Intervista ai Moonage: “E in fondo, che differenza fa?” è il loro inizio!

Colorati e senza filtri, con “E in fondo, che differenza fa?” i Moonage esprimono in dieci tracce la loro grande versatilità, unita dal desiderio di ricercare un sound innovativo e personale. Un semplice obiettivo: riportare in voga il sound immortale degli anni 70’-80’, fondendolo con influenze più moderne e trattando nei testi tematiche attuali, usando un linguaggio giovane e mai banale.

I Moonage sono un gruppo musicale milanese. Ufficialmente insieme dal 2016, i quattro ragazzi sviluppano negli anni un legame passionale con il palco e la musica live, lavorando sulle performance dal vivo suonando in giro tra i locali milanesi ed eventi. Nel 2019 grazie all’incontro e la collaborazione con il team MK3 siglano un contratto con Sony Music Italy.

Tra fiati, percussioni e chitarre frenetiche, il primo progetto discografico si apre con tracce energiche e dallo stile un po’ retrò come “Dimmichenesai” e “Freaks”, usciti come singoli tra ottobre e novembre. Seguono tracce dalle sonorità più moderne come “La notte se ne va” e “Come stai”, dove spiccano evidenti le influenze elettroniche. C’è anche spazio per ballad più soffuse come “Ballerina del sabato sera” e la dolce “Vivida”, nel semplice incontro tra la voce di Idra (cantante della band) e un pianoforte. “Portogallo” e “Serena” hanno il volto dei primi singoli pubblicati dalla band, mostrandone la natura originaria più legata al mondo indie-rock. Nel mezzo troviamo “NANANANANARANARA”, brano che privilegia sonorità pop con un ritornello che non esce dalla testa. Il disco si chiude con la strumentale “Tesi”, a conclusione di un percorso musicale ricchissimo, un viaggio dalla musica classica ad oggi.

Benvenuti a Social Up, ragazzi! Come sono nati i Moonage?

Siamo in quattro ma ci siamo conosciuti a gruppi di due. Suonavamo a Milano in una band e facevamo cover e rock. Io tastierista e Alessandro batterista suonavamo in queste band hard rock.

Gli altri due si sono conosciuti in Australia: il fratello del bassista Costa ha conosciuto il nostro cantante Adriano in Australia.

Quando Adriano è tornato a Milano, abbiamo deciso di mettere su il progetto.

Perché avete scelto di chiamarvi Monage?

Nico: Abbiamo sempre due versioni. Tendiamo a mascherarci dicendo che è un omaggio a David Bowie, ma la verità è che al liceo mi piacva una ragazza di nome Luna e allora volevo omaggiarne il nome in inglese.

Il titolo dell’album suona un po’ polemico, dato che culmina con un punto interrogativo.

Nico: C’è una provocazione nel titolo stesso. È come pe dire se l’avessimo chiamato in qualsiasi altro modo avrebbe davvero fatto la differenza. È un modo implicito per dire che se nella vita si vuole davvero andare avanti si devono lasciare alle spalle tutta una serie di paranoie che spesso sono superflue.

Non vi siete risparmiati per la cover del disco in cui in un’ambientazione vintage ognuno di voi interpreta un personaggio intento a fare qualcosa.

Abbiamo sempre ricercato questo retrò e questa estetica. Le ultime nostre tre copertine sono state realizzate nello stesso shooting, grazie anche alla collaborazione del nostro team. Nella copertina dell’album siamo rappresentati come una piccola famigliuola in cui ognuno fa una cosa diversa: chi legge, chi chi cura i fiori, chi pensa. Ci piace che lo scatto sembra rubato da un’altra epoca.

Si torna indietro non solo con la copertina del disco, ma anche a livello di sonorità. Com’è nata l’esigenza di puntare su un tale tipo di sound?

Si suona quello che si sente. Noi siamo cresciuti ascoltando musica di altri tempi che rispetto ad oggi è imbattibile. Non è stato ragionato a tavolino. Non c’erano altri modi per farlo. È questo il modo in cui viviamo la musica e come la creiamo.

Che lavoro è stato fatto sugli arrangiamenti?

Alessandro: Quando lavoriamo sulle canzoni cerchiamo di abbattere le barriere tra i vari generi. Ci piace lavorare su due dimensioni: quella temporale e quella dei generi e provare ad unirle.

C’è molta coesione tra voi: come avete approcciato alla scrittura dei brani presenti nel disco? L’album è stato realizzato in due anni di fatiche consolidati in quaranta minuti. Abbiamo un processo di scrittura e com

posizione ma non è mai lo stesso per ogni canzone. Ci siamo visti in sala di registrazione per scrivere da soli le canzoni, ma in generale Costa si è sempre occupato maggiormente dei testi, anche con l’aiuto di Nico. Io e Nico ci occupiamo della parte centrale del songwriting mentre io e Ale ci occupiamo della produzione.

I dieci brani presenti nel disco trattano diverse tematiche. Ad esempio in “Dimmi che ne sai”, ultimo singolo estratto, buttate un po’ di rabbia racimolata in questi anni.

Pensavo che si tende molto a sottovalutare oggi la musica come mestiere. Tutti pensano che se fai musica, basta scrivere la canzonetta, portarla alla casa discografica ed è fatta. Invece, in questi due anni siamo stati a contatto con realtà discografiche è stato bellissimo ma anche faticoso perché abbiamo avuto tanti scontri e disillusione ed è normalissimo che sia emersa della frustrazione e della rabbia, però è importante che si sappia trasformare in creatività. Mai attorcigliarsi su stessi o buttarsi giù.

“Dimmi che ne sai” è una canzone di rivalsa per tutti quelli che ti guardano con scetticismo.

“Tesi” è il brano che chiude l’album. È una traccia strumentale. Sembra una scelta azzardata, invece risulta azzeccata.

“Tesi” è il brano che chiude l’album perché è la nostra tesi di laurea ed è un nostro modo per dire di dare la musica ai musicisti. Il disco comincia con un suono di sottofondo registrato a Isola, un quartiere di Milano e si conclude con lo stesso suono. Era bello per noi chiudere con una strumentale perché è un po’ anche una promessa di come potrebbe essere l’album successivo. Anzi è proprio un trampolino sul prossimo album.

Nei progetti dei Moonage c’è l’ambizione di sbarcare in un mercato internazionale?

Alessandro: Sì, certo. Ascoltiamo musica internazionale e cerchiamo di prendere queste influenze e di esportarle nella nostra musica e in Italia.

È possibile immaginarvi su un palco come quello di un talent o del Festival di Sanremo?

Nico: Siamo stati sia a Sanremo Giovani sia ai provini di Xfactor. Non è andata bene perché forse dovevamo ancora fare un po’ di gavetta. Al momento preferiremmo suonare per strada che non su un palco in cui sei cronometrato.

Avete parlato di un nuovo disco: potete anticipare qualcosa?

Abbiamo già tantissime canzoni pronte e non vediamo l’ora di farle uscire.



Sandy Sciuto