Le lacrime del Re

Mattia Musio

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Ci sono cose che non si possono descrivere.
Davanti alle lacrime, è inutile dirlo, ci si sente sempre a disagio. Le lacrime sono la cristallizzazione di un concetto, di una emozione. Possono manifestare la fine così come l’inizio. La nascita come la morte, la debolezza come il coraggio. Il trionfo come la caduta.

Da sempre uno dei più potenti mezzi della comunicazione umana ha reso la propria presenza simbolo di unicità, un evento mai consueto che viene ricordato ed eretto a raffigurazione (quasi sempre) sincera di una idea, di una umanità che ancora, di questi tempi, appare a manifestarsi come un miracolo.

È per questo che ci sentiamo stranamente in imbarazzo quando qualcuno che conosciamo bene come un fratello, una madre o un amico ci piange davanti. Perché la manifestazione della semplicità, a cui raramente assistiamo, ci rende di colpo orgogliosi di quel che stiamo vedendo.

Quando Roger Federer dopo qualche minuto di discorso portato avanti a fatica crolla in un singhiozzo che diventa il pianto di un bambino, il mondo del tennis si ferma.
Sono ormai 15 anni che lo svizzero di Basilea vince titoli del Grande Slam, e malgrado la commozione per i Championship point realizzati (molte volte) o addirittura le lacrime per il pre-premiazione (poche volte) mai Roger aveva interrotto un discorso per il più bello e sincero dei motivi, il pensare “ce l’ho fatta”.

Da sempre le incoronazioni del Re sono granitiche per inumanità e abitudine.
Quello che sembra un uomo, ma che evidentemente di terreno ha ben poco, sale sul palco con il sorriso benevolo di un padre, dispensa parole al miele per l’avversario appena sconfitto, ringrazia il proprio box e gli organizzatori del torneo e bacia la coppa, per poi fuggire via.
Da sempre le premiazioni di Federer sono quasi un palcoscenico poco amato del più grande, poco abituato a prendersi troppi meriti e sempre avvezzo e amante dei festeggiamenti tra le mura amiche.
Anche questo, in fondo, ha contribuito a rendere questo giocatore al di sopra di ogni atteggiamento consono a quello di uno sportivo che fa la storia vincendo uno Slam, al di sopra di ogni celebrazione ed emozione.
Un celebrare asciutto ed elegante, degno di ogni maestà.

Eppure, dopo aver seminato una vita, arriva il momento in cui anche tu puoi raccogliere. E la tua compostezza va, per una volta, a farsi benedire. O quasi.
Le lacrime scendono veloci tra le guance del Re, brillando come diamanti sotto i flash costanti dei fotografi che sanno che sta succedendo un evento imperdibile: un alieno sta toccando il suolo.
A rendere ancora più epico il tutto c’è Rod Laver, leggenda vivente dello sport, che vedendo Federer piangere si alza dalla poltroncina del royal box e con le manine rugose prende il cellulare per filmare il tutto.

La finale finisce 6-2, 6-7, 6-3, 3-6, 6-1, un Cilic orgoglioso lotta come può approfittando dei passaggi a vuoto inevitabili di Federer, che comunque da sempre l’impressione di dirigere i ritmi del match fino al quinto set dominato.

Scrivere della partita stavolta sembra davvero superfluo, un ottimo giocatore (Cilic, che ha appena raggiunto il suo top ranking: terzo nella classifica Atp) da il cuore per cercare di risultare meno comparsa di quello che in realtà sente di essere, ma nessuno riesce a prendere i dovuti meriti se tutte le attenzioni sono sull’alieno che c’è dall’altra parte della rete.
È la triste storia dell’avversario di turno del Re: puoi giocare al 101% delle tue possibilità, ma i sudditi nello stadio non se ne accorgeranno nemmeno, gli occhi son tutti per sua altezza.

A quasi 37 anni Roger Federer conquista il suo 20esimo Slam, lo svizzero è ora ad una manciata di punti dalla prima posizione della classifica Atp occupata dall’avversario di sempre Nadal. Come a dire “il meglio deve ancora venire”.

Il livellamento verso il basso della qualità del circuito, dopo un’era che ormai sembra tramontata e già irripetibile (quella dei FabFour) fa da sfondo ad un giocatore, e uomo, al di sopra di ogni tipo di logica sportiva e umana.

Le parole sono finite, a parlare ormai sono le lacrime.
Le sue e le nostre.

Lunga vita al Re.