Intervista agli Eugenio in Via di Gioia: “Il nostro è un gruppo in divenire”

In MUSICA by Gaia ToccaceliLeave a Comment

Creativi ed estroversi, gli Eugenio in Via Di Gioia nascono dalla genialità di quattro ragazzi uniti dalla voglia di comunicare: Eugenio Cesaro, Emanuele Via, Paolo di Gioia e Lorenzo Federici. In questi anni si sono fatti spazio nel panorama italiano con i due album “Lorenzo Federici” e “Tutti su per terra”, fino a raggiungere il 15° posto della classifica FIMI – Gfk con il nuovo album “Natura Viva” uscito il 1° marzo di questo anno.

Il connubio nel nuovo album tra realtà sociale e natura sembra aver avuto successo dando vita a brani suggestivi che toccano diversi aspetti della vita quotidiana. Attenti all’osservazione soprattutto dei giovani, gli Eugenio in Via Di Gioia di sono impegnati in laboratori all’interno delle scuole, senza mai perdere il contatto con la strada, il primo osservatorio della realtà in cui viviamo.

Il nuovo tour, che ha come data iniziale il 29 marzo a Firenze, ha già molte date SOLD OUT ed è pronto a rivelarsi un vero e proprio spettacolo di successo.

Dagli inizi con “Lorenzo Federici” il vostro percorso è cambiato molto, quali nuovi progetti ci sono all’orizzonte? 

Dei progetti futuri è sempre difficile parlare, il nostro è un gruppo in divenire. Da “Lorenzo Federici”, che è il primo album che abbiamo prodotto, sono successe tantissime cose, noi stessi siamo cresciuti insieme ai nostri ascolti e al nostro modo di fare musica. Tutto il progetto è nato dalla grande necessità di esprimersi, di comunicare e abbiamo cercato di trarre grande vantaggio anche dai limiti. Quando si inizia a suonare i limiti consistono nel fatto che non si hanno dei locali e non si ha nessuno che ti ascolta. Quindi abbiamo iniziato a suonare per strada con strumenti acustici, che ci sembrava la cosa più coerente. Sicuramente siamo cresciuti, quindi ora ci troviamo ad aver realizzato un disco che effettivamente è stato pensato per essere suonato in club molto grossi e quindi suona in modo totalmente diverso.

Anche a livello musicale ci sono stati dei cambiamenti: da che parte vi state dirigendo?

Noi non ci precludiamo niente per il futuro, cosa diventerà la nostra band non lo possiamo sapere. Diciamo che abbiamo molte Playlist su Spotify che noi del gruppo aggiorniamo mensilmente. Tra di noi ci rimbalziamo degli ascolti prevalentemente internazionali, poca musica italiana, e sopra a quello cerchiamo di costruire il nostro gusto musicale. Per quanto riguarda i testi non è cambiato molto, il nostro modo di ispirarci viene sempre dalla strada. Quindi le evoluzioni sono più che altro nella direzione musicale.

Possiamo dire che la vostra band viene “dalla strada”. Quanto è importante per voi mantenere il contatto con le origini?

Per noi è molto importante, cerchiamo di essere sempre coerenti con il nostro percorso e con il momento in cui ci troviamo. È bello mantenere un contatto con le persone che per prime ci hanno sostenuto, anche per non perdere mai quella freschezza che in fondo ci è stata utile in qualche modo. Cerchiamo sempre di mantenere il più possibile connesso il rapporto con il pubblico perché sono il nostro primo strumento per capire se le cose funzionano a livello di stesura. Noi scriviamo per le persone, quindi gran parte delle canzoni nascono grazie al feedback dei passanti che a seconda delle loro reazioni generano in noi sensazioni contrastanti che poi confluiscono in frasi o ritornelli. Per questo sono fondamentali sia nella fase di scrittura, sia per tutto il resto. Senza di loro non ci sarebbe tutto quello che c’è.

Siete dei ragazzi molto ironici, da dove viene questa vena satirica? Pensate che a volte possa essere un’arma a doppio taglio?

