Intervista a Michele Gambino e Claudio Fava: il libro “L’isola” e non solo

È uscito il 26 novembre scorso per Fandango Libri il nuovo libro di Michele Gambino e Claudio Fava dal titolo “L’isola”.

Il libro si concentra sul giornalista Luca Banti che agli inizi di ottobre è in arrivo a Lampedusa per seguire una pista: è convinto che la strage di 366 migranti avvenuta un anno prima davanti all’isola sia da imputare a un errore del comandante della Guardia costiera, il tenente Camarda.

In quelle stesse ore, sulle coste della Libia, centinaia di uomini vestiti di nero e armati come un esercito si stanno imbarcando su dei pescherecci diretti verso Lampedusa. Sono i Leoni del Jihad, un gruppo terroristico pronto a invadere l’isola nel nome di Allah guidati dall’Emiro Yussuf al-Mutlak. Appena le immagini di quello che sta succedendo a Lampedusa rimbalzano in rete, il governo italiano si prepara allo sbarco spalleggiato dai governi del g8, ma non tutto andrà come previsto.

Pochi giorni prima dall’uscita del libro, in videochiamata su Whatsapp Michele Gambino e Claudio Fava mi hanno parlato del libro e di tanto altro ancora dalle loro rispettive case tra serietà e qualche battuta tra loro, segno che la loro è un’amicizia duratura nel segno dei progetti lavorativi e dell’armonia.

“L’isola” è il vostro nuovo libro uscito il 26 novembre. Non è il primo che scrivete insieme, ma com’è andata questa volta? Come avete gestito il lavoro?

Claudio Fava: Abbiamo un metodo di lavoro che prevede di ragionare insieme costruendo la traccia del libro ossia il percorso, la trama, i personaggi. Al momento della scrittura ci dividiamo le parti. In questo caso è stato più semplice perché ci sono due percorsi paralleli; uno è tutto costruito sull’isola e l’altro è ciò che succede nel resto del mondo. Naturalmente poi si scrive, ci si vede e si mette a punto quello che serve capire sui personaggi e dove vogliamo arrivare. Un metodo di lavoro abbastanza tradizionale, così come siamo abituati da quasi quarant’anni.

Al centro del libro vi è l’immigrazione a Lampedusa, tematica più attuale che mai. Oggi la pandemia sta monopolizzando gran parte dell’informazione italiana, trascurando il fenomeno dell’immigrazione. Come un libro sul tema può essere un incentivo a sensibilizzare su questa questione?

Michele Gambino: Nel libro distinguiamo tra la paura alimentata da certa politica e da certa stampa e per certi versi minimizzabili nel senso che sono spauracchi che non corrispondono ad una realtà e la paura che abbiamo inventato ma più concreta, terribile e spaventosa che è la vera invasione.

L’immigrazione non è il problema che viene raccontato da Salvini e da chi specula politicamente su questo fenomeno che invece deve essere affrontato con serietà e non con strilli e urli.

Ad oggi stiamo vivendo un evento storico di dimensioni epocali. Come state vivendo questo periodo? Cosa avete riscoperto o cosa credete di aver perso?

Claudio Fava: Stiamo riscoprendo la buona cucina.

Anche la scrittura trova un suo spazio ed è più presente proprio perché ha bisogno di tempi abbastanzi riparati. Ma in realtà continuiamo a lavorare come i pazzi perché tutto quello che si fa prescinde dal Covid. L’idea che in tempo di Covid non si fa niente, almeno per quanto ci riguarda, è abbastanza poco credibile.

Anzi, con la scusa che ormai ci si può collegare in chat con il resto del mondo non puoi dire “Oggi non ci sono” perché ci sei. Aiuta a scrivere e cambia lo sguardo sulle cose.

Michele Gambino: Due anni fa ho fatto la scelta di lasciare il lavoro quotidiano (ndr. era autore televisivo in Rai) perché ero stanco della routine. Il Covid è arrivato nel modo e al momento giusto per me dato che in qualche modo mi ero autoisolato prima. Sto continuando a fare le cose che mi piacciono e a fare lunghe passeggiate notturne con un cane che ho noleggiato per l’occasione (ndr si ride).

Immigrazione e pandemia, misure adottate e rischio di impoverimento. Cosa si dovrebbe ancora fare secondo voi?

Claudio Fava: la pandemia colpisce non solo i migranti o i cittadini regolarmente residenti. Colpisce anche chi ha meno mezzi e chi vive di lavoro marginale o nero.

Gli immigrati sono un dato significativo di questa economia sommersa. In Sicilia si è calcolato che con questo nuovo lockdown ci sono stati circa 400.000 nuovi poveri. Naturalmente ne ha tratto vantaggio chi invece ha disponibilità di denaro cash. Le organizzazioni criminali sono state capaci di essere subito presenti su questo mercato a proporre il loro welfare.

Se c’è da offrire denaro a usura, se c’è da comprare aziende che sono in crisi, se c’è da intercettare la spesa pubblica sulla sanità: è il comitato di pietra con cui dobbiamo fare i conti.

Prima di essere scrittori, siete entrambi giornalisti. Il modo di fare il giornalista oggi è cambiato. Quali consigli dareste a chi vuol diventare giornalista oggi?

