Lauren Bacall: i tre volti della bellezza

Vincenzo Filippo Bumbica

In SPETTACOLO / Vincenzo Filippo Bumbica / Comments

I suoi occhi erano fari abbaglianti e se li trovò davanti, le sue labbra un dolce richiamo per dirle ti amo: nonostante il suo orologio biologico fosse avanti di ben 25 anni, sul set di “Acque del sud” lo stagionato Boogie rimandò parecchi sguardi d’amore a quella ragazza dal timbro di voce irresistibilmente sexy, caldo preludio di un’avvenenza particolare sostenuta anche da una spiccata personalità. Consapevole e svelta di mente, Lauren Bacall era un’attrice emergente che dopo una breve gavetta aveva bruciato le tappe nel mondo dello spettacolo, al punto d’attirare l’attenzione del grande regista Howard Hawks. Non ancora ventenne assoluta debuttante, fu così scelta come protagonista di quel film ove avvenne l’incontro fatale con quello che sarebbe stato per sempre il più grande amore della sua vita: Humphrey Bogart.

Non a caso lei, poco prima di morire alla soglia dei novant’anni, quando era ancora un inossidabile icona vivente, non mancasse a ogni occasione di ricordarlo anche per rinverdire l’irripetibile fascino dei tempi belli di Hollywood.

Era il 1944 e così la coppia cinematografica Bogart- Bacall oltreché funzionare sullo schermo, di lì a un anno, divenne sinonimo di solidità anche nel privato poiché il ruvido e fascinoso Humphrey avrebbe impalmato la sfolgorante ex modella Lauren: la loro lunga storia d’amore durata tredici anni si sarebbe conclusa solo con la morte del grande attore.

I due, dopo il brillante esordio, interpretarono assieme altri tre film in rapida successione: ”Il grande sonno”, tratto dal capolavoro di Raymond Chandler, dove in un atmosfera caliginosa trasudante vizio, si stagliano nei loro contorni perfettamente aderenti alla realtà due ombre di contrapposta umanità, lo scettico Philip Marlowe e la capricciosa Vivien Sternwood; “La fuga”, un noir ricercato e innovativo che sigillò la crescita del loro affiatamento artistico e infine ”L’isola di corallo”, in cui lui Frank infatuato di lei Nora, fronteggia una sfilza di malviventi su cui troneggia un efferato criminale: l’ottimo Edward G. Robinson.

Dopo questo trittico che durò per tre anni dal 1946 al 1948, Lauren Bacall che da piccola amava la danza decise di ballare da sola dividendosi tra colpi di ciak e calpestii su lucidi palcoscenici.

E siccome una volta essere belli significava anche avere del talento eccola nelle sottili sfaccettature che seppe dare ai ruoli di donne diverse: perversa antitesi della mielosa Doris Day, irretire l’attraente e dannato musicista Kirk Douglas nel film “Chimere”; complice oscura in combutta col tenebroso solitario Gary Cooper di “Foglie d’oro”; affascinante arrivista duettare sul piano dello charme con Marilyn Monroe e Betty Grable in ”Come sposare un milionario”; sensata e discreta nel condividere le sorti del biondino dalla faccia da duro Richard Widmarck de “La tela del ragno”, protettiva e protesa nell’esprimere il suo segreto amore per il belloccio Rock Hudson di “Come le foglie al vento”; e alla fine cerebrale e sinuosa mettere alla prova l’irresistibile fascino del legnoso Gregory Peck in ”La donna del destino” del fatidico anno 1957, in cui scomparve suo marito. Per lei niente sarebbe stato più come prima. Fu solo a metà degli anni 60 che ritornò convinta davanti alla macchina da presa in ruoli secondari, ma importanti: perfetta nel contenere lo splendente vanesio Tony Curtis di ”Donne vi insegno come si seduce un uomo” del 1964 o per apparire annoiata e stravagante moglie di un riccone che ingaggia l’affascinante investigatore privato Paul Newman in” Detective’s Story”, tre anni dopo.

Dopo oltre venti anni di cinema benché matura ma ancora piacente, decise di ritornare da dove era partita: al teatro.  Al luccichio delle luci di Broadway, fece anch’essa faville ridisegnando la figura di Margo Channing nella commediaApplause” del 1970 (adattamento del film “Eva contro Eva”). Ancora una parentesi cinematografica nella quale fece parte del sontuoso cast di ”Assassinio sull’Orient- Express”, a cui aggiunse il ruolo di una sfiorita vedova, concreta ma dai forti sentimenti, che assiste alla crescita del figlio e in contemporanea  al tragico epilogo della vita di John Wayne ne “Il pistolero “del 1976. Cinque anni dopo un altro guizzo così tanto per riassaporare il brivido caldo di ricalcare il set con la commedia “La donna dell’anno”.  Sembrava a quel punto che la sua musica artistica fosse pressoché finita: gli amici però non se ne andarono tutti. Restarono a farle compagnia con la loro robusta presenza: Barbra Streisand che la diresse con rara sensibilità in “L’amore ha due facce”: unica nomination della Bacall come attrice non protagonista datata 1996; Robert Altman, che la coinvolse tra le star di “HealtH” e “Prét-à- Porter”; e Lars Von Trier che la volle, simbolo del cinema classico, in due dei suoi film della trilogia americana, “Dogville” e “Manderlay”. Questo tuffo nel secondo millennio ravvivò ancora una volta l’immagine e il prestigio di quella vecchia giovane: Betty Jane Perske, il suo vero nome, newyorchese del 1924, una bellezza a tre dimensioni: modella, sposa e attrice che ne percorse di strada prima di diventare in tutto e per tutto Lauren Bacall ovvero una donna troppo abituata a sé stessa e all’idea di un certo tipo di presenza nel mondo della celluloide.

“Penso che tutta la vita ci si mostri in faccia e si dovrebbe essere orgogliosi di questo”, ha dichiarato in una delle sue ultime interviste. Chissà se, anche in virtù della sua decisa originalità, alcune delle teste d’uovo della Hollywood che conta abbiano deciso di assegnarle nel 2009, l’Oscar alla carriera.

Non è mai troppo tardi!