Intervista a Fernando Gentilini: vi racconto Tre volte a Gerusalemme

Social Up ha avuto l’onore ed il piacere di intervistare Fernando Gentilini, diplomatico italiano di lungo corso, che negli anni si è distinto per la gestione di crisi ed affari internazionali, arrivando ad essere Direttore del Servizio Diplomatico Europeo per i Balcani occidentali e la Turchia, nonché rappresentante speciale dell’Unione Europea in Kosovo ed inviato Nato in Afghanistan. Dal 2018, inoltre, è Direttore del Servizio Diplomatico Europeo per Medio Oriente e Nord Africa.

Oltre ad essere un abile diplomatico e conoscitore del mondo, Gentilini è una penna sopraffina sia nell’attività da scrittore, vincendo tra gli altri il premio Cesare Pavese ed il premio Capalbio con il libro “Infiniti Balcani”, che da cronista, collaborando con le pagine culturali de “La Stampa”.

Abbiamo chiesto a Gentilini di raccontarci nel dettaglio il suo nuovo libro “Tre volte a Gerusalemme”, edito da “La Nave di Teseo”, focalizzandosi sugli innumerevoli aspetti che caratterizzato la città santa. Buona lettura!

Ha avuto sin da subito l’intuizione di scrivere un libro su Gerusalemme basandosi su tre pilastri?

Scrivo sempre dei posti dove vivo e dove lavoro. L’idea di scrivere su Gerusalemme era già con me dall’inizio, ma in realtà avevo iniziato a scrivere il libro in modo diverso, come una specie di diario.

Pensavo di raccogliere in un libro le impressioni, gli incontri, i luoghi di tutti i giorni. Poi, mentre scrivevo, mi sono accorto che finivo sempre a parlare di tre cose: della città, dei diplomatici o dei libri degli altri.

Da quel momento ho iniziato a riscriverlo, seguendo questi tre filoni che naturalmente sono tutti in comunicazione l’uno con l’altro.

“Tre volte a Gerusalemme”, grazie alla precisione nelle descrizioni, permette quasi di vedere attraverso i suoi occhi la città santa a distanza. Quale esperienza le è rimasta più impressa nella mente?

Una cosa che dico sempre e mi piace suggerire a chi va a Gerusalemme è quella di provare a vedere l’invisibile, attraverso lo studio dei luoghi, per “vedere” più cose di quelle che ci mostrano gli occhi.

Uno dei primi giorni, ero sul belvedere in cima al Monte degli Ulivi, da dove si vede la Spianata. Il fatto che sia un luogo santo per i musulmani è immediatamente visibile poiché ci sono le moschee di Omar e di al-Aqsa. Pero’ bisogna riuscire a vedere anche quello che non si vede per capire il luogo dove ci troviamo.

Credits: nextquotidiano

Bisogna pensare, infatti, che prima delle moschee lì c’era il tempio di Salomone, il monte Moria (la montagna del sacrificio di Abramo). Altrimenti rischiamo di avere una visione distorta della realtà.

Nella terza parte del libro analizza tutta la galassia di libri relativa alla città santa, svolgendo un lavoro notevole di erudizione. Quale crede sia il testo fondamentale da conoscere per comprendere a pieno Gerusalemme?

È sempre difficile scegliere i libri. Se si va a Gerusalemme oggi e si vuole avere il senso immediato di dove ci si trova, di cosa racconta quel luogo, bisogna conoscere “Una storia di amore e tenebra” di Amos Oz, che è sì una biografia dell’infanzia dell’autore, ma anche della città come ci appare oggi.

Amos Oz, infatti, racconta come stava nascendo la Gerusalemme moderna, quella fuori dalle mura. Il libro di Oz lo porterei assolutamente con me. Un altro libro importante è “Verso Gerusalemme” del Cardinal Martini, poiché è un altro approccio di vedere la città. Come ha già scritto qualcuno, inoltre, c’è una cosa che accomuna i due autori: Oz è un premio Nobel mancato, come il Cardinal Martini è un Papa mancato.

In che modo è avvenuta la selezione dei testi?

Nella selezione dei testi non ho seguito uno specifico metodo, poiché io leggo tutto quello che mi capita tra le mani. Di conseguenza, la bibliografia alla fine del libro è solo uno spicchio di tutto quello che mi è capitato di leggere e non ha quindi alcuna pretesa di essere esaustiva.

Personalmente mi piacciono i libri che parlano di tutto e di conseguenza la maggior parte dei libri riportati nella bibliografia sono quelli per lettori onnivori, non per gli specialisti, ne’ per gli storici o per i diplomatici.

Cosa le piacerebbe sentirsi dire da un lettore dopo la lettura del suo libro?

Sicuramente fa molto piacere sentirsi dire che il libro si legge facilmente, che a leggerlo ci si diverte e si impara.

Faccio sempre lo sforzo di scrivere pensando al lettore, provandomi a mettere nei suoi panni. Non so se sono uno scrittore, ma so sicuramente di essere un lettore e quindi cerco di scrivere pensando al lettore.

Mi piace quando qualcuno mi dice “l’ho letto ed in sette ore l’ho finito”. Ecco questa è la cosa più importante. Apprezzo anche chi mi dice che dopo averlo letto vuole andare a vedere Gerusalemme.



Paride Rossi