Coffee mill by Alexander Nerozya

Nella quiete del tempo di Olga Tokarczuk: viaggio in una religiosità insolita

Nella quiete del tempo è un romanzo che va letto nella stessa, placida modalità che suggerisce il titolo stesso. Va preso in mano nella cucina inondata di sole, con una tazza di tè fumante sul tavolo e una ciotola di frutta. Lo sfoglierete mentre siete cullati dallo sferragliare del treno. Lo gusterete nel vostro letto, la sera, soddisfatti del lavoro svolto durante la giornata.

È importante, perché per immergersi nelle vicende di Misia, Spighetta, Ruta, Genowefa, bisogna avere una mente rilassata e aperta.

C’è il tempo di nascere, il tempo di crescere, e il tempo di morire. Questo, la scrittrice Premio Nobel Olga Tokarczuk lo sa bene. Anzi, si può dire che il tempo di Prawiek, villaggio immaginario della Polonia e vero protagonista del romanzo, sia scandito da queste tappe: nascere, crescere, morire. Proprio come un essere vivente.

Da Varese7press

Ho sempre voluto scrivere un romanzo dove creare e descrivere un mondo che, come tutti gli esseri viventi, nasce, cresce e alla fine muore.

La trama

La vicenda si apre con la Prima Guerra Mondiale. Genowefa è incinta della sua prima figlia, quando il marito va a combattere. Il tempo di Genowefa è il tempo del mulino che manda avanti in assenza dell’uomo che ha sposato, il tempo di Misia che le cresce in grembo, il tempo di Eli, il giovane operaio ebreo con cui intreccerà una relazione e che non smetterà mai di amare segretamente.

Intanto, va avanti il tempo di Spighetta. Spighetta la mendicante, la prostituta, l’accattona, la matta, ma anche la sciamana, la guaritrice, la strega. Procede anche il tempo della guerra, il tempo di Misia, il tempo del macinacaffè che Misia usa come giocattolo. Tutto ha un tempo, a Prawiek, perché tutto è animato.

La spiritualità

Il romanzo è intriso di una spiritualità affascinante: il cattolicesimo che tutti conosciamo, con le effigi della Madonna e i santini da baciare prima di dormire, gli angeli custodi – ma anche oggetti coscienti, serpenti, mostri della foresta.

La religiosità del romanzo trova il suo culmine (e la sua spiegazione) nella figura del Castellano: questi, afflitto da una grave forma di depressione, riceve in dono da un rabbino un gioco dalle regole incomprensibili. Ogni tanto abbiamo un capitolo che cita una regola, il Tempo del Gioco: qui si parla di Dio. Un Dio benintenzionato, ma anche egoista, umano e al tempo stesso così alieno da essere imperscrutabile. Un Dio temuto e onnipotente, ma che teme l’uomo e fatica a capirlo, almeno tanto quanto l’uomo fatica a capire lui.

Perché Dio a Prawiek esiste, il ritratto della Madonna in chiesa fa veramente i miracoli, e l’Onnipotente esaudisce i desideri, solo non nel modo che ci si aspetterebbe. Un soldato nazista desidera rimanere per tutto il resto della sua vita a Prawiek; Dio lo accontenta, uccidendolo pochi giorni dopo la sua preghiera.

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Da Filozofia sztuki

I personaggi

Al di là di questa Provvidenza, che non ha nulla a che vedere con quella manzoniana, un’altra voce si distingue nel romanzo: la voce delle donne. Donne che amano, che partoriscono, che vengono tradite, violentate, che sposano senza amore perché non sentono di meritare amore. “Speriamo che sia una femmina”, dicono all’inizio del romanzo Genowefa e la padrona di un negozio, entrambe incinte: perché gli uomini fanno la guerra e portano distruzione. Ruta, la figlia di Spighetta, sarà colei che lo sperimenterà nel modo più doloroso.

Ma nel romanzo non mancano voci maschili: il devoto marito di Genowefa, Michail, che per la figlia farebbe di tutto. E soprattutto il dolce Izydor, figlio idrocefalo di Genowefa (ed Eli?), innamorato di Ruta, quieto e intelligente, sottovalutato da tutti.

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Queste sono solo alcune delle tante storie di Prawiek, un villaggio che vive sotto i nostri occhi, letteralmente: vive ogni albero, ogni pietra, tutto vuole raccontare la sua storia.

E a noi non resta che sederci e ascoltare.



Giulia Taccori