Intervista a Salvatore Giglio: “Il cielo sopra Bellini è un omaggio a Catania”

“Il cielo sopra Bellini” è la prima raccolta di racconti brevi di Salvatore Giglio. Salvatore Giglio, nato a Catania nel 1976, vive da sempre sotto il vulcano e lavora presso un’azienda di semiconduttori. Perito elettronico e “operaio della scrittura”, appassionato di letteratura, cinema e calcio, ha cominciato sin da giovanissimo a scrivere poesie e racconti brevi, pubblicandoli in diverse riviste locali; recentemente ha collaborato con l’opera “Personaggi e vicende di Catania vol. 4” (Algra Editore).

 

Con la prefazione di Alessandro Russo, il libro è un viaggio che parte dal cuore della città etnea, Piazza Duomo e si dirige con orgoglio a conoscere meglio la sua identità. Passa al setaccio l’ex salotto buono dell’ex Milano del sud, ascolta rumori che nessuno ode e vede ciò che altri non vedono. Osserva un fazzoletto di terra fatato e accarezzato dal sole e dalle onde, scorge l’opulenza barocca su una pietra lavica nera ma rossazzurra nelle viscere.

 

“Il cielo sopra Bellini” è il nuovo libro. Mi racconta da dov’è nata l’idea e in quanto tempo l’ha scritto?

“Il cielo sopra Bellini” è un percorso iniziato inconsapevolmente una decina d’anni fa, forse anche di più.

Mi piaceva passeggiare per la mia città, infilarmi nei vicoli e osservare la gente comune, i palazzi all’imbrunire, i parchi popolati da anziani che giocavano a carte e ragazzini che organizzavano agguerrite partite di calcio.

E scrivevo, immortalavo quegli attimi come se avessi una macchina fotografica.

Col tempo mi sono reso conto di aver realizzato una raccolta di istantanee che raccontavano la città in una maniera originale e così è nato “Il cielo sopra Bellini”.

Perché scrivere un libro omaggio alla città di Catania?

Non voglio cadere nella retorica dell’esaltazione fine a sé stessa, del concetto che “noi abbiamo il mare e il sole e siamo meglio degli altri”.

Catania è semplicemente la mia prospettiva sul mondo, nelle sue sfumature buone e cattive ed io vivo un sentimento contraddittorio con essa, di chi vorrebbe correre via a gambe levate ma finisce sempre col restare.

In città c’è una piazza che meglio delle altre rappresenta questo sentimento: piazza Giovanni Verga.

In questa grande area dimorano due grandi monumenti: uno è la Dea della Giustizia, all’ingresso del monumentale ingresso del Palazzo di Giustizia e dell’altra parte la fontana de “I Malavoglia”, che rappresenta la barca di poveri pescatori che affonda in innumerevoli rivoli d’acqua.

Da una parte la Giustizia dei codici, dei tribunali, della “legge uguale per tutti”, dall’altra l’ingiustizia della povertà.

Ecco, questa è un’istantanea che incarna il mio sentimento per questa città.

 

Dai suoi racconti emerge una Catania magica e culturale. Quali sono i consigli che darebbe ad un turista che avrebbe 36 ore da trascorrere nel Capoluogo siciliano?

Vediamo di sfruttare al meglio questo poco tempo a disposizione.

Un soggiorno a Catania è culturale e gastronomico allo stesso tempo, così di prima mattina, prima d’iniziare il giro, entriamo in un buon bar per dei pezzi di colazione: panzerotti, iris o raviole appena sfornate.

Se siamo in estate una granita con brioche è d’obbligo; iniziamo il giro da piazza Duomo e visitiamo la Cattedrale, dove riposano le spoglie di Agata, la patrona della città e di Vincenzo Bellini, il grande musicista.

Poco lontano c’è il suggestivo mercato del pesce e attorno delle trattorie e dei ristoranti che servono il pescato del giorno; ci torneremo più tardi magari, all’ora di pranzo.

Risaliamo via Etnea, la via principale della città; lo stile predominante è il barocco, anche perché terremoti ed eruzioni hanno distrutto purtroppo le testimonianze precedenti.

