La città dei vivi autoescluso al Premio Strega 2021: la nostra recensione

In attesa del vincitore del Premio Strega 2021 (l’8 luglio), in questo articolo vi parliamo di quello che è stato definito da molti come il grande assente: La città dei vivi di Nicola Lagioia, (Premio Strega nel 2015 con La ferocia) il quale, ha dichiarato esplicitamente su Facebook che il suo ultimo libro non avrebbe partecipato al Premio.

Di seguito un estratto del messaggio

Allo Strega non è sufficiente che qualcuno col potere formale di farlo ti candidi. Devi accettare la candidatura, fare un passo avanti. Io non solo ho già vinto lo Strega, ma l’ho fatto con il mio libro precedente a questo, “La ferocia”. Temo, vale a dire, che tornare a partecipare ora possa essere un gesto di arroganza, non solo verso gli altri, ma (poiché non ci si conosce mai fino in fondo) anche verso me stesso”

Un’autoesclusione che ha fatto molto parlare, soprattutto per il successo riscontrato tra i lettori e per gli elogi della critica: scelta che pare però anche motivata dal delicato tema affrontato dall’autore.

Con La città dei vivi, Einaudi 2020, Nicola Lagioia ricostruisce, infatti, la torbida e aberrante vicenda di cronaca nera che nel 2016, a Roma, portò alla morte di Luca Varani, in seguito a torture e sevizie operate da Manuel Foffo e Marco Prato.

Si tratta indubbiamente di una pagina di cronaca talmente buia da destare angoscia, incredulità e terrore, già soltanto leggendone sui giornali. L’operazione dell’autore va ben al di là di un semplice resoconto, spingendosi coraggiosamente in profondità per cercare di sondare l’abisso, domandandosi come sia possibile cadervi, ricostruendo le personalità delle vittime e dei carnefici senza facili moralismi, con un’analisi volta a porsi sempre più domande, senza accontentarsi di superficiali risposte.

L’inconsistenza di un vero movente nell’uccisione di Luca Varani e la constatazione di come il sadismo e il male possano crescere ed essere attuati con molta più facilità di quanto si sospetti non sono che alcuni dei temi affrontati dal romanzo: una lettura magnetica, complessa, forte e disturbante in modo crescente, soprattutto perché vera e non frutto di finzione.

Lo sguardo di Nicola Lagioia è puntuale e a tratti colpisce come un’arma e un bisturi nel districare la matassa di nomi, persone, accadimenti, aneddoti, dialoghi, situazioni, del vociare del Coro, per citare una delle sezioni del romanzo, che ruotano attorno  a questa vicenda: un rigore nell’indagine che non risparmia nulla, come fosse un’autopsia del male compiuto, a cui si aggiunge poi una grande capacità di raccontare non solo il semplice svolgimento dei fatti, ma le motivazioni, gli sguardi, le emozioni, le omissioni, gli stati d’animo che muovono i personaggi, più o meno consapevoli di questo delitto.

Assieme ai loro stati d’animo lo scrittore-detective aggiunge anche i propri turbamenti, le proprie motivazioni personali in questa ricostruzione, per certi versi ossessiva, che arricchiscono la lettura offrendo una riflessione sentita, razionale, ma anche densa di emotività, che si alimenta di parallelismi e di dubbi, rivolti a se stesso, al lettore e all’umanità.

Roma, La città dei vivi del titolo, con tutte le sue contraddizioni, nella sua capacità di togliere la speranza e i sogni anche a chi ne ha da vendere, sembra più una città decadente, una città fantasma ed è lo strano e ambiguo scenario di questi crimini: come se si fosse in un film espressionista la città, il luogo ha caratteristiche che sono in continuità con gli stati d’animo folli, fragili, esaltati, alienati, cangianti, violenti, cinici e disperati dei due carnefici. Eppure essa è viva, sembra dirci lo scrittore e il legame che si instaura con lei è sanguigno: può portare alla rovina, ma si continua lo stesso a ricercarlo.

Ritornando alla vicenda descritta: è dai carnefici che lo scrittore comincia il percorso, suo personale, ma anche collettivo, nell’abisso.

Manuel Foffo e Marco Prato, due ragazzi di buona famiglia, che in realtà sono poco più che conoscenti, sotto effetto di dose massicce di droga e alcol, dominati da rabbia repressa verso le famiglie e verso se stessi, desiderio di trasgressione, bisogno di estinguere la noia, uniti dallo strano desiderio di sentirsi legati per la vita per qualcosa di distruttivo, in grado di legarli (da qui la teoria di un omicidio rituale) , si tramutano con rapidità fulminante,  in due pianificatori e aguzzini.

Attraverso flashback e anticipazioni Lagioia li segue in diversi momenti cercando di sondare le loro motivazioni, la loro personalità e lo stesso fa nei confronti della vittima Luca Varani. Il rapporto coi genitori, le loro conoscenze, i loro amici in comune, tutto viene ricostruito; ma, come si accennava, non vi sono risposte definitive… Vi è però la descrizione della genesi del male, della follia sadica, in questo caso attuata da due soggetti che forse, isolati, avrebbero anche potuto non arrivare all’omicidio e alla tortura; ma che, insieme, vi hanno infine aderito con un cinismo, una superficialità e un incuranza per la vita umana del tutto aberranti, trovando in Luca Varani, disposto a tutto pur di avere qualche soldo, anche a fare la marketta, la vittima ideale, da sottomettere e schiacciare.

Citando Nietzsche “Se guardi a lungo nellabisso l’abisso guarderà te”: questa è senz’altro una delle sensazioni che si provano nel leggere La citta dei vivi, quella di toccare la “stupida e vacua malvagità” di due ragazzi, che hanno estinto una vita, distruggendo al contempo le proprie senza saperne nemmeno loro, in fondo, il motivo.

Un romanzo di grande profondità, dunque, un lavoro di indagine e di scrittura altamente complesso, che Nicola Lagioia rende al contempo accattivante, agile, fruibile, chiaro e illuminante, seppure si avventura in sentieri torbidi e in vicende e pensieri tortuosi e bassi, al  punto da essere nauseanti.

Lo sguardo consapevole dello scrittore rende giustizia ad una vicenda che merita di essere conosciuta ed esaminata: non mancano spunti di riflessione sui media e, soprattutto, sulle giovani generazioni, che a volte, possono davvero essere perdute, senza che nemmeno i genitori possano accorgersi di tale assoluto smarrimento.

Molti lo hanno accostato a A sangue freddo di Truman Capote.

 

 

 

 

 

 

 



Francesco Bellia