Claudio Fava: Il consiglio è di considerare come la risorsa più preziosa la propria autonomia quindi la schiena dritta. Come tutto questo possa conciliarsi con il mercato del lavoro è cosa diversa. Dovrebbe essere meno un mestiere e più una passione, una ricerca, una curiosità. Incontro spesso giornalisti che vivono la scrittura come uno dei tanti mestieri che si potrebbero fare. Non sono tanti perfortuna, ma alcuni sì. Secondo me questo è un errore perché questo è un mestiere che non permette neutralità dal punto di vista della passione. O c’è o non c’è.

Il rischio è di ritrovarsi a fare gli impiegati anche perché gli editori spesso preferiscono giornalisti impiegati piuttosto che giornalisti con la domanda in più. Questo è un rischio che consiglierei di non correre.

Michele Gambino: Penso che questo sia un mestiere che sta cambiando in maniera vertiginosa e che ha una griglia di selezione molto dura, molto serrata. Alla fine se hai passione e se hai talento, un posto da qualche parte lo trovi e la griglia riesci a superarla.

Per motivi diversi avete in comune Pippo Fava. Secondo voi di cosa il giornalismo italiano deve fare memoria e bagaglio del modo di essere giornalista di Pippo Fava?

Michele Gambino: Tutto. La passione, l’intelligenza, il coraggio, la brillantezza, la scrittura. Non c’è nulla nella storia professionale e umana di Pippo Fava che non possa e non dovrebbe essere acquisita da chi ha voglia di fare questo mestiere.

A tutti quelli che cominciano a fare questo mestiere, consiglio di comprare “Un anno”, la raccolta di articoli e di reportage di Pippo Fava scritta prima della morte, che è un documento straordinario che dovrebbe essere nella libreria di ogni aspirante giornalista perché lì c’è tutto. Prima di tutto, una scrittura particolarmente viva che riesce a raccontare le persone come ogni giornalista dovrebbe fare.

La scrittura è una costante nella vostra vita. Non solo libri e giornali ma anche sceneggiature come quella per “Prima che la notte”. Come vi state rapportando alla decisione presa dal Governo di chiudere musei, cinema e teatri?

Claudio Fava: La decisione di chiudere teatri, cinema e musei non l’ho condivisa affatto perché è stata ipocrita. Teniamo aperte le chiese e chiudiamo i teatri quando in realtà un teatro è un luogo più sicuro di una chiesa. Solo che in Italia non ti puoi mettere mai contro la Chiesa o le gerarchie ecclesiastiche mentre la cultura è sempre considerata come una sorta di grazioso orpello, un hobby. In questo io sento un grande provincialismo culturale da parte della politica italiana.

Con questi dati assai più allarmanti il problema non è se tenere aperti musei e teatri ma il modo in cui si è mosso il Ministro racconta questo.

Michele Gambino: Sono d’accordo su quanto ha detto Claudio. Sulle Chiese, essendo ateo, non ci andrei. Essendo anziano, a teatro non ci andrei perché avrei paura di beccarmi il Covid. Per me il problema è risolto. Per quanto riguarda cinema e teatro, adesso Rai Play sta mettendo in campo un’iniziativa per portare il teatro nelle case degli italiani. Se ho voglia di teatro, lo guarderò su Rai Play.

Qual è lo stato di salute del cinema italiano secondo voi?

Claudio Fava: Lo stato di salute del cinema italiano è legato anche a questa stagione e anche ad una crisi di autorevolezza e di autorialità. A volte anche questo è un mestiere in cui si è più impiegati che autori. Secondo me, invece, bisognerebbe riscoprire il gusto della scrittura che sta alla base del buon cinema.

Continuo a pensare che se oggi uno sceneggiatore propone una sua sceneggiatura con un dialogo tra due personaggi del tipo “Cosa hai fatto in questi dieci anni? Sono andato a letto presto”, il produttore dice no, queste cose parlate non servono.

Bisogna tornare alla forza di una trama e di una scrittura. Questo in parte si è perso, anche televisivizzando molto il prodotto cinematografico.

Detto questo, continuano ad esserci grandi autori anche in Italia e grandi film. C’è una generazione di registi giovani che hanno l’età dei nostri figli, che hanno cose da raccontare.

Ultima domanda: su cosa state concentrando la vostra attenzione in questo periodo?

Michele Gambino: Io mi sto divertendo molto perché sto facendo un docu-film di cinque puntate sulla Nazionale Italiana di calcio e la preparazione agli Europei, non capendo nulla di calcio (ndr. ride). È una produzione Rai. È un’esperienza straordinaria. Sto passando molto tempo insieme ai giocatori della Nazionale, anche perché non solo non ne capisco nulla, ma sono anche una schiappa a giocare. Per me è come entrare in un mondo fantastico che non conosco.

Claudio Fava: Con un altro sceneggiatore stiamo lavorando ad un progetto di film che si intitola “126”, una macchina che nel corso di una notte si carica di tutte le vicende tragiche e ridicole della città di Palermo. Siccome l’interlocutore è Netflix, abbiamo un problema di comprensione a causa di un inglese serrato e hollywoodiano che è lontanissimo dall’inglese delle nostre produzioni televisive. Soprattutto dobbiamo fargli capire perché deve essere una 126 e non una Lamborghini. Si misurano modelli culturali diversi. Lavoro divertente, lo stiamo portando avanti e può darsi che diventi nei prossimi mesi un film per Netflix.



Sandy Sciuto