Arrivando però in piazza Stesicoro ci accorgiamo di uno squarcio, recintato da un’antica ringhiera: lì sotto c’è una porzione dell’anfiteatro romano che ci ricorda di “Catina”, colonia romana che fu impreziosita da un’arena paragonabile al Colosseo di Roma.

Tutt’attorno nel sottosuolo giace misteriosa la Catania di una volta, quando avvenne il terribile martirio di Agata, la Patrona della città, per volere di Quinziano, proconsole romano che di lei si era invaghito.

Le numerose chiese sorte attorno in epoche successive ricordano questi eventi.

Risalendo ancora la via Etnea si arriva dinanzi al Giardino Bellini, un maiuscolo polmone verde in pieno centro; vale la pena sedersi in una panchina e visto che sarà quasi ora di pranzo, mangiare un arancino e altri pezzi tipici della nostra tavola calda.

Per una volta il pranzo a base di pesce può aspettare.

Dopo un po’ di riposo proseguiamo per via Umberto e ci imbattiamo nei chioschi che servono bevande tipiche con sciroppi e limone; sono un’esclusiva catanese e spesso aiutano a digerire pranzi un po’ sostanziosi e ci permettono di continuare la passeggiata in centro: via Etnea è anche un centro commerciale all’aperto e un po’ di shopping ogni tanto non guasta!

Di sicuro ora saremo stanchi, quindi posiamo souvenir e acquisti in camera e facciamo una pennichella, in attesa di tuffarci nella movida serale: una pizza e una birra in mezzo ad un brulicare di giovani e meno giovani, magari poco lontano dallo splendido teatro dedicato anch’esso a Bellini.

Restano poche ore, direi di andare a dormire e domattina scegliere se tuffarci nel mare della Plaja o impegnarci in un’escursione sull’Etna, il vulcano più altro d’Europa.

Durante questo breve soggiorno ricordatevi di affiancare “Il cielo sopra Bellini” alla vostra guida turistica: la guida vi indicherà dove andare e cosa vedere, “Il cielo sopra Bellini” ve ne svelerà l’anima.

Poi di corsa a prendere l’aereo, con la promessa che la prossima volta ci fermeremo più di 36 ore!

Nella vita lei è un perito elettronico, professione distante dall’arte della scrittura. Come riesce a conciliare questi due aspetti di sè così diversi?

Me lo sono chiesto spesso anche io. Schematico, pratico, pragmatico da una parte e creativo, disordinato, tormentato dall’altra. Probabilmente queste due anime hanno imparato a convivere dentro di me, bilanciandosi a vicenda, evitando che una potesse prendere il sopravvento.

È nata così la definizione di “operaio della scrittura” che penso mi calzi a pennello.

Quali sono gli scrittori che sono suoi punti di riferimento?

In più di quarant’anni ho avuto la fortuna di conoscere tanti grandi scrittori, nelle varie fasi della mia vita, alcuni più degli altri hanno sicuramente lasciato un segno.

Penso alla poesia di Buttitta e Micio Tempio nell’adolescenza, alle atmosfere sudamericane di Gabriel Garcia Marquez e Pablo Neruda conosciute poco più che maggiorenne e la forza dei versi dei poeti ermetici qualche anno dopo.

Più tardi sono tornato alle origini della mia terra conducendo uno studio degli autori siciliani: Verga, Brancati, Pirandello fino a perdermi nella “sicilitudine” di Sciascia.

Di recente ho attraversato l’opera di Pier Paolo Pasolini; il suo modo di raccontare le borgate periferiche delle città e il sottoproletario che ci viveva ha modificato radicalmente anche il modo di osservare la mia città.

A proposito, “Il cielo sopra Bellini” nasce da un riferimento cinematografico. Quali altri spunti troverà il lettore nel suo libro?

Poco fa ho parlato degli scrittori che hanno influito sul mio percorso.

In realtà anche il cinema ha condizionato molto la mia formazione, forse perché raccontando attraverso le immagini mi ha indicato una strada fondamentale per la realizzazione de “Il cielo sopra Bellini”, visto che in fondo il mio libro non è altro che una raccolta di “fotogrammi” ed “istantanee”.

Forse perché guardando e riguardando Pietro Germi, Mario Monicelli e Sergio Leone non sarebbe potuto accadere diversamente.



Sandy Sciuto