L’ironia è veramente rischiosa, noi tendiamo soprattutto in questi primi due lavori ad essere molto autoironici perché ci poniamo come osservatori all’interno di questa società. All’inizio eravamo appena approdati nel mondo degli adulti e vedevamo una serie di contraddizioni e paradossi che contraddistinguevano la vita di questi adulti. Cercavamo semplicemente di metterli in musica facendo divertire chi ci ascoltava. Lo facevamo anche un po’ per purificarci, la nostra è una sorta di catarsi, quindi quello era il nostro principale modo di fare musica. Poi facendo laboratori nelle scuole o avendo contatti con i ragazzi, ci siamo resi conto che questa ironia, a lungo andare, poteva essere fine a se stessa e rischiava di non provocare quello che volevamo noi, cioè la riflessione. Al contrario rischiava di produrre un nichilismo e un cinismo che rendono tutto sterile, pericoloso, soprattutto per questi giovani che non sono abituati a prendere tutto sul serio. Per questo abbiamo deciso di affrontare i temi in maniera un po’ meno ironica e un po’ più satirica e nell’ultimo album un po’ più introspettiva.

Nelle vostre canzoni parlate spesso di giovani sempre in movimento, un po’ confusi, a volte persi nel presente. cosa augurate ai vostri ascoltatori vittime di questa ondata di realtà?

Noi parliamo dei giovani ma ci mettiamo dentro anche noi, perché in qualche modo è come se ci sentissimo parte di questo grande flusso che è difficile da interpretare. È come se gli stessi adulti non fossero pronti a questa enorme evoluzione tecnologica e tecnica, per cui, a un certo punto, per certi versi i giovani stanno sperimentando per primi una cosa che non era mai successa: la cultura si sta sviluppando non più in un modo verticale in cui i genitori insegnano ai figli, e a loro volta i figli hanno molto in comune e passano molto tempo con i genitori, i fratelli più grandi, i cugini o i vicini di casa. Al contrario la nostra cultura è sempre più orizzontale, abbiamo più in comune con una persona che abita a Londra e ha la nostra stessa età e i nostri stessi interessi, una persona con la quale sono in grado di comunicare molto meglio rispetto a quanto riesco a fare con mia mamma e mio papà. Questo è solo uno dei tanti aspetti che si stanno verificando adesso. Noi cerchiamo in qualche modo di affrontarli sia per dare un feedback ai ragazzi, per non farli sentire soli (perché anche noi a volte ci sentiamo persi nel presente), sia perché sono i problemi che ci affliggono quotidianamente..non parliamo spesso di amore!

Il vostro nuovo album è “Natura Viva“. Come mai la scelta di questo titolo?

Il nome è sempre difficile da trovare, è sempre un delirio. A un certo punto volevamo chiamarlo “Lorenzo Federici 2”, poi alla fine abbiamo deciso di chiamarlo così, perché ci siamo messi ad ascoltare canzone per canzone e abbiamo trovato dei temi ricorrenti. Più o meno succedeva la stessa cosa in “Tutti su per terra”, ma in questo caso i temi sono un po’ più introspettivi. Per questo ci è venuta in mente questa cosa: molte canzoni ci sembravano dei ritratti, per cui ci piaceva l’idea di associare la nostra musica all’arte. Ci ricordava l’idea di “natura morta” versus “natura viva”, che è quello che accadeva nell’arte medioevale quando venivano ritratti frutta e oggetti inanimati. Noi vogliamo dare nuova vita a questi oggetti, che, a nostro parere, hanno valore tanto quanto gli esseri umani. Ci sentiamo parte di tutto ciò che ci circonda e “Natura viva” ci sembrava la definizione migliore

Avete in programma tante date per la vostra nuova tournee. Qual è la parte più emozionante dei vostri concerti?

La parte più emozionante dei nostri concerti, il motivo per cui venire, penso sia il finale perché si realizza proprio una liberazione. Alla fine di questo tour faremo una canzone di Robin Hood, il cartone della Disney: “Giovanni Re fasullo d’Inghilterra”. Di solito noi scendiamo dal palco in mezzo alla gente e questo è uno dei momenti che mi piacciono di più. Poi ce ne sono tanti di momenti belli. Rispetto al nuovo tour non lo sappiamo ancora qualche sarà il momento più bello, però ci saranno tante novità e comunque non mancheranno l’interazione con il pubblico e i giochi e gli esperimenti. Sarà un album tutto da vivere!