (forse anche più volte) ci annichilisce.
Sì, ma The Red Room?
Spesso il mito delle red room viene associato ad una creepypasta giapponese quasi omonima: The Red Room. Si tratta di un video (red room video) che racconta una storia tanto banale quanto terrificante, quella di un ragazzo alle prese con un “pop up” maledetto che appare sul suo PC chiedendogli “Ti piace la stanza rossa?”. E’ impossibile da chiudere, l’unico modo per liberarsene è cliccarci sopra entrando in uno strano sito web. Cosa succeda in questo sito non è dato saperlo, si sa solo che il ragazzo trova un elenco di nomi, tra cui quello dell’amico che precedentemente gli aveva raccontato del pop up. Il giorno dopo troveranno il suo cadavere in camera e le pareti tinte del suo stesso sangue.
Ora, la leggenda dice che chiunque guardi questo video, verrà perseguitato dal pop up maledetto.
Creepypasta alquanto controversa, The Red Room è balzata agli onori della cronaca quando fu associata agli eventi di Sasebo slashing (l’omicidio di una bambina delle elementari perpetuato da una sua compagna, bullizzata dal lei su internet), che rende la cosa più inquietante di tante altre leggende urbane simili.
Correlazioni dirette tra il mito delle Red Room e The Red Room non ce ne sono, ci sono solo similitudini. Ma, ufficialmente, le due cose non hanno nulla a che fare. Troviamo più terrificante la realtà delle poche red room di cronaca che una semplice creepypasta o una diffusa leggenda urbana. Ovviamente.



redazione