Multinazionali e diritti umani: ecco la classifica dei “buoni e cattivi”

"Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti"; "Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù"; "Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione". Questi sono solo alcuni degli articoli contemplati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvato il 10 dicembre 1948 dall'Assemblea Generale della Nazioni Unite. Libertà, dignità e diritto al lavoro contro ogni forma di schiavitù: sono questi i concetti espressi dalla Dichiarazione Universale, parole che fanno parte del nostro linguaggio ma che, purtroppo, non sono per nulla rispettati.

Lo schiavismo, infatti, è una realtà ancora presente, nei Paesi in via di sviluppo e non solo, come pratica abitudinaria da parte di numerose multinazionali al fine di ottenere il massimo guadagno e rendimento produttivo, a costo zero per i loro bilanci economici, ma a costo della vita per centinaia di adulti e bambini in tutto il mondo, costretti a lavorare in condizioni disumane per soddisfare ogni bisogno consumistico dei Paesi industrializzati. Molto spesso, a nostra insaputa o per carenza di informazione, anche noi siamo complici di una realtà che dovrebbe essere scomparsa da decenni, ma che continua a persistere e a condannare coloro che ne cadono vittima giorno dopo giorno, senza sosta. Per questo, nel 2011, il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha adottato, all’unanimità, il documento "Principi Guida per le imprese e i diritti umani", definendo un sistema di regole standard di comportamento in materia di diritti umani rivolto alle imprese e agli Stati che hanno il compito di verificarne lo stato di attuazione. Ma come si stanno comportando le multinazionali?

A risponderci è il Corporate human rights benchmark, un'associazione di investitori e organizzazioni della società civile che si dedica alla creazione del primo punto di riferimento aperto e pubblico delle performance aziendali in materia di diritti umani. La classifica, stilata proprio per valutare le performance delle imprese nella tutela dei diritti umani, cercando di evidenziare i vantaggi morali e commerciali per le aziende più virtuose,  è il risultato di un’indagine durata circa due anni e che ha analizzato l’operato di oltre quattrocento aziende. Basandosi sulle informazioni disponibili al pubblico, Corporate human rights benchmark ha esaminato le politiche delle imprese, la governance, le pratiche, la trasparenza e il modo in cui rispondono alle accuse di violazioni dei diritti umani. Sono 98 le aziende valutate in base a 100 indicatori scelti tra i principi guida dell’Onu.

Vediamo adesso i "buoni e i cattivi". Tra le aziende che si impegnano maggiormente, secondo la classifica, figurano Bhp Billiton, Marks & Spencer, Rio Tinto, Nestlé, Adidas e Unilever, mentre le società che hanno ottenuto i punteggi più bassi McDonald’s, Wal-Mart e China Petroleum & Chemical, Costco Wholesale, Macy, Grupo Messico e Yum. L’analisi, che è stata resa nota il 13 marzo, per ora si è concentrata su tre settori: agro-alimentare, abbigliamento, attività estrattiva. “La concorrenza è positiva quando viene utilizzato per fare del bene, una maggiore trasparenza e il desiderio di migliorare la propria posizione in classifica potrà innescare una corsa verso l’alto nel rispetto dei diritti umani da parte delle aziende”, spiega Mark Wilson, del gruppo assicurativo Aviva. I risultati dell’indagine, infatti, potranno essere impiegati dagli investitori per valutare le possibilità di investimento, identificando preventivamente gli eventuali rischi per i diritti umani. La classifica potrà inoltre essere utilizzata dai governi per incentivare la trasparenza e il rispetto dei diritti umani da parte delle imprese.