Laurearsi che fatica! – In Italia solo uno studente su tre non rientra tra i “fuoricorso”

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Cari universitari, non siete stupidi!

A rincuorare gli ancora non-laureati italiani è l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca.

Se alla fatidica domanda: “ma quando ti laurei?” vorresti trasformati velocissimamente in un personaggio di Tekken e lasciare steso a terra il tuo avversario; Se quando il tuo ex compagno di classe, rincontrato malauguratamente nonostante le tue invidiabili doti camaleontiche, arriva a chiederti “quante materie ti mancano?”. Tu, garbatamente, cambia discorso.

Si, perché purtroppo per gli studenti italiani iscritti in uno dei 67 Dipartimenti statali, che stanno cercando di conseguire una laurea triennale, le speranze di riuscirci in tre anni esatti, sono veramente poche.

I nobili propositi e le volontà di fare del bene, come al solito si sono trasformati, in Italia, in pastrocchi coloriti. La nascita del sistema “3+2” avrebbe dovuto, infatti, essere funzionale alla creazione di una università di “massa” cui tutti potessero accedere e laurearsi nel più breve tempo possibile.

Effettivamente, anche se la validità della sola laurea triennale rimane ai più ancora un mistero, l’istituzione di questa laurea breve ha comportato una maggiore percentuale di laureati (il 30% in più rispetto agli anni precedenti). Rimane solo da chiedersi in quanto tempo.

Il paragrafo successivo del Rapporto nazionale dell’Anvur tuona: “Tantissimi abbandoni. Più di cinque anni per una triennale”. Secondo i dati, infatti, ci vogliono 5 anni e un mese per ottenere il solo titolo triennale (il 70% in più rispetto ai tempi previsti), mentre minore sarebbe il ritardo per le lauree biennali (2,8 anni di media) e per i corsi a ciclo unico (7,4 anni). Solo un terzo degli studenti di un corso triennale e il 40% degli studenti di un corso magistrale di secondo livello conclude, dunque, gli studi nei tempi previsti. Il che comporta un dispendio di energie pari alla vecchia laurea quadriennale, senza gli stessi risultati.

E forse l’articolo potrebbe concludersi qui se non esistesse un altro risvolto interessante: difatti i tantissimi universitari che ottengono ogni anno una laurea triennale dopo aver compiuto il quinto anno fuori corso, non vogliono proseguire gli studi.

Come mai? Ci si chiede, dunque, tra l’incredulo e lo stupito. Saranno mica finiti soldi e pazienza? Fatto sta che, dopo aver conseguito la prima laurea, gli studenti italiani non sono più disposti a sobbarcarsi un carico di materie spesso dai programmi eccessivi rispetto alla portata del corso e, soprattutto, a riscrivere una tesi. Così preferiscono rendersi più competitivi sul mercato del lavoro procedendo con esperienze all’estero, master o corsi di formazione professionalizzanti.

Questo avviene, tuttavia, soprattutto al Nord. Al Sud infatti i passaggi al biennio magistrale sono più frequenti (il 60,3%), forse anche per le minori opportunità occupazionali post lauream.

Nonostante le prospettive non sembrino rosee, non bisogna tuttavia scoraggiarsi: sempre a detta dell’Anvur, “nonostante le difficoltà strutturali e congiunturali del Paese, la laurea continua ad offrire migliori prospettive occupazionali e di reddito di quanto faccia il diploma di scuola superiore”.

Dunque non ci resta che rimboccarci le maniche, sperando in un futuro migliore per i nostri… trisnipoti.

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