Pedinamenti, molestie e insulti: la storia vera di una ragazza perseguitata

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Di Domenico Arcudi per Social Up!

Per l’intero corso della storia la donna ha sempre lottato per ottenere un’indipendenza che le permettesse di esprimere se stessa e i propri sentimenti. Parliamo di lotta perché ancora si combatte contro il pregiudizio, gli stereotipi ed un cultura che relega la donna ad un essere il cui scopo è compiacere un uomo.

In Italia i casi di violenza sulle donne si moltiplicano quotidianamente; non parliamo solo di violenza fisica ma di ogni forma di prevaricazione anche psicologica come le minacce, la persecuzione ed ogni forma perversa di manipolazione. Parlare di misoginia in un territorio come la Calabria, ad esempio, è molto frequente, al di là di casi di femminicidio o del considerare «puttana» qualsiasi ragazza si incroci per strada.

Poco tempo fa ci è arrivato un messaggio da una lettrice con una storia strana, per i più scettici sembrerà paranoica, ma sappiamo che il male sa bene celarsi dietro qualche scusa poco veritiera.

Questa è la storia di Maria Chiara (nome di fantasia, N.d.R.) una ragazza residente poco distante dal centro di Reggio Calabria. Una studentessa che da un po’ di tempo denuncia attraverso i suoi profili social di subire continue vessazioni sia durante lo svolgimento della sua vita quotidiana, sia attraverso Facebook.

Nella sua dichiarazione alla nostra redazione ha affermato che questi episodi comprendono, in ordine: pedinamenti in pieno giorno, avances poco gradite ed insistenti, insulti da parte di persone sconosciute (si parla addirittura di uomini in età avanzata) in chat su Messenger o, addirittura, ripetuti insulti sessisti (quali “troia” o “puttana”) mentre si trova a passeggiare nel centro della città.

«[…] sui social, come nella realtà, gli insulti rispecchiano il comportamento di coloro i quali, per strada, si accostano abbassando il finestrino per dirti “che sei bona” ma, appena non li degni di uno sguardo, ti rivolgono i peggiori appellativi e se ne vanno facendo fischiare le ruote dell’automobile», questo un estratto del suo post sul suo profilo privato.

La sua dichiarazione alla nostra redazione continua con il racconto di due singolari episodi di pedinamento uno su strada ed il secondo tramite Messenger tramite un messaggio con su scritto «Sei penosa», «Anzi mi fai pena» senza alcun motivo apparente.

Ad onor di cronaca la vicenda che ci ha raccontato Maria Chiara non contiene alcuna prova se non uno screen di Messenger, la ragazza ha dichiarato di non aver sporto denuncia presso le autorità competenti e che gli “uomini” cambiano in ogni circostanza. Ma questo d’altronde non deve stupirci, la maggior parte degli abusi non è denunciato dalla vittima. Probabilmente qualcuno di voi definirà questa storia il frutto di una paranoia, ciò nonostante sappiamo che la sua è la storia di tante ragazze che ogni giorno camminano per strada sentendosi gli occhi maligni puntati addosso, palpate mentre sono sul tram, violentate perché quella gonna era troppo corta, come se la colpa fosse di un indumento e non dell’animale che ha commesso il crimine.

Maria Chiara è solo un modello teorico della condizione delle donne considerate come delle incapaci di intendere e di volere o “corteggiate” con la forza da individui mentalmente arretrati e distanti anni luce dalla società civile. Ma, d’altronde, cosa si può pretendere da un popolo che non è in grado di rispettare (e far rispettare) regole basilari e che manda a quel paese chi invita loro a rispettarle? In questo caso, teniamo fuori la politica e iniziamo a fare un po’ di sana autocritica.